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Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Bacio
Cronologia/Autori: http://it.wikipedia.orgBacio

Bacio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 
«Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto un poco più da presso, un più preciso patto,
una confessione che sigillar si vuole, un apostrofo rosa messo tra le parole t'amo.»
«Soride anche lei e si lascia andare. Bacio. Bacio morbido, bacio lento, bacio irruente. Bacio al Traminer, bacio leggero, bacio di lingue in lotta, bacio surf, bacio sull'onda, bacio con morso, bacio vorrei andare avanti ma non posso. Bacio non si può. Bacio c'è gente...»
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Il simbolo del bacio

Il bacio consiste nel contatto tra le labbra di una persona verso una qualsíasi parte del corpo di un'altra persona, durante questo contatto, le labbra della persona baciante aspirano leggermente dell'aria creando il tipico rumore dello "schiocco". Il bacio è un'azione tipica degli esseri umani, l'Homo sapiens è infatti l'unica specie animale che si scambia baci. Il bacio è molto importante nel contatto fra due persone, esso infatti è una dimostrazione di affetto, del quale può rappresentare diverse "gradazioni":

Indice

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[modifica] Il bacio come saluto

Coppa greca

In molti Paesi europei e dell'America Latina, quando si incontrano amici e parenti, ci si scambiano due baci porgendosi a vicenda entrambe le guance. Il numero di baci può variare notevolmente: in Francia lo standard sono due o tre baci, ma spesso non è così: in alcune regioni si danno un bacio solo, oppure anche quattro o cinque (ma si registrano notevoli variazioni anche tra villaggi vicini). Nei Paesi Bassi se ne danno tre, come pure in Belgio (dove però è d'uso anche un solo bacio). Il triplo bacio è tipico delle culture ortodosse, infatti è diffuso in Russia, Ucraina e Serbia, ma non in Romania, Bulgaria e Grecia. In questo caso il bacio non ha dimostrazione di affetto, ma solo di saluto; in Italia è molto diffuso fra i giovani e non è raro fra gli uomini che spesso però, mentre si scambiano il saluto si stringono la mano, cosa che non avviene con le donne.

In Russia un tempo era diffuso il bacio sulle labbra fra uomini; nei paesi europei nord-occidentali, invece, il bacio sulle guance non è molto utilizzato, specialmente fra gli uomini, tra i quali il minimo contatto fisico è visto con diffidenza.

Negli ambienti nobili e raffinati è stato sempre diffusissimo il "baciamano", consistente nello sfiorare appena con le labbra (di un uomo) il dorso della mano di una donna. Questo tipo di saluto è ancora abbastanza praticato in Polonia.

 

[modifica] Il bacio come segno d'affetto

Quando durante il bacio come saluto, si vuole sottolineare l'affetto verso l'altra persona, allora invece di porgere solo le guance, si porgono le labbra in modo da baciare in pieno il viso dell'altra persona. Il bacio sulla guancia è infatti un grande segno d'affetto, e viene utilizzato fra amici e parenti quando si vuole dimostrare il bene che si vuole. Spesso è anche accompagnato da un abbraccio.

 

[modifica] Il bacio come atto sessuale

Bacio alla francese

I baci scambiati sulle guance o sulle labbra non hanno carica emotiva, essa però si riscontra pienamente nel bacio in bocca. Il famosissimo bacio alla francese, infatti, ha una grandissima carica passionale; esso consiste nel baciare a bocca aperta l'altra persona, muovendo la lingua nella bocca dell'altro. Questo tipo di bacio si accompagna spesso ad uno scambio di leggeri morsi sia sulle labbra che sulla lingua stessa ed è, quasi sempre, scambiato ad occhi chiusi. Il bacio alla francese è un avvicinamento all'atto sessuale vero e proprio, e sono proprio i più giovani che iniziano a scoprire il sesso tramite questo tipo di bacio.

Un altro tipo di bacio di ambito sessuale è sicuramente il bacio sul collo; esso, infatti, provoca un intenso eccitamento, e spesso, va a diventare un "succhiotto" (termine di origine dialettale che, probabilmente non ha corrispondente in italiano). Quest'ultimo consiste nell'aspirare con forza il collo dell'altra persona staccando poi le labbra d'improvviso in modo da far apparire una marcata macchia rossa che, se fatta bene, può durare anche per diversi giorni.

I baci poi, raggiungono il loro top nel momento dei preliminari. Infatti da qui diventano un vero e proprio atto sessuale che scaturisce nella "fellatio" e nel "cunnilingus", i quali precedono l'atto sessuale vero e proprio.

 

[modifica] Asimmetria nel bacio

Per evitare di scontrarsi col naso, di solito le persone quando si baciano piegano la testa da un lato così che le loro teste formano un angolo. Spesso, per stare più comodi, uno dei due seduto sorregge l'altro fra le braccia ed il torace combinando così un bacio con un abbraccio. Colui che sorregge, di solito ha un ruolo più attivo nel baciare l'altra. A questo proposito lo psicologo Onur Güntürkün ha pubblicato su Nature uno studio basato sull'osservazione di coppie che si baciano in pubblico in luoghi come aeroporti e parchi secondo il quale l'inclinazione della testa verso destra è più frequente che verso sinistra con un rapporto di 2:1. Güntürkün attribuisce questa asimmetria alle preferenze mostrate dai neonati per il lato destro. [1].

 

[modifica] Altri progetti

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Genitori in sospeso



Genitori in sospeso

Com’è difficile essere una madre giusta, autorevole, qualche volta severa,

se sei stata o sei ancora in carcere



Parliamo di rapporti con i figli, e di quanto è difficile il ruolo di una madre (ma anche di un padre), che sia in carcere e però non voglia sentirsi per questo sempre inadeguata a fare un rimprovero, una critica, a proibire qualcosa a un figlio. Eppure, la paura è sempre quella, che il figlio ti dica: "Che diritto hai tu di rimproverarmi, con quello che hai fatto…". Ne abbiamo discusso alla Giudecca, con le donne della redazione.



Mia figlia voleva fare la poliziotta... ma per farlo doveva "rinnegarmi"



Svetlana: E’ dura perché, dopo tanti anni che non hai rapporti con i figli, ti chiedi se non crea un conflitto il fatto di rimproverarli, se non rischi magari di deteriorare il rapporto. Posso dire come mi sono sentita io: per esempio mia figlia voleva fare la poliziotta, ma per farlo doveva "rinnegarmi" perché sono pregiudicata. Io ho accettato che lo facesse anche se ci sono stata molto male. Poi le cose sono andate diversamente e ora lei fa l’investigatrice privata.

Ornella (volontaria): Doveva disconoscerti come madre?

Svetlana: Sì, perché nonostante il reato sia stato commesso in Italia, risulta anche nel mio paese, la Serbia, dove c’è questa norma che regola le assunzioni di agenti di polizia.

Comunque alle fine le ho detto di sentirsi libera nelle sue scelte, anche se mi ha fatto male.

Io non avevo nessuna forza per contrastare questa scelta perché, vista la situazione, mi sentivo in difetto. Alla fine, con l’aiuto di mia madre, lei si è convinta a mediare e ora fa quello che fa.

Emilia: C’è una differenza però tra una scelta di vita condizionata dal fatto di avere un genitore in carcere, e invece un rimprovero che potresti fare a un figlio e che lui potrebbe non accettare. Tua figlia per esempio per raggiungere un obiettivo che si era prefissa, avrebbe dovuto arrivare a disconoscerti. Invece non vedo perché io non possa fare a un figlio un rimprovero o un’osservazione solo per il motivo che sono lontana da tanto tempo.

Licia: Io con mio figlio, che ha sedici anni, non saprei come comportarmi di fronte alla necessità di fargli un rimprovero.

Emilia: Per me sarebbe invece naturale. Il fatto di essere stata lontana non mi toglie il diritto di poter fare la madre, per cui se mio figlio sta sbagliando, per evitare che l’errore diventi più grosso, io mi sento in diritto di riprenderlo. Nel caso mi riversi addosso la mia "colpa", gli dirò: "Ma perché devo lasciare che sbagli anche tu?"



Tuo figlio ti può dire: "Guarda da che pulpito!"



Marta: Il fatto è che ti vengono i sensi di colpa perché non sei un modello di comportamento. Proprio per questo, se ti viene di fare un’osservazione, la fai "delicata". Se non sei "soft", tuo figlio ti può dire: "Guarda da che pulpito!" o "Come ti permetti tu che sei la prima ad aver sbagliato?".

Chiara: In genere uno tende a rimproverare il figlio rispetto al reato che lui stesso ha commesso, quindi si tende ad essere "settoriali" nel rimprovero per mettere in guardia proprio da errori che uno ha già fatto…

Marta: Non sono d’accordo. Il rimprovero che non ti puoi permettere è dovuto a molte cose. Primo, perché non sei lì a crescerli e può sembrare una prevaricazione nei confronti di quelli che si prendono cura di loro, anche perché se io sono qui in carcere è per colpa mia.

Mia figlia vive con mio marito e i nonni. Cosa che mi dà fastidio, perché avendo mia figlia quattordici anni ed essendo cresciuta con me ed educata da me, quindi libera da certi pregiudizi, mi ritrovo a vederla crescere con persone che non condividono il mio "credo". I miei rimproveri potrebbero però essere giusti da un verso e sbagliati dall’altro, perché per un periodo io non ci sono stata e chi stava al mio posto sicuramente ha fatto del suo meglio.

Svetlana: Può darsi che io non concordi con le persone che crescono i miei figli, ma non posso esprimere pareri su di loro perché li stanno crescendo, e poi per non ferirli. Devo stare attenta a come parlo e certo non mi sento libera nel mio rapporto.

Licia: Sono d’accordo con quello che dice Svetlana, io non c’ero, non ero presente a seguire mio figlio quando c’era bisogno di me, quindi non posso intervenire.

Antonietta (insegnante): in un certo senso voi state dicendo che non si può parlare di affetti prescindendo dai sensi di colpa. Forse bisogna riflettere di più sulla differenza tra "autorità" e "autorevolezza". Autorità è più "legale", autorevolezza può essere anche la capacità di esercitare, attraverso la propria esperienza di sofferenza, una comprensione maggiore, se no si è inchiodati al senso di colpa. O si riconosce un valore alla propria storia, o ci si lascia schiacciare dalla propria condizione di "condannato".

Marta: Più che altro noi viviamo un ruolo di "genitori in sospeso".

Emilia: Io penso che l’osservazione che un domani potrai fare a tuo figlio, a prescindere da chi lo ha cresciuto, che non devi screditare in nessun caso, riguarderà non tanto il passato, quanto il momento in cui vivrai il rapporto con lui. Sicuramente questa esperienza ti matura e quindi il futuro dialogo sarà più adulto.

Svetlana: Il problema è che li lasci piccoli e li ritrovi adulti in un batter d’ali.



Il rapporto con una persona deve essere costruttivo, e con i sensi di colpa non si costruisce niente



Giulia: Sarà un rapporto su un piano diverso. Io non sono d’accordo sui sensi di colpa, perché rappresentano dei ricatti emotivi che fai allo stesso tempo a te e al soggetto che ti trovi di fronte. Parto dal presupposto che un figlio è fatto per essere libero di volare da solo; a mio avviso se mio figlio dovesse "sbagliare" e per questo dovesse finire in carcere, io gli starei vicino. Per quanto riguarda una possibile tossicodipendenza, l’aiuterei una volta e poi basta, perché è lui che sbatte la testa da solo. Non rinnego comunque la mia vita e sono sempre favorevole al dialogo e al confronto con un figlio, poi lui è libero di fare le sue scelte. Il rapporto con una persona deve essere costruttivo, e con i sensi di colpa non si costruisce niente.

Ornella: A me sembra che non si tratti sempre di senso di colpa, quanto piuttosto di senso di responsabilità. Voi avete parlato dei problemi che avete rispetto a chi ha cresciuto i vostri figli, ma vorrei capire anche come agiscono questi vostri famigliari con voi, se vi fanno delle colpe. Ultimamente ho avuto modo di ascoltare due esperienze simili e diverse allo stesso tempo, di due donne che sono uscite dal carcere e sono in detenzione domiciliare con i figli. Una in cui i famigliari fanno pesare molto la passata assenza della madre nei confronti dell’educazione dei figli e l’altra in cui c’è comprensione, ma nonostante questo è la madre stessa, che è stata per un certo periodo in carcere, la prima a non sentire di poter avere "autorevolezza".

Chiara: Questo però è dovuto proprio ai sensi di colpa, uno diventa ricattabile perché non accetta la sua vita, il suo passato, le sue scelte.

Rita: Io ho avuto un esempio in famiglia. Mia sorella ha avuto per un periodo dei "giri" di spaccio e credeva che i bambini non si fossero accorti di nulla. Ultimamente il figlio ha avuto dei problemi con il fumo e lei mi ha chiesto di intervenire perché non si sentiva in grado di farlo lei; io ho fatto quello che ho potuto, ma mio nipote le ha ugualmente rinfacciato il suo passato, dicendo che sì, lui allora era piccolo, però aveva visto e capito tutto. La mia opinione comunque è che il rimprovero va fatto con più coraggio, a prescindere dal proprio passato. In comunità per esempio mi dicevano di far fruttare la mia esperienza rispetto a quelli nuovi che arrivavano, e di non aver paura a dare consigli, a fare critiche. Tu dai comunque il tuo consiglio, poi gli altri sono liberi di accettarlo o meno.

Ornella: Bisognerebbe comunque spazzar via dalla testa di tanti l’idea che chi ti educa deve per forza essere una persona integerrima, che non ha sbagliato mai, che se ha avuto un’esperienza negativa come il carcere, la deve nascondere. Da un’esperienza negativa rielaborata puoi trasmettere molte cose positive, invece succede che un figlio, se ha un genitore in carcere, è "obbligato" a nasconderlo e vive male.

Chiara: Io mi domando però: prima del carcere dov’eravate, i figli c’erano? E lo stile di vita che conducevate, posso immaginare che fosse lo stesso. Perché salta fuori questo problema dell’autorevolezza, del coraggio di fare un rimprovero solo nel periodo della carcerazione?

Svetlana: Ma io non lo vedo dal punto di vista del carcere, se sei lontana per lavoro in fondo è lo stesso.

Giulia: No, il lavoro non è un allontanamento per causa di forza maggiore, è una scelta, in fondo stai lavorando anche per loro. Certo c’è una separazione, ma si tratta di un rapporto libero, che in carcere non ti è dato di avere. Il rimprovero comunque, quando serve, va fatto, e se la reazione di un figlio è "Da che pulpito viene la predica", mi sembra un gioco di ricatto affettivo. Io esprimo quello che penso perché la mia vita, nel bene e nel male, non la voglio cancellare!

Ornella: E’ vero però che il problema non è solo il carcere, ma quello che ha portato una persona in carcere, lo stile di vita di prima, quanto è durato, se è stato un episodio o invece una lunga serie di comportamenti, che alla fine sono sfociati nella detenzione. E quindi, se si parla di autorevolezza di un genitore e riconoscimento del suo ruolo da parte del figlio, l’autorevolezza c’era o no negli anni precedenti la carcerazione? Bisognerebbe forse avere il coraggio di mettere in discussione tutto uno stile di vita, non tanto e non solo il contesto carcerario.

Marta: Questo dipende anche dalla durata del periodo di detenzione. Se manchi per un anno, di certo non perdi l’autorevolezza e il ruolo, come succede invece se in carcere ci stai dieci anni.

Ornella: Bisogna anche tener conto dei percorsi diversi, per esempio se una donna ha una lunga storia di tossicodipendenza o invece è in carcere per un reato gravissimo, per esempio un omicidio, che però è stato un atto di follia dentro una vita che prima era come quella di tanti altri. Una persona viene rinchiusa per vent’anni, ma prima aveva una vita "normale" e un normale rapporto con i figli, e in questo caso il carcere costituisce davvero un momento di rottura pesante, ma forse più "affrontabile" di una vita sempre sul filo del rasoio.

Marta: Io per esempio prima di entrare in carcere ho parlato con mia figlia sinceramente e non mi sento neanche in colpa, lei è l’unica che mi ha detto di non preoccuparmi. Quindi mi dico che avendo mia figlia 14 anni, forse sono riuscita a fare qualcosa di buono fino ad ora. Se invece ne avesse avuti solo cinque, sarebbe stato diverso, quindi è importante anche la fascia di età. Se sei stato "autorevole", riconosciuto come genitore fino a che il bambino era ancora piccolo, e poi ti ritrovi dieci anni da fare in carcere, la perdi per forza l’autorevolezza, perché la prende chi di fatto cresce tuo figlio in quel periodo. Un’ora di colloquio a settimana non ti permette di conoscere tuo figlio nella sua vita quotidiana. Il dialogo che fai è limitato dal tempo e quindi si ferma a questioni quali la salute, l’andamento scolastico, ecc.

Emilia: Io vorrei fare una domanda: quando eravate fuori, quanto tempo dedicavate ai vostri figli?

Svetlana: Io ero sempre con i miei figli.



Ora ho una maturità per parlare di mio figlio e delle responsabilità di genitore, ma quando ero fuori a commettere reati, dov’era mio figlio?



Giulia: Scusate, ma a me sembra che non abbiate ancora una percezione chiara di quello che siete se parlate così. Fondamentalmente che cos’era la vostra vita fuori? Non credo che uno arrivi qui per errore. In galera si parla di un’autorità e di un ruolo di genitore, e prima dov’erano? Ora ho una maturità per parlare di mio figlio e delle responsabilità di genitore, ma quando ero fuori a commettere reati, dov’era mio figlio? E’ forse una maturità di comodo?

Chiara: E’ vero, bisogna considerare che, quando ci si trova a fare determinate cose, si mette sul piatto della bilancia ciò che si considera importante ed i rischi che si corrono. Ovvio che mettendo su un piatto i figli e dall’altra parte il tornaconto che può derivare dalle nostre azioni, se poi si sceglie quest’ultimo, per forza ne consegue che i figli sono messi in secondo piano.

Rita: Sì, quando si decide di percorrere una strada, spesso si decide di "omettere" i figli, io per esempio è anche per questo che ho deciso di non averne.

Ornella: Ma esiste un modo per creare un avvicinamento, così che il carcere non sia causa di una scissione, di una rottura totale nel rapporto coi figli, con il compagno, con i genitori? Un colloquio al mese a disposizione, parecchie ore da passare insieme senza controllo visivo e auditivo, a vostro parere salverebbe qualcosa di più a livello dei vostri rapporti affettivi?

Emilia: Sicuramente sì, anche perché in quel caso non ci sarebbe il limite insopportabile di un’ora, e quindi avresti più tempo per approfondire tutte quelle cose che in sessanta minuti diventano per forza superficiali, anche solo il fatto di vedere tuo figlio camminare, muoversi ti aiuta tantissimo.

Rita: Anch’io la penso così. Ci sarebbe il tempo di potersi confrontare in modo diverso, cosa che attualmente si può fare solo per lettera, ma con un figlio non puoi pensare di "salvare il rapporto" scrivendogli.



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Parlando di affetti nelle carceri italiane



Quella che segue è la descrizione di un sabato in un carcere femminile: l’attesa per i colloqui, i preparativi, tutte le "operazioni di bellezza" per presentarsi ai propri cari nelle migliori condizioni possibili. Il racconto di Mara è tratto da Zona 508, il giornale realizzato dalle donne detenute nella sezione femminile del carcere di Verziano (Brescia) e pubblicato nel sito dell’associazione "Carcere e territorio di Brescia".



Di Mara, maggio 2002



"I miei cari mi mancano tanto, e li vedo molto indifesi"



Apro gli occhi e ci metto un po’ a realizzare dove mi trovo: primo piano cella numero due sezione femminile di Verziano. Guardo l’ora, sono le sei (è una mia abitudine svegliarmi a quest’ora) mi alzo e mi faccio il mio primo caffè, io non ne bevo tanto, ma quello di primo mattino me lo gusto. Nella sezione silenzio, sento delle voci è il cambio turno delle agenti, smonta il personale delle notte e comincia quello del mattino, purtroppo è quasi due anni che questo è il mio primo impatto con un nuovo giorno. Ma oggi è sabato e come tutti i sabati è giorno di colloqui per me e per alcune mie compagne. Otto meno un quarto, sento le chiavi che aprono la cella "Buongiorno andiamo a fare l’Insulina?" mi dice l’agente di turno "Buongiorno agente sono pronta andiamo, speriamo che sia una buona giornata" Cigolando arriva il carrello della prima colazione e dopo ci sarà l’apertura delle celle. "Samy mi fai i capelli?". Cioccolatino mi fa sempre impazzire prima di dirmi sì, naturalmente scherziamo anche perché continua a borbottare, ma alla fine mi accontenta sempre. La mattinata continua così tra la doccia, la fonatura dei capelli e l’arrivo della spesa, si arriva così alle 11,30 altra passeggiata in infermeria per la seconda dose di Insulina e di conseguenza l’arrivo del vitto. Oggi si nota qualcosa di diverso nell’aria e in particolare tra le compagne che hanno il colloquio, siamo tutte molto più carine, curate nel vestire e nel trucco.

"Mara che ore sono?", mi chiede una compagna "Sono le 12,30 ma non hanno ancora chiamato nessuno per i colloqui". Una voce chiama alcuni nomi "Per le 13 pronte per il colloquio". "Hai sentito se hanno chiamato anche me?" "Sì dai! Sei pronta? Andiamo!" "Fai due ore?" "Penso di sì". Prima di scendere ultimo tocco di femminilità: una goccia di profumo. Una sommaria perquisizione e scendo con le mie compagne verso la sala colloqui, abbiamo tutte premura di arrivare, credetemi è la cosa più bella della carcerazione. Qui a Verziano la sala colloqui è molto accogliente ed una marea di emozioni ti coglie quando varchi quella porta e vedi i tuoi cari ad attenderti, li abbraccio forte e per un attimo non riesco a parlare, mi mancano tanto, e li vedo molto indifesi. Quasi tutte portiamo qualcosa di dolce da mangiare e qualcosa da bere in loro compagnia e cominciano le due ore più belle, oppure anche solo una (io personalmente se posso faccio due ore, dico se posso perché essendo sei ore mensili le devo gestire in modo di non restare senza colloqui). Dimentico tutto, dove mi trovo e il perché, vedo solo i miei cari, ma purtroppo in un attimo passano e dopo dolorosamente devo salutarli e ripercorro il percorso a ritroso. Salgo in sezione ritrovo le mie compagne, ascolto la Messa, perché oggi è il nostro turno (per il maschile è la domenica) poi la vita di sempre riprende. Pazienza, ricomincia l’attesa del prossimo sabato e di un nuovo colloquio.