***
Ricerca personalizzata
  Voci dal Carcere  
Link Sponsorizzati
Grazie a www.ristretti.it Centro Studi di Ristretti Orizzonti
Per la maggior parte delle persone l’uomo

che amo è solo un tossico che è stato in galera


Quando i pregiudizi della gente rappresentano un ostacolo al reinserimento nella società e feriscono i sentimenti

Questa è la lettera di un’insegnante, una persona "normale", che sta vivendo un difficile rapporto d’amore con una persona "anormale". "Anormale" perché ha alle spalle una storia di tossicodipendenza e carcere che non riesce a scrollarsi di dosso, o meglio, che gli altri continuano a rinfacciargli. La pubblichiamo volentieri, perché è una bella lettera e perché mette il dito su una delle "piaghe" della detenzione: il fatto che non si riesce mai a liberarsene, nemmeno quando si è fuori, a fine pena, e si pensa di poter ricominciare davvero una vita diversa.
Pubblicità
Pubblicità
Dalla compagna di un detenuto, giugno 2002


Cari amici, vi scrivo oggi, primo Maggio, ma non so nemmeno io il perché; forse perché penso che in qualche modo voi possiate comprendere come mi sento e tutto il dolore che ho nel cuore, forse perché mi sentirete vicina, forse perché ho semplicemente voglia di denunciare ciò che vivo e penso che qualcuno di voi avrà voglia di ascoltarmi.

Circa un anno fa mi sono innamorata di un uomo. Potrei raccontarvi i miei sentimenti di stupore, scoperta, gioia pura e quasi incredibile… finalmente la luce dopo anni di buio vissuti in silenzio con un marito violento e tirannico (non per colpa sua, a volte la vita fa brutti scherzi). Potrei spiegarvi la voglia di vivere che piano piano tornava a scorrermi dentro dopo essere arrivata ad un soffio dal suicidio. Potrei descrivervi il nostro rapporto, improntato da subito sul rispetto e la comprensione reciproca, sia pur tra le mille difficoltà di ogni giorno. Potrei parlarvi dei miei figli e dei loro "non mollare mamma", mentre mio marito mi gettava addosso tutto il suo odio e disprezzo… invece voglio parlarvi di quella che in questo momento pare essere l’unica cosa importante in una normalissima storia d’amore: lui è un ex- tossicodipendente, pregiudicato che sta concludendo il suo percorso in comunità.

Prima ho detto "mi sono innamorata di un uomo", ma quando l’uomo in questione è un ex – tossicodipendente pregiudicato, il discorso si chiude lì: non è più un uomo, del quale puoi raccontare il carattere, gli interessi, le gioie, le paure, è un tossico che è stato in galera, punto e basta. "Sì certo"… dici timidamente… "però gli piace lavorare con il computer, detesta il disordine, ama giocare, a volte si chiude in se stesso, vorrebbe non perdere mai Novantesimo minuto"… e poi ti interrompi perché otto volte su dieci chi hai di fronte ti guarda con aria a metà tra la commiserazione e l’ammirazione mistica (ad innamorarti di "uno cosi" o sei pazza o sei una santa fatina salvatrice) e di lui capisce solo che è un tossico che è stato in galera.

Allora subentra la rabbia, la solitudine, la sensazione di essere in un vicolo cieco, l’impotenza…



Il modo migliore per far perseverare qualcuno nei suoi errori è fargli intendere che non può far nulla di meglio che sbagliare

L’amore è imprevedibile, non ci si innamora "scientificamente" di un uomo, quindi non si è pazzi o furbi ad essersi innamorati di una tale persona piuttosto che della tal altra, se mai si potrà avere una vita più o meno semplice, ammesso che la vita a due possa essere semplice, ma l’amore, comunque sia, non è follia o saggezza, è un sentimento che sgorga dal cuore. L’amore non è nemmeno una succursale della Croce Rossa: non ci si innamora per salvare la vita a qualcuno o farsela salvare a propria volta, non si è "buoni" ad amare una determinata persona, si ama perché ce lo si sente dentro, non per fare la buona azione quotidiana stile Giovani marmotte.

Quando si ama ci si trova di fronte all’altro come persona e dentro ti coglie lo stupore della continua scoperta della miriade infinita di sfaccettature che costituiscono il suo essere uomo o donna. È come se l’altro fosse un raggio di luce, quando si ama si riesce a far passare quel raggio attraverso un prisma e si scopre con meraviglia, sorpresa e un pizzico di timore i tanti colori di cui è composto.

Intendiamoci, con questo non voglio dire che l’uomo che amo ha solo pregi; il guaio della scoperta è che trovi anche tante piccole spine che possono fare anche tanto male, ma che se sei onesto con te stesso sai bene quali e quante spine troverà l’altro e ti poni in atteggiamento di accoglienza.

Ciò che fa male è accorgersi che per la maggior parte delle persone l’uomo che amo ha una sola sfaccettatura: è un tossico che è stato in galera, quasi come se i suoi errori gli si fossero cementificati intorno rinchiudendolo in una sfera perfettamente liscia che finisce col rappresentare l’unica sua caratteristica…

Inutile obiettare che in carcere non si nasce e che non è un assioma matematico che chi ha sbagliato non potrà far altro che perseverare nei suoi errori, lui è un tossico che è stato in galera.

A questo punto, visto che oltre ad essere la compagna di un uomo sono un’insegnante, mi chiedo dove stia il ruolo di luogo di recupero che si vorrebbe assegnare al carcere, quando anche le pietre sanno che il modo migliore per far perseverare qualcuno nei suoi errori è fargli intendere che non può far nulla di meglio che sbagliare. Come può un uomo reinserirsi nel mondo fuori se viene visto sempre e solo come uno che è stato dentro ed emarginato per questo? Non ho risposte, ho solo il mio dolore, lo sguardo triste e quasi rassegnato dell’uomo che amo quando gli parlo di questo mio dolore e la speranza (senza speranza si muore anche fuori) che un giorno le mie amiche smetteranno di dirmi: "Caspita, non si vede proprio che è un tossico che è stato in galera".

Complimenti per il vostro giornale: è molto bello e ricco di spunti per la riflessione.
Affettività significa anche volersi bene, perdonarsi, pazientare



La testimonianza di Christine arriva dalla Casa circondariale di Rovereto, da un giornale che si chiama Dentro e che esce come inserto di Oltre il muro, fa rivista dell'Associazione Provinciale Aiuto Sociale che si occupa di reinserimento e alternative al carcere di Trento. Christine parla con coraggio di affettività, di sesso, di omosessualità, e poi della necessità di imparare a volersi bene, a riconciliarsi con se stesse per poter vivere meglio anche con gli altri.

Ornella Favero

Per me, donna e reclusa, l’affettività è un turbine di intense emozioni che può innalzarmi fino al cielo della felicità o sprofondarmi nell’inferno della disperazione.

Bisogna ammettere che, pur da detenuta, mi è possibile non soffocare la mia affettività avendo la possibilità di periodici colloqui e telefonate che permettono un confronto immediato con i miei sentimenti.

La vera valvola di sfogo però sono le lettere: la cosa più bella in assoluto! Infatti non hanno orari, non impedimenti, nessuno può interromperle. A loro puoi affidare tutto, desideri, emozioni, paure, lacrime. Tramite la carta puoi confessare, scoprire, farti scoprire, giocare, litigare, far pace; far compagnia, voler bene, conquistare, amare, soffrire.

In una lettera ti puoi raccontare, inventare, fantasticare, immaginare, viaggiare, volare, evadere! Tornar qui e sorridere. Tutto si può in questi fogli di piccola grande libertà. Puoi anche stuzzicare, provocare e ritirarti, buttarti e ripensarci, sedurre, farti sedurre, far l’amore... far sesso...

Ah, il sesso! Ecco il punto dolente per noi recluse, credo sia una parte integrante dell’affettività, uno stimolo umano, un desiderio legittimo, ma proprio nel momento in cui, forse, avremmo più bisogno di essere rassicurate anche in questo, ci viene negato.

Palliativi ne esistono, eccome, ma palliativi appunto come l’autoerotismo o l’omosessualità. Sull’autoerotismo non voglio soffermarmi, appartiene alla sfera più intima di ciascuna di noi. Dell’omosessualità ne posso accennare per averla osservata, vissuta in terza persona. Ho conosciuto compagne che hanno avuto di queste esperienze, magari solo per bisogno d’amore, di attenzioni, per sentirsi importanti, per poterne parlare, per "provarci", per essere alla moda o per passate delusioni. Anche questa è una piccola libertà, ognuna se consapevole è libera di scegliere come meglio vuol "farsi" la carcerazione, purché il tutto sia nel rispetto delle altre compagne. Quello che non sopporto è la prevaricazione, il volerci provare a forza, questo no, non lo sopporto!

E pensare che le donne gay (vere) spesso sono goffe, timide, prevedibili, mi farebbero tenerezza e sorridere se non fosse che in carcere è meglio non attirare mai la loro attenzione, perché potrebbero diventare ossessive, appiccicose, morbose, gelose, a volte violente. Roba da rinchiudersi in cella per sfuggire alle loro avance o, ancor meglio, farsi trasferire di carcere.

Invece dovrebbe vigere il rispetto perché il fatto di essere detenute non comporta a priori la rinuncia dei propri valori, della propria dignità, del proprio "vivere", non è per intolleranza o pregiudizio che dico questo, ma per la libera scelta che ognuna deve poter fare.

Credo però che l’affettività sia anche voler bene a se stessi, perdonarsi, pazientare, smettere con il vittimismo, con le lamentele, con la diffidenza ed il sospetto. Accettare finalmente la pena quale logica conseguenza dei nostri sbagli; sono sicura che questo ci aiuterebbe a vivere meglio qui dentro ed a ricostruire il nostro futuro.

Personalmente so che pur conoscendo difficoltà, disagi, sofferenze, sacrifici, piccole e grandi rinunce, starò male solo se e quando mi accorgerò di non aver più niente da dare, ma forse anche allora avrò pur sempre un sorriso, una carezza, un ciao per tutti voi.



Christine, Rovereto
Chicca: quei colloqui disumani con l’uomo che amo



Questa è una rubrica di lettere e testimonianze di chi sta in carcere, ma un po’ di spazio vorremmo darlo anche a quei famigliari che il carcere sono costretti a conoscerlo nelle sale colloqui, nelle lunghe attese all’esterno prima di entrare a visitare un parente, nelle ore passate a cucinare per portare ai propri cari quel cibo. Quella che segue è la testimonianza di Chicca, la compagna di un detenuto che questa vita la fa da dieci anni, e di carceri, attraverso le sale colloqui, ne ha conosciuti tanti. E nonostante ora al posto dei vetri divisori ci siano i tavolini, i luoghi di incontro dei detenuti con i loro parenti sono tutti ugualmente tristi, perché ben poco si fa per renderli meno squallidi: il fatto è che nel nostro Paese, anche se tutti amano parlare dell’importanza della famiglia, le famiglie dei detenuti sono considerate ancora famiglie di serie E, e quei pochi gesti di intimità di cui parla Chicca per ora si possono vivere solo nell’immaginazione. Di "stanze dell’affettività", luoghi appartati dove i detenuti possano incontrare i famigliari senza la promiscuità delle sale colloqui, da noi si è parlato per un attimo e poi si è preferito dimenticarsene in fretta, mentre in molti altri Paesi sono da anni una realtà.

Ornella Favero



Vedere il mio compagno una volta alla settimana e arrivare a colloquio con le ansie e le paure accumulate nei giorni passati lontani l’uno dall’altra significa poi che tante volte lui non riesce a capirmi e mi tratta male.

Tutta la settimana conto i giorni per correre da lui perché ho bisogno di vederlo. di sentire la sua voce, o tante volte più semplicemente di rifugiarmi nelle sue braccia e abbandonarmi anche al pianto liberatorio di tante tensioni accumulate, di sentirmi protetta, di sapere che lui c’è e che non sono sola! Poi ci troviamo davanti e basta un malinteso per rovinare un colloquio che tanto abbiamo atteso, invece di allontanare le tensioni ci si sente irrimediabilmente più soli. Perché stiamo rovinando attimi che dovevano essere di gioia, di forza e coraggio per affrontare i giorni che ancora ci dividono?

Vorrei alzarmi, abbracciarlo, baciarlo, dirgli quanto è stronzo, vorrei infilargli le mani sotto il maglione per accarezzarlo, fargli il solletico per vederlo ridere, ma rimango lì seduta come un baccalà, c’è la guardia, c’è il bambino al tavolo vicino al nostro, trattengo le lacrime e... ci chiamano è finito, mi alzo, lo saluto senza dirgli niente, esco senza voltarmi, voglio solo scappare lontano da lì. Hanno messo i tavoli, le sedie, ma non è cambiato niente, manca la cosa più importante: l’umanità e l’intimità, anche di poter litigare per poi fare pace. Ci tolgono tutto, anche la gestualità quotidiana per poter sentirci vivi. Com’è difficile non perdersi dietro queste frustrazioni, umiliazioni e quanta rabbia, voglia di urlare.



Chicca, compagna di un detenuto