Generalmente i
versi che
compongono la canzone sono
endecasillabi misti a
settenari e le
rime di
regola sono disposte in modo che il primo verso della coda, chiamato
diesi, faccia rima con l'ultimo verso della fronte.
La cansò viene considerata dai provenzali il genere
lirico per eccellenza, infatti i
trovatori provenzali, che erano abituati a comporre insieme le parole
e la musica, consideravano inscindibile l'unità di vers e son, cioè di
parola e di melodia, essendo abituati ad apprendere in modo rigoroso sia a
comporre in versi sia a comporre in
musica.
Già a partire dalla
Scuola siciliana e in seguito nel
Dolce Stil Novo, che si rifà alla tradizione provenzale, nel sistema
dei
generi romanzi la canzone è il metro per eccellenza e lo stesso
Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia, colloca fra i generi
metrici la canzone al primo posto.
Le forme di canzone che costituiscono senza dubbio un
modello duraturo nella tradizione italiana sono quelle di
Dante e soprattutto di
Petrarca, ma oltre alle canzoni petrarchesche, nell'evoluzione della
canzone che va dal
Duecento al
Trecento, esistono altre due varietà di canzone: la canzone pindarica
e la canzone libera o leopardiana.
La
canzone pindarica ha le sue origini nel
Cinquecento ed è costituita di strofe, antistrofe ed epodo come dal
modello greco, dove le strofe e le antistrofe sono collegate da rime
uguali e hanno lo stesso numero di versi con prevalenza, di solito, dei
settenari sugli endecasillabi, mentre l'epodo, che ha rime diverse è, in
genere, più breve.
La canzone libera o
leopardiana risale a
Francesco Guidi che compone canzoni con strofe indivise e schema molto
variabile sia per il numero dei versi, sia per la struttura della strofa.
Da questa base parte
Giacomo Leopardi che, più di ogni altro, esprime questa libertà di
composizione pur non dimenticando le forme della canzone petrarchesca.
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Voci correlate