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Si chiamano Centri di Permanenza Temporanea





Qualcuno li chiama con grande fantasia Centri di Accoglienza, sarebbe realistico chiamarli più semplicemente Centri di Detenzione



Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto all’Università di Palermo e rappresentante dell’A.S.G.I. (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), descrive la già drammatica situazione dei Centri di Permanenza Temporanea in attesa di quelli che saranno gli effetti della nuova legge sull’immigrazione.



Entro nei Centri di Permanenza Temporanea dal 1998, da quando sono stati istituiti, e ho un osservatorio che riceve notizie sui Centri di un po’ tutta l’Italia. Ci occupiamo anche dei problemi che nascono nei cosiddetti Centri di Transito o di Respingimento alla frontiera, strutture non censite dal Ministero degli Interni come Centri di Permanenza veri e propri, ma nei quali si realizza una chiusura detentiva dell’immigrato irregolare, senza alcuna possibilità di uscita su domanda.

Quando un immigrato arriva privo di permesso di soggiorno, privo di visto, privo di documenti, non esiste per lui la possibilità di tornare indietro da solo, perché nessuno lo caricherà se non c’è un documento di viaggio da parte del Consolato e, in molti casi, non c’è la possibilità di farglielo avere. Molti vorrebbero tornare in patria senza essere scortati dalla polizia italiana e poi consegnati alla polizia del loro paese, ma questo è tecnicamente impossibile. Peraltro non avviene in nessun paese d’Europa.

Quindi la natura strettamente detentiva di quelli che, sui giornali, ancora molti chiamano "Centri di Accoglienza", dovrebbe essere sottolineata, anche per graduare poi le forme di tutela degli immigrati che vi vengono rinchiusi.

Vorrei anche fare luce su alcuni fatti sconosciuti, perché dei Centri di Permanenza si tende a parlare sempre meno: questa settimana, a Trapani, abbiamo avuto 140 immigrati ammassati in cinque stanze; prima hanno fatto lo sciopero della fame, poi hanno tentato di dar fuoco a lenzuola e coperte (i materassi non li avevano), infine c’è stato un tentativo di fuga, con cinque feriti.

Non so chi lo sappia, ma è vita quotidiana, nei Centri, e le associazioni da molto tempo denunciano questa situazione esplosiva. Numerose donne, che stavano per essere ammesse al permesso per protezione sociale, dopo mesi di contatti faticosi, fatti dalle unità di strada, sono state rastrellate e accompagnate in posti dove sono indifendibili. Si tratta di prostitute, o per meglio dire prostituite, rastrellate in Sicilia e accompagnate a Torino, o in Puglia, con possibilità minime di difesa: cinque giorni di tempo, termine per il ricorso e per provare l’inserimento, anche parziale, in un percorso di recupero sociale.

Ma i Centri sono utilizzati, in modo sempre più spregiudicato e sempre più spesso inutile, come luogo di transito di coloro che hanno scontato un periodo di detenzione. Dico "inutile" perché molto spesso gli immigrati che hanno scontato lunghe pene detentive non sono ancora identificati, né potranno esserlo nel periodo breve di 30 giorni (anche se diventeranno 60) al Centro di Permanenza Temporanea. Quindi, in realtà, questa diventa una sanzione ulteriore, che si aggiunge alla pena già scontata e rende particolarmente drammatica la condizione degli immigrati dentro questi Centri.

C’è anche un uso molto spregiudicato, già adesso, dell’espulsione come misura sostitutiva della pena, con il rischio che molto spesso siano rimpatriati immigrati pericolosi che, specialmente se appartengono ad organizzazioni criminali operanti nel settore della tratta e del movimento dei clandestini, non hanno nessunissima difficoltà a rientrare nel nostro paese. Praticamente, hanno la licenza di delinquere, con brevi periodi di permanenza in Albania, o in Turchia, o in altri paesi, nei quali sono rimpatriati e dai quali tornano tranquillamente in Italia.

Il principio di effettività della pena dovrebbe essere la garanzia principale per la sicurezza dei cittadini, molto più di queste espulsioni indiscriminate, che forse sfoltiscono la popolazione carceraria ma alimentano il racket, perché poi queste persone tornano nel "giro", dove non hanno nessuna difficoltà a ottenere passaporti e visti falsi. Perché va detto che ogni regime repressivo alimenta una diffusa tendenza alla falsificazione, oltre che alla clandestinizzazione, e questo rende molto difficile separare i casi da difendere da quelli assolutamente indifendibili. In tutta Italia sono in corso rastrellamenti mai visti prima, anche in aree che socialmente non destano allarme ma dove è presente una forte irregolarità, soprattutto a seguito della sostanziale chiusura dei flussi d’ingresso e per la crescente difficoltà del rinnovo del permesso di soggiorno.

Tantissimi stranieri in questi giorni stanno diventando irregolari, quindi passibili di internamento nei centri di permanenza temporanea, perché i requisiti per il rinnovo del permesso di soggiorno sono diventati molto rigorosi. Tutto questo sta rendendo di nuovo esplosiva la situazione dei Centri di Permanenza Temporanea, che noi chiamiamo Centri di detenzione amministrativa.

Queste strutture vennero istituite nell’estate del ‘98 con un intervento dell’allora Ministro degli Interni Napolitano, e partirono alla meno peggio, pochissimi mesi dopo l’approvazione della legge 40, in assenza di minime misure di sicurezza e di un regolamento di attuazione, che arrivò solo nell’estate del ‘99.

Ora è chiaro che, se il decreto Bossi - Fini prevede l’espulsione di 300.000 cittadini stranieri, e nei centri c’è una capienza, censita da una relazione tecnica, di 1.800 posti all’anno, è questa la reale capacità espulsiva. Solo se si individua una disciplina selettiva delle espulsioni e dei percorsi di sanatoria permanente, se si restringe l’allontanamento forzato ai casi più gravi, una politica delle espulsioni può essere effettiva e corrispondere ai criteri europei, la permanenza nei Centri potrebbe essere di 4 - 8 giorni e si sdrammatizzerebbe il problema.

Purtroppo, per tutti i cinque anni di governo del centrosinistra, compresa la fase di emergenza Kossovo, abbiamo riscontrato che tutte le volte che siamo stati chiamati a negoziare qualcosa, dopo mesi di lavoro e anche di interventi della giurisprudenza, purtroppo la norma restava sempre la stessa. Semmai in un momento si è assistito ad un allentamento delle pratiche, a un esercizio della discrezionalità amministrativa enorme, che è riservata alle forze di polizia, usata in un modo favorevole nei confronti degli stranieri.

Una delle cose buone previste dalla legge Turco – Napolitano erano gli articoli 18, 19 e 20. Il 18 per la protezione sociale per le donne prostituite, il 19 sostanzialmente ribadiva l’articolo 83 della convenzione di Ginevra circa il diritto di non refoulement e l’articolo 20 prevedeva un permesso di soggiorno temporaneo per profughi che fuggivano da zone di guerra.

Queste norme nel ‘99 allentarono la pressione sui C.P.T. ma, nel novembre ‘99, si chiuse l’ultima regolarizzazione, quella del dicembre ‘98, e il ministero degli Interni invitò le questure, con una circolare, a rastrellare e a rinchiudere nei C.P.T., per l’allontanamento, gli stranieri la cui domanda di sanatoria non era stata accolta. Si verificò la strage del Centro Vulpitta, frutto di disperazione e di una gestione delle strutture del tutto scriteriata. Al Vulpitta, quando scoppiò il rogo, erano trattenute mediamente 12 persone in celle di 5 metri per 6; c’erano state già tre rivolte in quel mese e nessuno aveva preso provvedimenti. Come sta accadendo oggi. Anche gli altri Centri sono pieni e le persone rimangono in 25 - 30 in una stanza, con soltanto delle coperte sulle quali sdraiarsi la notte. Questo per giorni e senza un provvedimento formale di espulsione o di respingimento. Sono casi di veri e propri sequestri di persona.

Noi lo abbiamo denunciato, purtroppo con scarsissimo esito, presso tutte le agenzie dall’ACNUR. Naturalmente quando sono state fatte le visite questi luoghi erano vuoti, perché quando sono pieni, come è successo in questa settimana, noi non possiamo entrare per "motivi di sicurezza".

Tra l’altro, siccome spesso queste persone non sono state neppure fotosegnalate, non può entrare neanche un avvocato. Perché prima delle foto e delle impronte digitali queste persone sono assolutamente segregate; soltanto dopo qualche giorno, in alcuni casi, c’è la possibilità di un contatto da parte di avvocati che hanno in qualche modo un mandato da parte dei parenti.



Che succede se si chiudono centoquaranta persone in quattro stanze?



Nel 2000 è arrivata la famosa Carta dei Diritti, che in qualche modo umanizza i Centri di Permanenza Temporanea, e le associazioni hanno accettato, in alcuni casi (noi non lo abbiamo fatto), di cogestire queste strutture. La Caritas ha accettato, anche se poi, capendo di cosa si trattava, come a Gorizia, è uscita, nel senso che non ha accettato che la propria struttura fosse di fatto adibita a Centro di Permanenza, recintata da un cordone di polizia. Mentre in altre situazioni, come a Trapani, cooperative vicine alla Caritas hanno di fatto svolto attività di polizia, occupandosi anche della sicurezza.

In questa situazione ci sono decine di operatori di polizia che vivono malissimo, perché sono messi nelle condizioni di doversi difendere con i manganelli. Se si mettono centoquaranta persone in quattro stanze, con porte di legno, senza alcuna protezione supplementare alle finestre, c’è una tale libertà di spinta, di comunicazione, che i tentativi di fuga sono assolutamente scontati. Quando i rapporti numerici sono di un certo tipo, quando le strutture cedono, perché una porta di legno con dieci persone che spingono viene giù come niente, è chiaro che poi si registrano feriti anche tra le forze dell’ordine e nelle zone limitrofe scatta la caccia all’uomo.

Tra l’altro la legge non fissa regole precise, come magari avviene in un carcere quando, con il regolamento penitenziario, determinate circostanze sono già previste e sono controllate da un magistrato. Chiaro che tutto questo ha portato con il tempo alla violazione di tantissimi diritti fondamentali di immigrati e richiedenti asilo. Sulla questione dei Centri di Permanenza, c’erano stati dei Questori, quelli di Brescia e di Firenze per esempio, che avevano preso delle posizioni anche politiche, nel senso che si erano detti sfavorevoli rispetto alla possibilità di apertura dei Centri. Questi questori sono stati trasferiti perché dovevano interpretare nel modo più restrittivo la normativa vigente.

Però, se dovessero entrare in vigore i meccanismi previsti della legge Bossi - Fini, noi avremmo un grosso aumento di soggetti potenzialmente espellibili ed un abbassamento della soglia di soggetti effettivamente espulsi. Se andiamo a vagliare la relazione tecnica allegata alla legge Bossi - Fini, vediamo che per quest’anno è prevista l’attivazione di due Centri di Permanenza in più, oltre alla ristrutturazione di Ponte Galeria, per portare da 1.400 a 1.800 i posti disponibili. Si prevede negli anni successivi la costruzione ex novo di altri 10 - 12 Centri di Permanenza Temporanea. Con costi altissimi: uno straniero trattenuto nei Centri di Permanenza Temporanea costa 120.000 al giorno, il costo medio di un accompagnamento forzato con scorta è di milioni. Oltre il costo delle strutture, dei servizi, si parla di cifre dell’ordine di 50–60 miliardi all’anno, per rendere praticabile una politica espulsiva rivolta a diecimila soggetti in più.

Abbiamo quindi questa violazione gravissima dei diritti fondamentali, il diritto d’asilo (art. 10), il diritto alla difesa (art. 24), il diritto alla salute (art. 32), abbiamo avuto episodi di malati di AIDS, moltissimi malati di H.I.V. destinatari di espulsione, compresi i transex di via Corelli. Quello che ha visto chi è stato dentro questa struttura è veramente un altro Stato, uno Stato che non è di diritto. Uno Stato che pratica un diritto per gli italiani, ne pratica un altro per gli stranieri regolari, ne pratica un altro ancora per gli stranieri privi di permesso di soggiorno.

La libertà personale degli stranieri irregolari è sottratta al controllo del magistrato perché, se una persona rimane 14 giorni nei C.T.P. senza interprete, avvocato, possibilità di comunicazione con l’esterno, questa è una prassi che si pone già oggi in contrasto con la Costituzione e con un certo numero di norme del Codice penale e del diritto amministrativo.

(…) Purtroppo c’è da dire che dopo l’11 settembre a livello europeo è in corso un processo involutivo che rischia di essere segnato più pesantemente da questo asse Blair - Aznar - Berlusconi, e che potrebbe avere pesanti ricadute anche in materia di direttive che sono in corso di elaborazione.

L’esigenza di proteggere i diritti fondamentali dei migranti e una certa libertà di circolazione, pur nel rispetto di criteri molto rigidi, stava in qualche modo filtrando, ma già a Nizza si è visto che c’è stato uno stop a questo processo. La Carta di Nizza sostanzialmente chiude sul diritto d’asilo, riconfermando le definizioni della convenzione di Ginevra sulla persecuzione individuale come unico criterio per la concessione dell’asilo. Ma anche dopo Nizza era in corso un dibattito. L’11 settembre rischia di orientare nel senso peggiore la normativa comunitaria e di dare ragione a posteriori al disegno di legge che, anche in materia di C.P.T., richiama una serie di normative comunitarie che in qualche modo avvallano l’istituzione di queste strutture, che funzionano anche per i richiedenti asilo in tanti paesi europei. Abbiamo visto i casi inglesi, con il trattenimento, anche per uno o più anni, di famiglie con bambini. A questo punto ancora non ci siamo arrivati, ma se continuiamo così ci arriveremo tra poco. Io credo che anche per noi, al di là del lavoro di difesa che facciamo, sia ora di rilanciare una battaglia a livello europeo innanzitutto per il diritto d’asilo, che oggi rischia di essere dimenticato.



(Intervento tratto dalla relazione al Convegno sui Centri di Permanenza Temporanea, organizzato dalla Associazione "Antigone" e dal Centro di Documentazione Due Palazzi a Padova, il 9 febbraio 2002).