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| Dante Alighieri |
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GNU Free Documentation License Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/De_vulgari_eloquentia Cronologia http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=De_vulgari_eloquentia&action=history De vulgari eloquentiaDa Wikipedia, l'enciclopedia libera.Il De vulgari eloquentia è un trattato in lingua latina scritto da Dante Alighieri tra il 1303 ed i primi mesi del 1305. Pur affrontando il tema della lingua volgare, fu scritto in latino perché gli interlocutori a cui si rivolge appartengono all'élite culturale del tempo. Il tema centrale dell'opera, rivolta alla classe borghese contemporanea, è quale volgare sia più adatto per essere usato al posto del latino, destinato a scomparire. L'opera si apre con una metafora: Dante dichiara che userà il suo “ingegno e gli scritti e la cultura di altri” per riempire una coppa così grande e per mescerne un dolcissimo idromele. È anche un trattato di metrica, che codifica e teorizza la canzone come forma metrica d'eccellenza. Il trattato è diviso in due libri, il primo di 19 capitoli, il secondo si interrompe all'inizio del capitolo 14. L'inizio del primo libro tratta dell'origine delle lingue e delle loro tipologie storico-geografiche. Nelle pagine seguenti Dante affronta il problema della lingua letteraria unitaria, aprendo la cosiddetta "questione della lingua". I paragrafi relativi offrono preziose indicazioni sulla realtà linguistica del primo Trecento. Dante vi classifica i dialetti italiani (volgari municipali) e cerca di individuare quello che ha le caratteristiche per imporsi come lingua letteraria. Nella sua rassegna egli adotta come tratti divisori il fiume Po e la catena degli Appennini, ottenendo una ideale croce che quadripartisce le lingue locali. Sebbene questo convincimento sia ben radicato da secoli, di ben diverso avviso è il grande Alessandro Manzoni, che in una lettera scritta nel 1868 smentisce risolutamente che nel De Vulgari Dante abbia voluto affrontare "la questione della lingua": "Al libro De Vulgari Eloquio è toccata una sorte, non nova nel suo genere, ma sempre curiosa e notabile; quella, cioè, d'esser citato da molti, e non letto quasi da nessuno, quantunque libro di ben piccola mole, e quantunque importante, non solo per l'altissima fama del suo autore, ma perché fu ed è citato come quello che sciolga un'imbarazzata e imbarazzante questione, stabilendo e dimostrando quale sia la lingua italiana." In un paio di pagine il Manzoni dimostra, con l'ironia che gli è tipica e riportando svariate citazioni dal testo di Dante, che quest'ultimo intendeva "solo" sdoganare l'uso del Volgare per trattare temi nobili in contesto poetico/letterario, e in nessun passaggio egli lo propone come lingua corrente del popolo né come "lingua letteraria unitaria". Dante definisce la lingua volgare quella lingua che il bambino impara dalla balia, a differenza della grammatica (il latino), la lingua perfetta, in questo simile a quella latina. L'autore afferma che la più nobile è comunque la lingua volgare, perché è stata la prima ad essere pronunciata nella vita sua e dei suoi lettori: dunque, una lingua naturale. Sostiene che il volgare può trattare qualsiasi argomento, dall'amore alla moralità e alla religione. Nel IV capitolo apre la questione di chi sia stato il primo essere umano dotato di parola. La risposta è che la favella sarebbe stata data ad Adamo all'atto stesso della sua creazione, anche se la prima persona di cui nella Bibbia viene riferito un discorso é Eva, di cui si riferisce il dialogo con il serpente (il diavolo tentatore). Dante suppone inoltre che la prima parola di Adamo dev'essere stata un'invocazione al creatore. Tra tutti i volgari italiani, l'autore ne cerca uno che sia "illustre, cardinale, aulico e curiale."
In principio egli non ritiene nessuno dei volgari italiani degni di questo scopo, nonostante alcuni di essi, come il toscano (definisce insanus i fiorentini, convinti a suo dire d'aver raggiunto l'apice con la loro lingua), il siciliano e il bolognese, abbiano un'antica tradizione letteraria. Infine giunge comunque a ritenere il fiorentino come una lingua che soddisfa i punti sopracitati. Considera invece il volgare romano come il peggiore. Gli unici autori cui riconosce la padronanza del "vero volgare", con le caratteristiche appena esposte, sono un certo "Guido" ed un suo fantomatico "amico": potrebbe trattarsi sia di Guido Cavalcanti sia del Guinizzelli, ma egli (forse con un poco di malizia) non lo specifica; è probabile poi che il detto "amico" sia lui stesso.
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