La Divina Commedia, originariamente Commedia, è un poema di Dante Alighieri, scritto in terzine incatenate di versi endecasillabi e, tra i primi esempi del genere, in lingua volgare toscana. Considerato il capolavoro del poeta fiorentino, fu una delle più importanti testimonianze letterarie della civiltà medievale e una delle più grandi opere della letteratura universale, conosciuta e studiata tutt'oggi in tutto il mondo.
Il poema è diviso in tre parti, chiamate cantiche, Inferno, Purgatorio, Paradiso, ognuna delle quali è composta da 33 canti (tranne l'Inferno, che contiene all'inizio un ulteriore canto, considerato però una sorta di preludio all'intero poema). Ed è, infatti, proprio attraverso questi tre regni ultraterreni che il poeta immagina di compiere un viaggio, che lo porterà alla redenzione dai suoi peccati.
La Commedia, pur proseguendo molti dei modi caratteristici della letteratura e dello stile medievali (ispirazione religiosa, fine morale, linguaggio e stile basati sulla percezione visiva e immediata delle cose), è anche innovativa, poiché tende ad una rappresentazione ampia e drammatica della realtà, ben lontana dalla spiritualità tipica del Medioevo, tesa a cristallizzare la visione del reale.
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Titolo [modifica]
Probabilmente il titolo originale dell'opera fu Commedia, o Comedìa, dal greco κωμῳδία, "comodìa". È infatti così che Dante stesso chiama la sua opera (Inferno XXI, 1-3), ed inoltre il nome Commedia appare usato nella sua Epistola (sulla quale però vi sono dubbi di paternità) indirizzata a Cangrande della Scala, a cui il poeta dedica il Paradiso. In essa vengono addotti due motivi per spiegare il titolo conferito: uno di carattere letterario, secondo cui col nome di commedia era usanza definire un genere letterario che, da un inizio difficoltoso per il protagonista, si concludeva con un lieto fine, e uno stilistico, giacché la parola commedia indicava opere scritte in un linguaggio basso e non pretenzioso. Il poema incarna, infatti, entrambi questi aspetti: dalla "selva oscura" del secondo verso, da cui traspare l'animo contrastato del poeta (che è anche il protagonista), si passa alla redenzione finale, alla visione di Dio nel Paradiso; e in secondo luogo, i versi sono scritti in lingua volgare, la lingua bassa, disprezzata dai letterati del tempo perché, a lor dire, priva di ogni nobilitazione formale.
L'aggettivo Divina fu usato per la prima volta da Giovanni Boccaccio in una sua biografia dantesca, Trattatello in laude di Dante del 1373, circa 70 anni dopo il periodo in cui, si pensa, sia stata scritto il poema. La dizione Divina Commedia, però divenne comune solo da metà del Cinquecento in poi, quando Ludovico Dolce, nella sua edizione critica del 1554, riprese il titolo boccaccesco.
Argomento [modifica]
Il racconto dell'Inferno, la prima delle tre cantiche, si apre con un Canto introduttivo, nel quale il poeta Dante Alighieri racconta in prima persona del suo smarrimento spirituale; si ritrae, infatti, "in una selva oscura", metafora del peccato, nella quale era giunto poiché aveva smarrito la "retta via" della virtuosità (si ritiene che Dante si senta colpevole, più degli altri, del peccato di lussuria, che infatti, contrariamente alla tipica visione cattolica, nell'Inferno e nel Purgatorio è posto sempre come il meno grave tra i peccati puniti). Tentando di trovarne l'uscita, il poeta scorge un colle illuminato dalla luce del sole; tentando di salirvi per avere più ampia visuale, però, viene fermato nella sua scalata da tre belve feroci: una lonza (forse una lince), allegoria della lussuria, un leone, simbolo della superbia, e una lupa, che rappresenta l'avarizia, i tre vizi che stanno alla base di tutti i peccati.
A salvarlo da queste tre bestie, però, gli si fa incontro l'anima del grande poeta Virgilio, che dopo aver cacciato le fiere, si presenta come l'inviato di Beatrice, la donna amata da Dante (morta da alcuni anni), la quale aveva intercesso presso Dio affinché il poeta fosse redento dai peccati. Di qui Virgilio condurrà Dante attraverso i tre regni soprannaturali, l'Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso, perché attraverso questo viaggio la sua anima possa salvarsi dal male in cui era caduta.
Inferno [modifica]
| Per approfondire, vedi la voce Inferno (Divina Commedia). |
La vera e propria descrizione dell'Inferno ha inizio nel Canto III (nel precedente Dante muove semplicemente dei dubbi alla sua guida riguardo il viaggio che stanno per compiere); i due viaggiatori giungono alla sua porta già nei primi, celeberrimi, versi di questo Canto. Sotto la città di Gerusalemme, infatti, si apre l'ingresso al primo regno, sul quale si possono leggere alcuni versi di ammonimento, riassunti nell'ultimo verso: "Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate". Oltrepassato uno scuro corridoio, i poeti si ritrovano sulle rive dell'Acheronte, il primo fiume infernale, per il quale le anime devono passare per raggiungere l'Inferno vero e proprio. Qui, nell'Antinferno, oltre alle anime in attesa di essere portate dalla parte opposta, stanno gli ignavi, quelli che in vita non vollero prendere posizioni, e che sono rifiutati sia dall'Inferno che dal Paradiso.
Passato l'Acheronte, sulla barca del traghettatore Caronte, i due attraversano il Limbo, dove stanno le anime buone di coloro che non furono battezzati (come i bambini morti subito dopo la nascita), e poi il primo cerchio, dove riposano gli "spiriti magni" dell'antichità (compreso Virgilio stesso); quindi Dante e il suo "maestro" entrano nell'Inferno vero e proprio. Alla porta di questo sta Minosse, che, da giudice giusto quale fu, decreta il cerchio dove le anime dannate dovranno scontare la loro pena; ad ogni cerchio, infatti, corrisponde un peccato, più grave se il numero è maggiore. Superato Minosse, i due si ritrovano nel secondo cerchio, dove sono puniti i lussuriosi (celebri i versi su Paolo e Francesca), quindi i golosi, e gli avari e i prodighi.
Superato poi lo Stige, nelle fangose acque del quale sono puniti iracondi e accidiosi, traghettati sulla riva opposta dalla barca di Flegiàs, i due entrano nella Città di Dite, dove sono puniti coloro "che l'anima col corpo morta fanno", cioè epicurei ed eretici in generale. Superata la città, il poeta e la sua guida scendono uno scosceso burrone (il Burrato), oltre il quale incontrano il terzo fiume infernale, il Flegetonte; questo fa parte del primo dei tre gironi in cui è diviso il VII cerchio, quello in cui sono puniti i violenti. All'interno del Flagetonte, un fiume di sangue bollente, scontano la loro pena i violenti verso il prossimo; oltre la sua sponda (che Dante e Virgilio raggiungono grazie all'aiuto del centauro Nesso, invece, trasformati in arbusti perennemente attaccati da delle bestie, stanno i violenti contro se stessi, cioè i suicidi e gli scialacquatori; mentre nell'ultimo girone, in una landa infuocata, stanno i violenti contro Dio, la Natura e l'Arte, ossia i bestemmiatori, i sodomiti e gli usurai. A quest'ultimo girone Dante dedicherà, molti versi, dal Canto XIV al Canto XVII.
Superato il VII cerchio, Dante e Virgilio, discesa una scoscesa ripa, raggiungono l'VIII cerchio, dove sono puniti i fraudolenti, il quale è diviso in dieci malebolge, fossati a forma di cerchi concentrici, scavati nella roccia e digradanti verso il basso, alla base dei quali si apre il Pozzo dei Giganti. Superate le bolge (nelle quali sono puniti, in ordine, seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti -tra cui Ulisse-, seminatori di discordie e falsari), i due accedono nel IX ed ultimo cerchio, dove sono puniti i traditori. Questo cerchio è invece diviso in quattro zone, coperte dalle acque gelate del Cocito; nella prima, chiamata Caina (da Caino, che uccise il fratello Abele), sono puniti i traditori dei parenti, nella seconda, la Antenorea (da Antenore, che consegnò il Palladio di Troia ai nemici greci), vi stanno i traditori della patria, nella terza, la Tolomea (dal re Tolomeo XIII, che al tempo di Cesare uccise il suo ospite Pompeo), si trovano i traditori degli ospiti, e infine nella quarta, la Giudecca (da Giuda Iscariota, che tradì Gesù), sono puniti, forse, i traditori verso la Chiesa e l'Impero.
Di quest'ultima zona vengono nominati solo tre peccatori, Cassio, Bruto e Giuda, la cui pena è quella di essere maciullati dalle tre bocche di Lucifero, che qui ha la sua dimora. Scendendo lungo il suo corpo peloso, Dante e Virgilio raggiungono una grotta, la natural burella, che li condurrà alla montagna del Purgatorio, alla base della quale usciranno poco dopo "a riveder le stelle".
Purgatorio [modifica]
| Per approfondire, vedi la voce Purgatorio (Divina Commedia). |
Usciti dall'Inferno attraverso la burella, Dante e Virgilio si ritrovano nell'emisfero australe terrestre (che si credeva interamente ricoperto d'acqua), dove, in mezzo al mare, s'innalza la montagna del Purgatorio, creata con la terra che servì a scavare il baratro dell'Inferno, quando Lucifero fu buttato fuori dal Paradiso dopo la rivolta contro Dio. Usciti dal cunicolo, i due giungono su una spiaggia, dove incontrano Catone Uticense, che svolge il compito di guardiano del Purgatorio. Dovendo cominciare a salire la ripida montagna, che si dimostra impossibile da scalare, tanto è ripida, Dante chiede ad alcune anime qual è il varco più vicino; sono questi la prima schiera dei negligenti, i morti scomunicati, che hanno dimora nell'antipurgatorio. Assieme a coloro che tardarono a pentirsi per pigrizia, ai morti per violenza (tra i quale Dante trova il concittadino Sordello, che farà loro da guida fino alla porta del Purgatorio) e ai principi negligenti, infatti, essi attendono il tempo di purificazione adatto che permetterà loro di accedere al Purgatorio vero e proprio.
Giunti alla fine dell'Antipurgatorio, superata una valletta fiorita, i due varcano la porta del Purgatorio; questa è custodita da un angelo recante in mano una spada fiammeggiante, e preceduta da tre gradini, il primo di marmo bianco, il secondo di una pietra scura e il terzo in porfido rosso. L'angelo, seduto sulla soglia di diamante e appoggiando i piedi sul gradino rosso, apre loro la porta tramite due chiavi, una d'argento e una d'oro, che aveva ricevute da San Pietro, e i due poeti si addentrano nel secondo regno.
Il Purgatorio è diviso in sette cornici, dove le anime scontano i loro peccati per purificarsi prima di accedere al Paradiso. Al contrario dell'Inferno, dove i peccati si aggravavano maggiore era il numero del cerchio, qui alla base della montagna, nella I cornice, stanno coloro che si sono macchiati delle colpe più gravi, mentre alla sommità, vicino al Paradiso terrestre, i peccatori più lievi. Le anime non vengono punite in eterno, e per una sola colpa, come nel primo regno, ma scontano una pena pari ai peccati commessi durante la vita.
Nella prima cornice, Dante e Virgilio incontrano i superbi, nella seconda gli invidiosi, nella terza gli iracondi, nella quarta gli accidiosi, nella quinta gli avari e i prodighi. In questa cornice i due viaggiatori incontrano l'anima di Stazio (che Dante riteneva convertito al cristianesimo), il quale si era macchiato in vita di eccessiva prodigalità; poiché proprio in quel momento egli, dopo cinquecento anni di espiazione, aveva sentito il desiderio di assurgere al Paradiso, si offre di accompagnare i due fino alla sommità del monte, attraverso le cornici sesta, dove espiano le loro colpe i golosi, e settima, dove stanno i lussuriosi. Qui i tre devono attraversare un muro di fuoco, oltre il quale si diparte una scala, che accede al Paradiso terrestre. Giunti qui, il luogo dove per poco dimorarono Adamo ed Eva prima del peccato, Virgilio e Dante si devono congedare, poiché il poeta latino non è degno di guidare il toscano fin nel Paradiso, e sarà Beatrice a farlo.
Quindi Dante si imbatte in Matelda, la personificazione della felicità perfetta, precedente al peccato originale, che gli mostra i due fiumi Letè, che fa dimenticare i peccati, ed Eunoè, che restituisce la memoria del bene compiuto, e si offre di condurlo all'incontro con Beatrice, che avverrà poco dopo. Dopo aver bevuto le acque del Letè e poi dell'Eunoè, infine, Dante segue Beatrice verso il terzo ed ultimo regno: il Paradiso.
Paradiso [modifica]
| Per approfondire, vedi le voci Paradiso (Divina Commedia) e Cieli del Paradiso. |
Libero da tutti i peccati, adesso Dante può ascendere al Paradiso e, accanto a Beatrice, vi accede volando ad altissima velocità. Il Paradiso è composto da nove cerchi concentrici, al cui centro sta la Terra; in ognuno di questi cieli, dove risiede un pianeta diverso, stanno i beati, più vicini a Dio a seconda del loro grado di beatitudine. Ma le anime del Paradiso non stanno meglio o peggio, e nessuno desidera una condizione migliore di quella ha, poiché la carità non permette di desiderare altro se non quello che si ha; Dio, al momento della nascita, ha donato secondo criteri inconoscibili ad ogni anima una certa quantità di grazia, ed è in proporzione a questa che essi godono diversi livelli di beatitudine.
Nel primo cielo, quello della Luna, stanno coloro che mancarono ai voti fatti; nel secondo, il cielo di Mercurio, risiedono coloro che in Terra fecero del bene per ottenere gloria e fama, non indirizzandosi al bene divino; nel terzo cielo, quello di Venere, stanno le anime degli spiriti amanti, nel quarto, il cielo del Sole, gli spiriti sapienti, nel quinto, il cielo di Marte, gli spiriti militanti dei combattenti per la fede, e nel sesto, il cielo di Giove, gli spiriti giusti.
Giunti al settimo cielo, quello di Saturno, Beatrice non sorride più, come invece aveva fatto finora; il suo sorriso, infatti, da qui in poi, a causa della vicinanza a Dio, sarebbe per Dante insopportabile alla vista, tanto luminoso risulterebbe. In questo cielo risiedono gli spiriti contemplativi, e da qui Beatrice innalza Dante fino al cielo delle Stelle fisse, dove non sono più ripartiti i beati, ma nel quale si trovano le anime trionfanti, che cantano le lodi di Cristo e della Vergine Maria, che qui Dante riesce a vedere; da questo cielo, inoltre, il poeta osserva il mondo sotto di sé, i sette pianeti e i loro moti e la Terra, piccola e misera in confronto alla grandezza di Dio. Quindi, dopo un ultimo sguardo al pianeta, Dante e Beatrice assurgono al nono cielo, il Primo Mobile o Cristallino, il cielo più esterno, origine del movimento e del tempo universale.
In questo luogo, sollevato lo sguardo, Dante vede un punto luminosissimo, contorniato da nove cerchi di fuoco, vorticanti attorno ad esso; il punto, spiega Beatrice, è Dio, e attorno a lui stanno i nove cori angelici, divisi per quantità di virtù. Superato l'ultimo cielo, i due accedono all'Empireo, dove si trova la rosa dei beati, una struttura a forma di anfiteatro, sul gradino più alto della quale sta la Vergine Maria. Qui risiedono i più grandi santi e le più importanti figure delle Sacre Scritture, come Sant'Agostino, San Benedetto, San Francesco, e inoltre Eva, Rachele, Sara e Rebecca.
Da qui Dante osserva finalmente la luce di Dio, penetrandola con lo sguardo, fino a congiungersi con Lui, e vedendo così la perfetta unione di tutte le realtà, la spiegazione del tutto nella sua grandezza. Nel punto più centrale di questa grande luce, Dante vede tre cerchi, le tre persone della Trinità, il secondo del quale ha immagine umana, segno della natura umana di Cristo. Quando egli tenta di penetrare ancor più quel mistero, l'intelletto gli viene meno, e la sua anima si placa, beata com'è in quell'armonia che gli dona la visione di Dio.
Data di composizione [modifica]
Non conosciamo con esattezza in che periodo Dante scrisse ciascuna delle cantiche del suo capolavoro e gli studiosi hanno formulato ipotesi anche contrastanti in base a prove e indizi talvolta discordanti. In linea di massima la critica odierna colloca:
- L'inizio della stesura dell' Inferno nel biennio 1304-1305 oppure in quello 1306-1307, in ogni caso dopo l'esilio (1302). Salvo l'eccezione del riferimento al papato di Clemente V (1305-1314), spesso indicato come un possibile ritocco post-conclusione, non vi si trovano accenni a fatti successi dopo il 1309. Al 1317 risale la prima menzione in un documento (un registro di atti bolognese, con una terzina dell'Inferno copiata sulla copertina), mentre i manoscritti più antichi che ci sono pervenuti risalgono al 1330 circa, una decina di anni dopo la morte di Dante.
- La scrittura del Purgatorio secondo alcuni si accavallò con l'ultima parte dell'Inferno e in ogni caso non contiene riferimenti a fatti accaduti dopo il 1313. Tracce della sua diffusione si riscontrano già nel 1315-1316.
- Il Paradiso viene collocato da 1316 al 1321, data della morte del poeta.
Non ci è pervenuta nessuna firma autografa di Dante, ma sono conservati tre manoscritti della Commedia copiati integralmente da Giovanni Boccaccio, il quale non si servì di una fonte originaria, ma di manoscritti a loro volta copiati. Si deve anche immaginare che Dante si spostò molto in vita per via dell'esilio, quindi non potendo portarsi dietro molte carte è probabile che i manoscritti originali si disperdessero sin dalle prime diffusioni.
Struttura [modifica]
La Divina Commedia è composta da tre cantiche suddivise complessivamente in cento canti: la prima cantica (Inferno) comprende 34 canti, le altre due 33 ciascuno. Il primo canto dell'Inferno viene considerato un prologo a tutta l'opera: in questo modo si ha un canto iniziale più 33 canti per ciascuna cantica.
Tutti i canti sono scritti in terzine incatenate di versi endecasillabi. La lunghezza di ogni canto va da un minimo di 115 versi ad un massimo di 160; l'intera opera consta complessivamente di 14.233 versi. La Divina Commedia è dunque superiore in lunghezza sia all' Eneide virgiliana (9.896 esametri), sia all' Odissea omerica (12.100 esametri).
La Commedia è anche una drammatizzazione della teologia cristiana medievale, arricchita da una straordinaria creatività immaginativa.
Si distingue tra:
- Struttura cosmologica
- Struttura dottrinale
Struttura cosmologica [modifica]
La struttura testuale della Commedia coincide esattamente con la rappresentazione cosmologica dell'immaginario medievale. Il viaggio all'Inferno e sul monte del Purgatorio rappresentano infatti l'attraversamento dell'intero pianeta, concepito come una sfera, dalle sue profondità alle regioni più elevate; mentre il Paradiso è una rappresentazione simbolico-visuale del cosmo tolemaico.
L'Inferno era rappresentato all'epoca di Dante come una cavità di forma conica interna alla Terra, allora concepita come divisa in due emisferi, uno di terre e l'altro di acque. La caverna infernale era nata dal ritrarsi delle terre inorridite al contatto con il corpo maledetto di Lucifero e delle sue schiere, cadute dal cielo dopo la ribellione a Dio. La voragine infernale aveva il suo ingresso esattamente sotto Gerusalemme, collocata a 90° rispetto al semicerchio di 180° formato dalle terre emerse.
La metà marina della Terra si estendeva invece su tutta la semisfera opposta al continente euroasiatico. Agli antipodi di Gerusalemme, e quindi al 90° della semisfera acquea, si ergeva l'isola montagnosa del Purgatorio, composta appunto dalle terre fuoriuscite dal cuore del mondo all'epoca della ribellione degli angeli. In cima al Purgatorio, che peraltro era una creazione recente dell'immaginario cristiano legata alla necessità di giustificare la dottrina delle indulgenze, Dante colloca il Paradiso terrestre del racconto biblico, il luogo terrestre più vicino al cielo.
Il Paradiso è strutturato secondo la rappresentazione cosmologica nata all'epoca ellenistica con gli scritti di Tolomeo, e risistemata dai teologici cristiani secondo le esigenze della nuova religione. Nel suo rapimento celeste dietro l'anima di Beatrice, Dante attraversa dunque i nove cieli del cosmo astronomico-teologico, al di sopra dei quali si distende il Pleroma infinito (Empireo) in cui ha sede la Rosa dei Beati, posti a diretto contatto con la visione di Dio.
Ai nove cieli corrispondono nell'Empireo i nove cori angelici che, col loro movimento circolare intorno all'immagine di Dio, provocano il relativo movimento rotatorio del cielo a cui ciascuno di essi è preposto - questo secondo la dottrina dell'Atto Puro o Primo Mobile desunta dalla Metafisica di Aristotele.
La struttura cosmologica della Commedia è strettamente connessa alla struttura dottrinale del poema, per cui la collocazione dei tre regni, e, al loro interno, l'ordine delle anime (ovvero delle pene e delle grazie), corrisponde a precisi intendimenti di ordine morale e teologico.
In particolare, la topografia dell'Inferno comprende i seguenti luoghi:
- Un ampio vestibolo o Antinferno, dove vengono puniti coloro che nessuno vuole, né Dio né il demonio: gli ignavi.
- Il fiume Acheronte, che separa il vestibolo dall'inferno vero e proprio.
- Una prima sezione costituita dal Limbo, immerso in una tenebra perenne.
- Una serie di cerchi meno scoscesi in cui patiscono i peccatori incontinenti.
- La città infuocata di Dite, le cui mura circondano la voragine finale.
- Il cerchio dei violenti in cui scorre il fiume sanguigno del Flegetonte.
- Un burrone scosceso, che dà all'ottavo cerchio, chiamato Malebolge: il cerchio dei fraudolenti.
- Il pozzo dei Giganti.
- Il lago ghiacciato di Cocito, dove sono immersi i traditori.
La topografia del Purgatorio è invece così strutturata: un Antipurgatorio, costituito da una spiaggia, su cui vengono traghettate le anime dall'angelo nocchiero che le preleva alla foce del Tevere, e da una valletta fiorita; specularmente all'Inferno, in essa attendono di iniziare la loro purificazione i negligenti, i tardi cioè a pentirsi. Il purgatorio vero e proprio è un monte scosceso, formato da ampi dirupi e cerchi rocciosi, a ciascuno dei quali è preposto un angelo guardiano. Sulla cima del monte c'è il Paradiso terrestre, che ha l'aspetto di una foresta rigogliosa, popolata di figure allegoriche.
I nove cieli del Paradiso sono i sette del sistema tolemaico - Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno - più il cielo delle Stelle fisse e del Primo Mobile.
Struttura dottrinale [modifica]
La struttura dottrinale coincide con l'impianto teologico-filosofico proprio della poetica di Dante. La complessità degli schemi adottati dal poeta richiede che la materia venga trattata in apposite voci di approfondimento.
Cronologia [modifica]
Le date in cui Dante fa svolgere l'azione della Commedia si ricavano dalle indicazioni disseminate in diversi passi del poema.
Il riferimento principale è Inferno XXI, 112-114: in quel momento sono le sette del mattino del sabato santo del 1300, 9 aprile. L'anno è confermato da Purgatorio II, 98-99, che fa riferimento al Giubileo in corso. Tenendo questo punto fermo, in base agli altri riferimenti si ottiene che:
- alla mattina dell'8 aprile, venerdì santo, Dante esce dalla "selva oscura" e inizia la salita del colle, ma viene messo in fuga dalle tre fiere e incontra Virgilio.
- al tramonto, Dante e Virgilio iniziano la visita dell'Inferno, che dura esattamente 24 ore e termina quindi al tramonto del 9 aprile. Nel superare il centro della Terra, però, i due poeti passano al "fuso orario" del Purgatorio (12 ore di differenza da Gerusalemme e 9 ore dall'Italia), per cui è mattina quando essi intraprendono la risalita, che occupa tutto il giorno successivo.
- all'alba del 10 aprile, domenica di Pasqua (oppure del lunedì 11 aprile, a seconda che le 12 ore di fuso orario si contino in avanti o all'indietro), Dante e Virgilio iniziano la visita del Purgatorio, che dura tre giorni e tre notti: all'alba del quarto giorno, 13 o 14 aprile, Dante entra nel Paradiso Terrestre e vi trascorre la mattina, durante la quale lo raggiunge Beatrice.
- a mezzogiorno, Dante e Beatrice salgono in cielo. Da qui in avanti non vi sono più indicazioni di tempo, salvo che nel cielo delle stelle fisse trascorrono circa sei ore (Paradiso XXVII, 79-81). Considerando un tempo simile anche per gli altri cieli, si ottiene che la visita del Paradiso duri due-tre giorni. L'azione terminerebbe quindi il 15 o 16 aprile.
Tematiche e contenuti [modifica]
- Personale universale (redenzione dell'umanità)
- Autobiografico: redenzione dell'anima del poeta dopo il periodo di traviamento (selva oscura)
- Redenzione politica: l'umanità con la guida della ragione (Virgilio) e dell'impero raggiunge la felicità naturale (Paradiso terrestre = giustizia e pace)
- Redenzione religiosa: la guida della fede (Beatrice), porta alla felicità soprannaturale (Paradiso)
Dante rappresenta cielo e terra, ma la terra trova nel poema una rappresentazione nuova, una profonda comprensione della realtà umana. In Dante è presente un modo nuovo e disincantato di percepire la storia, il racconto storico abbraccia il corso dei secoli con la storia dell'impero romano e cristiano, delle lotte fiorentine tra Bianchi e Neri, una larga considerazione prospettica della storia della Chiesa e della storia contemporanea del Papato.
L'osservazione della natura è accurata e armoniosa, accentuata nel suo valore prospettico, ricca e determinata. Le note geografiche e visive si succedono.
Il paragone è lo strumento con cui il poeta ritrae il reale mediante un intreccio di notazioni varie e reali. La natura dantesca scaturisce sempre da un riferimento personale ed è, non di rado, attratta nell'orbita drammatica della rappresentazione. Tutto in Dante ha un valore soggettivo, il poema non è solo la storia dell'anima cristiana che si volge a Dio, ma anche la vicenda personale di Dante, inestricabilmente intrecciata agli avvenimenti che narra. Dante è sempre attore e giudice.
Il carattere autobiografico prevale nella poesia rende Dante, la profezia religiosa e politica, si sviluppa su un terreno di esperienze personali, dichiaratamente espresse, e di aspirazioni precise. Dante sovrappone la profezia ai fatti concreti e non li dimentica, né insegue sogni vaghi e irrealizzabili di rinnovamento come i profeti medievali, infatti il suo vagheggiamento di un rinnovamento religioso, morale e politico ha obiettivi ben precisi: una ritrovata moralità della Chiesa, la restaurazione dell'Impero, la fine delle lotte civili nelle città.
L'allegoria e la concezione figurale sono il fondamento del poema ed il segno più scoperto del suo medievalismo; il mondo è raffigurato suddiviso: da un lato la realtà storica e concreta, dall'altro il sopramondo, ossia il significato della realtà storica trasferita sul piano morale e su quello ultraterreno. Il costante riferimento al sopramondo attesta la subordinazione medievale di ogni realtà a un fine morale e religioso. Siffatta subordinazione è rigida e imperante e nell'assoluto valore dell'allegoria, nella fedeltà ai modi e allo stile ereditati dalla letteratura precedente è il medievalismo di Dante.
Modelli e fonti [modifica]
Lingua e stile [modifica]
Dante non si può scindere dalla tradizione poetica provenzale, come dalla poesia provenzale non si può separare lo Stil Nuovo di cui Dante fu insigne rappresentante. Stile e linguaggio danteschi derivano da modi caratteristici della letteratura latina medievale: la giustapposizione sintattica (brevi elementi successivi) cesure, stacchi, uno stile che non conosce la fluidità e il modo mediato e legato dei moderni. Dante ama l'espressione concentrata, il rilievo visivo e rifugge dai legami logici, il suo linguaggio è essenziale. A differenza di Petrarca che utilizzava un linguaggio puro e semplice caratterizzato da un ristrettissimo numero di parole, un unilinguismo.
Studi e fonti [modifica]
Sull'istruzione di Dante la ricerca è tuttora aperta; quasi sicuramente non frequentò regolarmente un'istituzione di studi superiori, e tuttavia la sua opera dimostra perfetta conoscenza delle discipline delle Arti, insegnate come base comune a tutte le facoltà universitarie. È stata avanzata l'ipotesi di suoi contatti con un gruppo di filosofi averroisti bolognesi. Quasi sicuramente studiò la poesia toscana, nel momento in cui la Scuola poetica siciliana, un gruppo culturale originario della Sicilia, stava cominciando ad essere conosciuta in Toscana. I suoi interessi lo portarono a scoprire i menestrelli ed i poeti provenzali e la cultura latina.
Evidente è la sua devozione per Virgilio (Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,/ tu se' solo colui da cu'io tolsi/ lo bello stilo che m'ha fatto onore, Inferno v. 79 canto I)) anche se la Divina Commedia mette in gioco una complessa tradizione classica e cristiana esaltando la cultura del Nostro; volendo ricordare alcune fonti si può iniziare dal verso 32 dell'Inferno "Io non Enea, io non Paulo sono" in cui sono presentati i due testi chiave sui quali si basa la sua opera: l'Eneide, (in particolare il canto VI) e la seconda Lettera ai Corinzi di s.Paolo, là dove racconta del suo rapimento estatico.
Numerosi altri testi agiscono sulla fantasia di Dante, dal Commentario di Macrobio al Somnium Scipionis (su una parte del libro VI della Repubblica di Cicerone), in cui viene narrata la visione delle sfere celesti e la dimora delle grandi anime, all'Apocalisse di S. Giovanni, come la meno nota Apocalisse apocrifa di s.Paolo (condannata da S.Agostino, ma molto diffusa nel basso Medioevo) che contiene alcune descrizioni delle pene infernali e la prima generica definizione dell'esistenza del Purgatorio. Il tema della visione ebbe grande fortuna nel Medioevo, e molti di questi racconti d'esperienze mistiche erano note a Dante, come la Navigatio sancti Brendani, la Visio Tungdali e i Dialoghi di s.Gregorio Magno. Anche la coeva escatologia ebraica sembra essere stata presente a Dante: in particolare, si pensa abbia potuto leggere le opere di Hillel da Verona, che trascorse gli ultimi anni della sua vita a Forlì, morendovi poco prima dell'arrivo di Dante in quella città.
Molto spesso è Dante, presentando i vari autori nella sua opera, a lasciare una visione superficiale della sua biblioteca; ad esempio, nel cielo del Sole (canti X e XII) del Paradiso incontra due corone di spiriti sapienti, e tra questi mistici, teologi, canonisti, filosofi vi si ritrova Ugo di San Vittore, Graziano, Pietro Lombardo, Gioacchino da Fiore ecc.
Altre fonti più recenti e di più superficiale incidenza nella Divina vanno considerati i rozzi poemetti di Giacomino da Verona (De Ierusalem coelesti e De Babilonia civitate infernali) il Libro delle tre scritture di Bonvesin de la Riva, con la descrizione dei regni dell'Aldilà, e la Visione del monaco cassinese Alberico.
Sulla biblioteca classica di Dante ci si deve accontentare di deduzioni interne ai suoi testi, delle citazioni dirette e indirette che essi contengono; si può affermare che accanto al nome di Virgilio compaiono Ovidio, Stazio e Lucano, cui seguono i nomi di Tito Livio, Plinio, Frontino, Paolo Orosio, che già erano presenti, con l'aggiunta di Orazio e l'esclusione di Stazio, nella Vita Nuova (XXV, 9-10), così ci si accorge che questi erano i poeti più diffusi e più letti nelle scholae medievali lasciando aperta l'ipotesi di una loro frequentazione da parte di Dante.
Questioni teologiche [modifica]
Cattolicesimo [modifica]
Molti teologi e critici letterari nel corso dei secoli hanno ipotizzato l'ispirazione divina della Divina Commedia e il realismo del viaggio oltremondano. Da notare, secondo storici novecenteschi, l'attinenza tra l'Inferno dantesco e quello che sarebbe stato visto dai pastorelli dell'Apparizione di Fatima. In prospettiva più larga, si è notevolmente discusso, nel Novecento, sulla possibilità che Dante considerasse se stesso un profeta, e ritenesse di aver veramente ricevuto una visione del mondo oltremondano. A favore dell'ipotesi, si sono pronunziati, tra gli altri, Etienne Gilson, Bruno Nardi e Raffaello Morghen, John Freccero; contro, permane ancora l'autorità di Michele Barbi.
Le "fonti islamiche" [modifica]
È possibile che Dante sia stato ispirato dai vari "Libri della Scala" (ossia "della Scalata [al Cielo]") di elaborazione islamica. Nel suo viaggio mistico notturno (isrā') narrato nel Corano, Maometto avrebbe avuto l'opportunità di vedere dapprima le pene inflitte ai dannati, raggruppati in "gironi" infernali e sottoposti a una pena logicamente connessa in qualche misura, seppure a contrario, con il delitto o il peccato commesso. A tale esperienza sarebbe poi seguita la sua ascesa (miʿrāj) attraverso i sette cieli fino ad arrivare al cospetto di Dio. Questi isra e miraj produssero un enorme interesse nel mondo islamico e un vasto quantitativo di libri sull'argomento. Dalle originali redazioni in lingua araba si ebbero presto le prime versioni nei volgari della lingue romanze derivate dal latino.
Dante potrebbe aver avuto conoscenza diretta di questi libri, ed è quindi possibile che ne sia rimasto in qualche modo influenzato. L'ipotesi - inizialmente avanzata dal grande studioso Miguel Asín Palacios - suscitò acceso scandalo fra i dantisti ma, nell'immediato secondo dopoguerra, accorse in aiuto dell'ipotesi la dottrina di Enrico Cerulli, il massimo esperto di cultura etiopistica nell'Italia dell'epoca e uno dei massimi studiosi dell'Islam. Cerulli riuscì a rintracciare i tramiti fra le versioni in volgare castigliano e le versioni in volgare toscano del XIII secolo, identificando nel notaio Bonaventura da Siena l'autore della traduzione toscana, forse nota al Sommo Poeta. L'ipotesi ha ricevuto però dure critiche, in particolare da parte di Bruno Nardi.
Voci correlate [modifica]
Metrica [modifica]
Personaggi citati [modifica]
Contenuti [modifica]
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Inferno
- Canto I - Canto II - Canto III - Canto IV - Canto V - Canto VI - Canto VII - Canto VIII - Canto IX - Canto X - Canto XI - Canto XII - Canto XIII - Canto XIV - Canto XV - Canto XVI - Canto XVII - Canto XVIII - Canto XIX - Canto XX - Canto XXI - Canto XXII - Canto XXIII - Canto XXIV - Canto XXV - Canto XXVI - Canto XXVII - Canto XXVIII - Canto XXIX - Canto XXX - Canto XXXI - Canto XXXII - Canto XXXIII - Canto XXXIV
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Purgatorio
- Canto I - Canto II - Canto III - Canto IV - Canto V - Canto VI - Canto VII - Canto VIII - Canto IX - Canto X - Canto XI - Canto XII - Canto XIII - Canto XIV - Canto XV - Canto XVI - Canto XVII - Canto XVIII - Canto XIX - Canto XX - Canto XXI - Canto XXII - Canto XXIII - Canto XXIV - Canto XXV - Canto XXVI - Canto XXVII - Canto XXVIII - Canto XXIX - Canto XXX - Canto XXXI - Canto XXXII - Canto XXXIII
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Paradiso
- Canto I - Canto II - Canto III - Canto IV - Canto V - Canto VI - Canto VII - Canto VIII - Canto IX - Canto X - Canto XI - Canto XII - Canto XIII - Canto XIV - Canto XV - Canto XVI - Canto XVII - Canto XVIII - Canto XIX - Canto XX - Canto XXI - Canto XXII - Canto XXIII - Canto XXIV - Canto XXV - Canto XXVI - Canto XXVII - Canto XXVIII - Canto XXIX - Canto XXX - Canto XXXI - Canto XXXII - Canto XXXIII
Bibliografia [modifica]
- Commenti della Divina Commedia:
- Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Le Monnier 1988.
- Anna Maria Chiavacci Leonardi, Zanichelli, Bologna 1999.
- Emilio Pasquini e Antonio Quaglio, Garzanti, Milano 1982-20042.
- Natalino Sapegno, La Nuova Italia, Firenze 2002.
- Vittorio Sermonti, Rizzoli 2001.
- Francesco Spera (a cura di). La divina foresta. Studi danteschi. D'Auria, Napoli 2006.
Altri progetti [modifica]
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Collegamenti esterni [modifica]
- Sito su Dante a cura della Società Dantesca Italiana, contiene un'estesa bibliografia e l'elenco dei manoscritti esistenti, (alcuni dei quali sono visibili on-line in riproduzioni facsimili
- Concordanze per forma della Divina Commedia
- Audiolibro Lettura integrale della Divina Commedia in MP3 (licenza Creative Commons)
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