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| Voci dal Carcere |
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| Storia di Maria, ragazza colombiana
innocente Ha vinto una battaglia, dimostrando di essere stata ingiustamente coinvolta in una storia di traffico di droga, ora deve lottare per dimostrare che è anche una buona madre di Laura Caputo, agosto 2006 Casa circondariale di Modena Per raccontare la storia di questa ragazza colombiana passata nel carcere di Modena, bisogna cominciare dall’inizio, altrimenti non si potranno sfatare tutte le idee preconcette che la sua origine e la sua vicenda certamente susciteranno. È arrivata in Europa con la sua famiglia che aveva solo undici anni. Da qualche anno abita a Parigi. Lì ha conosciuto un giovanotto seducente e affettuoso, anche lui colombiano. Hanno vissuto insieme, hanno avuto due bambine, poi recentemente si sono separati. Naturalmente i contatti sono rimasti intatti, perché si può cessare di essere conviventi, ma non genitori. Almeno così pensava lei, Maria. |
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| Un piccolo appartamento affittato
con l’aiuto dei Servizi Sociali francesi dovuto per legge alle madri single.
Un lavoro part-time, un po’ di vestiti colombiani rivenduti in Francia
guadagnando di che vivere. Maria va perfino a scuola: presto la figlia
maggiore frequenterà le elementari e lei non vuole essere da meno, vuole che
il suo francese sia all’altezza, proprio come quello di una nativa. Il suo ex-convivente si riavvicina. “In fondo si potrebbe ritentare – pensa lei – le mie bambine hanno diritto a un padre a tempo pieno”. Sono giovani, tutto sommato i motivi che li hanno separati non sembrano essenziali, così, quando lui propone una bella gita a Venezia – una specie di viaggio di nozze che non hanno mai fatto – Maria è felice e acconsente. Naturalmente porta con sé le bambine di quattro e cinque anni. Si fermano a Modena. Li aspetta la polizia: una breve perquisizione individua ben sei chilogrammi di cocaina malamente nascosti nella ruota di scorta. Le bambine vengono affidate a un centro di accoglienza e i genitori finiscono in carcere: doveroso. Passano cento giorni, durante i quali il Tribunale dei Minori di Bologna decreta la sospensione temporanea della patria potestà per ambedue i genitori: altro provvedimento doveroso, quindi comprensibile. Poi il processo, che permette di chiarire l’innocenza totale di Maria. Lui, il padre delle bimbe e ex convivente, reo confesso e pienamente responsabile di avere trascinato la famigliola nella tragica avventura, naturalmente viene condannato. Tutti a questo punto penseranno che Maria possa uscire, recuperare le sue bimbe, tornare a Parigi e cercare di dimenticare la brutta avventura. Ebbene è proprio a partire da questo preciso momento che la vicenda merita di essere raccontata. Il decreto che sospende la patria potestà ai genitori per affidare la bambina ai Servizi Sociali del Comune di Modena non è ancora stato revocato: senza questo atto, nulla di ciò che parrebbe normale è possibile. Maria è in una città sconosciuta, ospitata caritatevolmente da un gruppo di suore perché rifiuta di andarsene senza le sue bimbe: fra rinvii, vacanze e altro passa un mese e mezzo. Finalmente l’udienza: nessuno è ansioso perché pare talmente ovvio che il Giudice dei Minori non vorrà aggiungere, al danno, la beffa. E c’è la sentenza del Tribunale Penale, avverso la quale il Sostituto Procuratore nemmeno si è appellato, parendogli equa. Insomma, quel tale che rappresenta la pubblica accusa, quello che ha indagato per capire esattamente come sono andate le cose, si ritiene soddisfatto, quindi l’assoluzione di Maria ha perfino la sua implicita benedizione. C’è anche un altro fatto: i Servizi Sociali francesi seguono da tempo la mamma e le due bimbe, una di nazionalità francese fra l’altro, con piena soddisfazione. Verrebbe dunque da pensare: non c’è reato commesso sul suolo italiano, sono tutte e tre residenti regolarmente a Parigi, perché non dovrebbe essere permesso a loro di tornare a casa? Ebbene, no. Il Giudice del Minori si oppone, superando la sentenza penale e senza fornire alcuna prova, sostenendo che – da parte di Maria – ci potrebbe essere stato concorso passivo nel traffico di droga, non perseguibile penalmente, ma moralmente riprovevole. Decreta dunque che, se vorrà stare accanto alle figlie, dovrà accettare di essere ospitata in una casa famiglia affinché si possa studiare il suo comportamento materno nel tempo e magari rieducarla. E la sua casa a Parigi? E il suo lavoretto? E la sua vita? E le bimbe che non capiscono nulla di quanto è successo e si rifiutano di rivolgerle la parola finché non le riporterà a casa? Non importa: Maria ha il torto di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, come si dice. Ha il torto che le sia accaduto in Italia, dove la Giustizia spesso è forte con i deboli e debole con i forti. |
| Donne straniere poco aiutate Ci sono Stati che non si accontentano di riaccogliere i loro cittadini, ma li indagano e a volte li incarcerano per il medesimo reato Un paio di mesi fa una detenuta della Casa Circondariale di Forlì ci ha richiesto del materiale sul lavoro in carcere e sulle cooperative sociali. Noi non ci siamo limitati a spedirle i documenti, le abbiamo anche chiesto se per caso era interessata a collaborare con il nostro giornale, scrivendo qualcosa sulla realtà in cui è costretta a vivere. Detto, fatto. Un paio di settimane dopo ci è arrivato l’articolo, che pubblichiamo molto volentieri. Se la cosa non avesse spiacevoli implicazioni anche per quanto riguarda la permanenza in carcere, ci augureremmo che questo sia solo il primo passo di un lungo e proficuo rapporto di collaborazione. Invece auspichiamo che Laura diventi un esempio per molti altri che sono detenuti, lavorano o entrano come volontari nelle altre carceri italiane. Il loro apporto sarebbe prezioso per "allargare" i nostri orizzonti. Di Laura Caputo, settembre 2003 Cercavo un argomento che potesse interessare tutti, non la solita descrizione del solito carcere o un modo spiritoso di presentare me e le mie compagne, giocherellavo con il computer che mi è stato concesso di usare e che - di solito - rimane chiuso nella sala adibita ai corsi. Aprivo documenti, senza trovarvi altro che banali esercitazioni di scrittura, fino a quando - datata di due anni fa e rimasta chissà come in memoria -, ho trovato questa "lettera" indirizzata a nessuno e a tutti, come la bottiglia che il naufrago abbandona all’oceano, augurandosi che sia ripescata da chi può offrirgli aiuto. "La vita in carcere già dura lo è, ancora di più per le straniere. Si fa fatica con la lingua nei rapporti con la giustizia e gli avvocati. Non si riesce a comprendere con precisione il penale. Quando si crea l’opportunità di godere di misure alternative, come permessi premio, semi - libertà ecc. non riusciamo ad usarle. Che differenza c’è fra le detenute straniere e quelle italiane in relazione al godimento di questi privilegi? Ma ciò che più ci angoscia è a fine pena, l’espulsione eventuale: una che non vuole assolutamente tornare al suo paese cosa può fare?". Queste parole sono state scritte da qualcuno che non conosco, un anno prima dell’entrata in vigore della Bossi-Fini (legge 189 del 30.07.2002): oggi la situazione è peggiorata. Non si possono qui affrontare tutte le sfaccettature del problema, numerosissime e ciascuna dipendente da una diversa autorità, alcune certamente irrisolvibili perché generate da situazioni di fatto alle quali non si può umanamente ovviare: l’incomprensione della lingua italiana e la totale ignoranza delle nostre leggi non può essere colmata che da interventi di alfabetizzazione e di cultura generale che danno risultati solo a medio termine. Ma nessuno ha la bacchetta magica ed è giusto così. Invece, non mi ero mai resa conto, prima di finire in carcere anch’io, dell’enorme disparità di trattamento che la legge n. 217 (20.07.90) riserva a carico degli indagati extracomunitari . Se è vero che chiunque delinqua sul territorio dello Stato sarà giudicato secondo il medesimo codice, è pur vero che il cittadino straniero, privo di mezzi economici e non regolarmente residente, non avrà di fatto alcun diritto ad essere patrocinato gratuitamente. Dovrà avvalersi della difesa tecnica di un avvocato nominato d’ufficio e presente soltanto alle udienze, spesso diverso ogni volta, non al corrente dell’iter pregresso, poco interessato e distratto. Non gli si può imputare nulla, a questo difensore che - seppure volesse discutere con il patrocinato di una linea di difesa - andrebbe a scontrarsi con l’invalicabile muro della lingua: l’interprete è disponibile gratuitamente solo durante gli interrogatori e le udienze. Vero è che una sentenza della Cassazione, a interpretazione autentica della legge che regola la concessione del gratuito patrocinio, propone un’applicazione meno rigida di questa, enunciando, in sostanza, che lo straniero non residente può beneficiarne se il suo Consolato, sollecitato dagli organi competenti, dichiarerà che lo straniero in questione è nullatenente anche nel suo paese d’origine. Questa procedura, per la sua lentezza, ha qualche senso soltanto se l’indagato si è reso colpevole di gravissimi reati ed è realizzabile esclusivamente quando le nazioni di provenienza sono burocraticamente ben organizzate. Funziona pochissimo - o per nulla - a favore di coloro i quali sono imputati di delitti la cui pena edittale non supera, nel massimo, 6 anni e quindi prevedono una durata massima della custodia cautelare di 6 mesi. Olena, ucraina, in balìa di leggi incomprensibili e avvocati assenti Un esempio, tratto dalle sezione. Olena C., di nazionalità ucraina, arriva il 22 dicembre 2002 con l’imputazione di tentata estorsione. Per un mese, malgrado i numerosi tentativi di approccio verbali e mimici, rimane totalmente muta: non è afasica, semplicemente non parla e non capisce una parola di italiano. Poi si sblocca e ne pronuncia una decina: ciao, sì, no, sigaretta, grazie. L’avvocato d’ufficio che l’ha assistita al momento della convalida è totalmente assente. Indagare sull’esistenza di una difesa mi prende altri due mesi ed è reso possibile solo da due righe (in italiano) che le arrivano dal difensore in questione e che mi tende, non capendoci nulla. In sostanza, dicono: "Sarebbe bene che lei richiedesse il rito abbreviato, ma prima dobbiamo parlare della mia parcella. Come pensa di risolvere questo problema?". Non avendo i mezzi per "risolvere il problema" in prima persona, proponiamo un’istanza per la concessione del gratuito patrocinio. La risposta - negativa - si fa attendere solo quattro giorni. Qualcuno dirà che questa decisione poteva e doveva essere impugnata. È un’opinione che condivido, ma come si presenta un’impugnazione senza avvocato? Alla cieca, Olena richiede il giudizio abbreviato attraverso ufficio matricola. Le viene concesso. A questo punto, la sua difesa, è diventata - per me, italiana - una questione di principio, di onore. Ne ho parlato in giro, spiegando la situazione ogni volta da capo, ricevendo i commenti più disparati e, finalmente, un aiuto: un avvocato di Forlì si è offerto di patrocinare Olena gratuitamente. Lo ha fatto poi, nel migliore dei modi, ovviando con un gesto personale ad una inadeguatezza della legge. Il problema resta però aperto, né si può pretendere che il volonteroso avvocato difenda la metà delle extra - comunitarie che approdano nella C.C.F. di Forlì, sprovviste di mezzi economici. In ogni caso rimarrebbero le altre centinaia, arrestate in giro per l’Italia. Per tutte, dopo l’eventuale condanna e la parziale o totale espiazione della pena, la Bossi-Fini effettivamente prevede un unico destino: l’espulsione verso il paese d’origine. E là, si potrebbe pensare, come in un mostruoso gioco dell’oca ritorneranno al punto di partenza. Invece no. Alcuni stati, quali la Romania, non si accontentano di riaccogliere i loro cittadini, ma li indagano e - qualche volta - li incarcerano per il medesimo reato. Tale è la vicenda di Melinda D., rumena, imputata, condannata ed espulsa. Aveva promesso di scrivere a tutte e il suo silenzio ci stupiva. È arrivata una lettera, due mesi dopo la sua partenza: si scusava, Melinda, del non averci tempestivamente inviato sue notizie, ma era stata tradotta direttamente dall’aeroporto al carcere, dove era stata isolata per sessanta giorni, con la medesima imputazione per la quale era già stata condannata in Italia. Allora non so rispondere all’appello che ha motivato queste righe, né credo sappiano tanti, anche politicamente impegnati, che poco sento esprimere il proprio dissenso, forse non consapevoli della gravità di accettare supinamente una legge che contravviene all’articolo 2 della Costituzione Italiana, laddove enuncia che "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo… e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". |
| Sono esattamente 801 giorni che sto
rinchiusa qui! Due anni, tre mesi e dieci giorni, un botto di ore e una cifra incredibile di minuti, per non parlare dei secondi! Poco? Tanto? Bah: forse semplicemente troppo! In copertina si legge un necrologio per il grave lutto per la perdita "del caro Garçon", ma Garçon in realtà è più vivo che mai: è il giornale dei ragazzi dell’Istituto Penale Minorile di Casal del Marmo, in crisi per mancanza di finanziamenti, ma certo non di idee. Accogliamo allora l’appello dei giovanissimi redattori e degli operatori, che ci chiedono di dar loro una mano. E lo meritano davvero, un aiuto, perché sono una straordinaria finestra aperta su un mondo complesso, quello dei giovani in difficoltà. Per crederci, basta leggere le testimonianze di Veronica, tratte dall’ultimo numero. Di Veronica, marzo 2003 Chi sono? Chi siete? Il buio fuori non mi permette di riconoscervi, il buio dentro non mi lascia capire chi sono io. Dicono che mi chiamo Veronica, ho 19 anni e, a parte qualche problema, diagnosticato da un paio di psichiatri, beh, a parte questo sono nella norma! C’è chi dice che sono buona, chi dice che sono cattiva… ma io questa sera vi dico che sono solo aria, aria che passa sopra a tutto, sono aria di montagna, a volte lieve e piacevole e poi d’un tratto forte, spietata e assolutamente distruttiva. Potrei anche dirvi che sono solo fuoco, caldo e accogliente e improvvisamente immenso e devastante. Forse sono solo un sogno che spera di non essere più tramutato in incubo. Domani mattina forse sarò un fiore, una pozzanghera, chi può dirlo? La cosa assolutamente certa è che non permetterò mai più, per nessun motivo al mondo, che qualche estraneo entri nei miei segreti e decida quello che sono. È assolutamente impossibile riuscire a capire una persona mettendosi a spiarla da dietro un vetro! lo forse non conosco molte cose di me, ma voglio essere libera di decidere quando capirle e soprattutto libera di decidere se e da chi farmi aiutare! Per ora so solo che sono Veronica, ho 19 anni e vorrei tanto essere solo aria per scappare via… happy freedom. Discorso ai fantasmi Salute, sono ancora qui in questa stracavolo di palazzina, in questa stramaledetta cella, e vi dico che sto cappottando dal sonno! E voi che cavolo leggete? Non vi hanno insegnato a farvi una bella pila di cavoli vostri? Dai scherzo, sto più skleratica del solito questa sera, sopportatevi i miei pacchi e se non vi va, cambiate pagina, di sicuro non mi metterò a piangere. Visto che non ho niente da fare vi farò un elenco delle mie cose preferite. Non ho voglia di dividerle quindi troverete persone, canzoni, posti, profumi, tutti mischiati, se vi sta bene ok, se no ciao! Nicola, perché è troppo il mio angelo custode - Stand by me - Polly, perché mi fa venire i brividi ogni volta che la sento - Il profumo della pioggia - Plinky, perché è tutto peloso - The end, perché sì - Il profumo dei mandarini perché mi sa di Natale - La mia casa di montagna perché lì c’è tutta la mia vita - Il cimitero del mio Paese, perché lì ci sono le due stelle più belle - La neve - L’odore della vernice - Paolo, perché mi ha insegnato a tirare fuori l’orgoglio - Le candele, perché anche a mio zio piacevano - Il vento dritto in faccia - L’acqua Ci sarebbe pure un’altra cosa ma se la scrivo iniziano a tirarmi delle storie allucinanti quindi faccio finta di niente. E poi non ho più voglia di scrivere perché ho scritto una schifezza… voglio farmi una doccia calda e soprattutto vorrei poterci stare sotto almeno mezz’ora (qua è un miracolo se riesci ad avere acqua tiepida per 5 minuti), e voglio una coperta, non ‘sti cartoni, e adesso mi fermo perché l’elenco è troppo lungo! So che "voglio" non si dice, però cavolo fa freddo! Se almeno potessi avere un po’ di vodka, … ah! ah! Alla mia educatrice si saranno drizzati i capelli, dai che scherzo! Mi sa che vi saluto perché è proprio brutto ‘sto bao di articolo! Happy freedom. Vortice di idee, pensieri e parole Tic! Tac! Tic! Tac… Estate, autunno, inverno, primavera, si avvicinano i vent’anni. La porta si è chiusa quando ne avevo quasi 17, e aspettando che si riapra resto qui e faccio finta di vivere! No, non è vero faccio molto di più ma siccome in questo periodo sto un po’ grigia e mi fa tutto schifo non riesco ad essere molto obiettiva. La nicotina entra, mi annerisce un po’ i polmoni e poi esce, leggera… Come se non fosse successo niente. Tic! Tac! Tic! Tac… Estate, autunno, inverno, primavera, le ore che si bloccano, quel maledetto calendario che non cambia mai pagina, e mentre fuori tutto corre, qua il tempo si è fermato sempre a un giorno! (…) È mercoledì sera, sul muro davanti a me ci sono le foto di Hicham, un ragazzo che stava qui. Guardandole mi viene in mente come stavo i primi tempi. Stavo male, certo, però allo stesso tempo stavo meglio, c’erano le persone da conoscere, il posto da capire, e c’era la voglia di raccogliere tutti i pezzettini di me. Adesso, invece, c’è solo bisogno di andare lontano dalle persone, che ormai sono sempre le stesse, voglia di correre oltre le mura, via da qui e via da me, perché più vado avanti e meno mi sopporto, e tutti quei pezzettini che riattacco si scollano in continuazione. Questa sera mi sopporto anche meno del solito. C’è qualcosa dentro di me che proprio non mi va giù, a volte mi capita di avere un bisogno incredibile di vedere la mia immagine riflessa allo specchio, così, solo per controllare se sono ancora io, e in questo modo riesco a non sentire più quella cosa dentro. È un po’ come quando si è ubriachi e guardandosi allo specchio ci si vede mezzi deformati, ecco dentro io ho qualcosa di simile, una Veronica deforme, che proprio non va d’accordo con quella che so di essere. Uffa! Mi sono inoltrata in una roba troppo complicata e rileggendo mi sono accorta che non è proprio così che volevo dire certe cose, vabbè, prendetele per buone, in fondo se le ho scritte un briciolo di verità ci sarà! Mi raccomando non combinate troppi danni, fatevi una bella dormita e vivetevi ogni giorno con la consapevolezza che domani potreste essere solo polvere... Che poi non è tanto brutto visto che anche le stelle sono fatte di polvere! La Fuga (…) Ci sono un sacco di modi per fuggire: col pensiero, con le droghe, con l’alcool o, a volte, commettendo un reato, e ci sono anche molte cose dalle quali si può fuggire, si può scappare da una famiglia troppo finta, da uno squallido Paese, dalle vecchiette che spiano dalle finestre, dai problemi che non si vogliono affrontare, ed è facile, basta chiudere il cuore in un cassetto e imparare ad andare avanti a testa alta senza badare troppo a chi ci sta intorno. So che è una brutta cosa da dire ma se veramente si vuole fuggire non si può star troppo a pensare e poi purtroppo, per noi esseri feriti bisogna imparare a ferire. Questa è una cosa che ho appreso un sacco di tempo fa! Ho imparato anche che c’è una cosa da cui non si può proprio fuggire: la Coscienza, e credetemi è il peggior Giudice che esista. lo, con la mia, litigo, più o meno, tutti i giorni, ma niente, lei continua a parlare, parlare… Se qualcuna sa come si fa a scappare da questa roba che ci accompagna sempre spero che me lo faccia sapere perché io sto proprio al limite!! Anche questa volta sono arrivata al "lieto fine". "Lieto" perché mi sono proprio stufata di rileggere quello che scrivo e accorgermi di essere sempre più scollegata. Finisco qui perché se vado avanti mi rinchiudo da sola in una camicia di forza! Buona notte e happy freedom a tutti! E ricordatevi che l’importante è non farsi schiacciare mai. Depressione Sono proprio depressa. Questa cavolo di palazzina mi sta troppo stretta, oggi più che mai! È venerdì, sono esattamente 801 giorni che sto rinchiusa qui! Due anni, tre mesi e dieci giorni, un botto di ore e una cifra incredibile di minuti, per non parlare dei secondi! Poco? Tanto? Bah: forse semplicemente troppo! Qui ho visto ragazze piangere per settimane… Vabbè, meglio cambiare argomento. Sono nella "mia" Cellina e sto per accendermi l’ennesima sigaretta, non so che cavolo scrivere ma siccome le alternative non sono molte scriverò ancora… Non so bene cosa comunque… meglio di niente! Se può interessare a qualcuno, in questo momento sto ascoltando "Little by little" degli OASIS, Malina sta litigando con lo stereo e basta, le altre non so cosa fanno perché non le vedo. Sta musica non mi piace però mi costa fatica alzarmi e cambiare canale, voglio un telecomando! A parte che oggi mi stanco solo a respirare! Help! Voglio andare a farmi un giro a Milano, voglio le paranoie della mia cosa (cugina), voglio il Luchino, il China, il Cippo, il Dema, il Niko, il Bonji, il Guido, il Figo, la Monza, la Nonora, l’Annina, il Clara, il Sascha e il Rasche, tutta la gente della Boggia, le … … … sotto la banca, le attaccate con la Debba, l’autostop con la mia sore a Madesimo, al freddo e al gelo! Chiedo troppo? Mi sa proprio di sì! Ma giura che non passa mai? Durano cinquanta ore ‘ste giornate! Sono le 16:55 aiuuuuuuuto! (…) Lettera per lei "Non può piovere per sempre", lo sappiamo tutte e due ma è in sere come queste, che i temporali sembrano eterni, e di sere come questa, nell’ultimo periodo ce ne sono troppe. Ci vorrebbe l’arca di Noè per raccogliere ogni animale bagnato e stanco, ci vorrebbe almeno un raggio di sole per scaldarti le ossa. "Non può piovere per sempre". Quante volte ce lo siamo dette io e te, ma è davvero così? Sono vere le parole che ci lanciamo come se fossero palloncini? Io so solo che il mio ombrello si è bucato e l’acqua adesso mi cade sulla testa, e niente riesce più ad asciugarmi. "Non può piovere per sempre". Sono due anni che ce lo ripetiamo come un’assurda filastrocca, sembra una favoletta per bambini, ma io e te bambine non lo siamo più da troppo tempo. In queste sere, però, è bello far finta di credere a quelle favole e pensare che veramente i temporali finiscono e che il Principe Azzurro arriva e ti salva. "Non può piovere per sempre". Dimmelo che è così, caz… dimmi che, se ci affogo in quest’alluvione, troverò la tua mano che mi tirerà fuori e mi farà respirare. Milena, "Non può piovere per sempre". Crediamoci ancora per un po’ e poi cambieremo filastrocca, ma non ti preoccupare: un’illusione e una speranza per andare avanti la troveremo sempre! E, solo per te tutto questo, per te che sai quello che è stato, quello che è, e hai paura di quello che sarà! Milena, lo sai che tanto io ci sono e ogni volta che vorrai sarò pronta a dirti che "Non può piovere per sempre" e insieme a te ci spererò, perché "la speranza è l’ultima a morire". Buona notte d’acqua, amica mia, spero che almeno non sia pioggia, ma solo lieve rugiada che al mattino risplenderà. |
| "Il mio nome non scriverlo, mi
raccomando. Ho troppa paura" Storia di Vera, prima costretta a prostituirsi in Italia, poi ricacciata in Albania e ora in carcere in Italia Storia raccolta da Laura Caputo, novembre 2003 Carcere di Forlì. Vera è arrivata alla Casa Circondariale Femminile di Forlì due mesi fa: indossava l’uniforme bianca e il copricapo necessari alla sua professione e, malgrado i suoi soli ventun anni, aveva lo sguardo duro di chi, della vita, ha già sperimentato troppi aspetti negativi. Con sfida ci aveva detto: "Ho preso un anno e mezzo, ma fra pochi giorni esco". Invece è ancora qui e, con mille timori e ripensamenti, ha accettato di raccontare la sua storia. "Il mio nome non scriverlo, mi raccomando. Ho troppa paura. Sono albanese, nata e cresciuta a Durazzo. Avevo appena compiuto sedici anni e stavo andando a scuola, prendevo lezioni private di italiano perché l’Italia era il mio sogno. Speravo di venirci un giorno, quando sarei stata grande, e volevo essere pronta. Una mattina presto, mentre camminavo con i miei libri sotto al braccio, si è fermata una macchina, ne sono scesi tre uomini, mi hanno afferrato in malo modo e mi hanno sbattuto dentro. Ho fatto appena in tempo a vedere la mia roba per terra, poi mi hanno narcotizzata. Sì, forse ho gridato, ma in quel periodo l’Albania era come il Far West, la gente non ci faceva caso. Mi sono svegliata nella periferia di un’altra città, in una brutta casa diroccata un po’ distante dalle altre. C’erano già tre ragazze: erano state rapite come me e fecero presto a spiegarmi come funzionava. Se obbedivi ciecamente ti lasciavano stare, al minimo dissenso ti riempivano di botte. Ho pianto a lungo. Poi ho capito che non serviva a nulla. Così, quando mi hanno portata al gommone, ho camminato spedita e sono stata zitta. Siamo sbarcati su una spiaggia vicino a Bari. C’erano alcune auto ad aspettarci. Auto italiane, guidate da italiani, scrivilo. Ci hanno accompagnati a Torino senza intoppi, in un appartamento dove già c’erano altre ragazze che lavoravano. Sì, sulla strada: e dove sennò? Anche lì violenze, botte e minacce. Avevamo tanta paura che abbiamo preso il passaporto falso che ci hanno fornito, l’abbiamo messo nella borsetta e ci siano adeguate senza fiatare. Dopo qualche mese ci hanno fermate, come succede spesso. Ci hanno portate al Commissariato, identificate e segnalate. Sui miei documenti c’era scritto che avevo ventisei anni: non hanno avuto dubbi, non se ne sono accorti che avevo dieci anni di meno. Già, come mai? Forse erano stanchi. Dopo questo episodio i nostri… come si chiamano… padroni ci hanno cambiato i passaporti, ci hanno caricate in macchina e ci hanno portate a Genova. Città diversa, stesso appartamento, stessa vita sulla strada, dieci-dodici ore al giorno. E paura, tanta paura. Era già un anno che durava quando un giorno successe che un cliente mi vide piangere. Mi chiese, si interessò e io gli raccontati tutta la storia. Aveva cambiato faccia, era diventato tutto rosso dalla rabbia. Mi spiegò che era un poliziotto e che era sposato, ma che, se promettevo di dimenticarmi la sua faccia e il suo nome, mi avrebbe aiutata. Ho avuto fiducia. Tanto, che poteva accadermi di peggio? Mi ha portato dalle suore e mi ha lasciata lì. Mi hanno aiutata, certo. Ero incinta, ho abortito. Dopo un po’ di tempo, quando mi sono rimessa, mi hanno rimandata a casa mia. I miei avevano denunciato il rapimento e mi avevano cercata dappertutto. È scoppiato uno scandalo enorme: altre quaranta ragazze sono andate in tribunale a raccontare una storia simile alla mia e ad accusare le stesse persone. Chissà quante altre non hanno trovato il coraggio di farlo. I tre sono stati processati e condannati: avevano rubato, estorto, contrabbandato e ucciso. Hanno preso centinaia di anni di carcere. I nomi? I nomi no, non te li dico, ho ancora paura. I loro amici sono ancora in giro, che ti credi? Dopo tutto questo, io a casa non ci potevo rimanere: in Albania, se non sei vergine, non ti vuole più nessuno. Sono tornata in Italia appena ho compiuto i diciotto anni. Documenti regolari, lavoro regolare, una casa, un uomo. Stavo anche diventando brava nel mio mestiere: i miei datori di lavoro, gente onesta e gentile, erano come una seconda famiglia. Non desideravo niente altro. Poi un giorno di due mesi fa è arrivata la polizia e mi ha arrestata: ero stata condannata in contumacia per il passaporto falso che mi avevano sequestrato a Torino cinque anni prima. Capisci? Ho cercato di spiegare cosa era accaduto, ma non mi ascolta nessuno". Sembra infatti che nessuno sia in grado di "ascoltare" Vera. Per meglio dire, nessuno sembra in grado di mostrare il volto clemente della Giustizia a una giovane donna che ha già sofferto abbastanza. Forse la legge non lo permette, perché oggettivamente una condanna c’è, e chiedere una revisione del processo esige una lunga e burocraticamente complicata trasmissione di atti giuridici albanesi. Intanto Vera aspetta che le sia concesso l’affidamento con la calma di chi ne ha viste di peggio. "Se non me lo danno, chiedo l’espulsione. Cos’altro posso fare? Significa che per me, in Italia, una vita normale non è possibile". Per raccontare questa storia ho usato nomi fittizi e inserito volontariamente alcune imprecisioni: la paura di Vera è reale. Non meglio precisati "mafiosi albanesi" hanno già attentato tre volte alla vita di suo padre, rimasto in Albania. La sua famiglia è stata minacciata e lei è ancora terrorizzata da ciò che le è successo cinque anni fa. Inoltre uno dei tre rapitori è ancora latitante. Si dice che non si trovi più in Europa, ma chissà? |
| "Sono una ragazza che di entrate e uscite dal carcere ne ha vissute molte" La solitudine che può attanagliare alla gola durante il primo giorno di libertà Dalla redazione femminile di Microcosmo, il giornale della Casa Circondariale di Verona, ci arriva "un resoconto crudo di una situazione ai margini". La situazione di una donna la cui vita è scandita dal carcere, dentro e fuori, dentro e fuori. La sensazione che trasmette questa testimonianza è l’angoscia: non c’è gioia nel finire la pena, ma solo paura di trovarsi soli. In giorni di tristi silenzi sull’indulto, con giochi continui al ribasso, ecco l’unico tema serio che meriterebbe davvero più attenzione: quello di un investimento per dare un’opportunità di vita diversa a chi ha finito la pena. Di A. P., luglio 2003 Sono una ragazza che di entrate e uscite dal carcere ne ha vissute molte, e ogni volta in maniera diversa. Ricordo il primo ingresso, un incubo. Si parla ancora del vecchio Campone (precedente sede del carcere inserito in una struttura austriaca) ed è stato proprio lì che sono andata; mi hanno accolta due suore che allora vivevano dentro l’Istituto. Ho seguito la prassi di routine con la "perquisa", ma la vera accoglienza l’ho avuta da amiche che prima di allora avevo visto solo in stato di libertà: mi sembrava come se fossi andata a trovarle. La permanenza è durata tre anni, visitando anche altri istituti: dal "lager" di Belluno al Grand Hotel della Giudecca. Sono uscita con l’ultimo indulto alle 18 di una vigilia di Natale. Andando a casa mi è preso un attacco di panico. Era buio come nelle sere d’inverno e ricordo i fari delle macchine che sembrava mi venissero addosso. Fino ad allora avevo vissuto in un posto "protetto" ed ora dovevo attraversare una strada: quello che viene fatto automaticamente in una situazione ordinaria per me rappresentava una difficoltà. Anche dentro casa tutto mi sembrava strano, in particolare i piatti di ceramica pesanti ed i bicchieri in vetro; per tutto quel tempo trascorso in carcere avevo avuto contatto solo con oggetti in plastica o carta, senza pericolo di romperli o danneggiarli, con un peso diverso da quelli in uso nelle case, e con sensazioni al tatto tali per cui mi sorprendevo nell’usare materiali di spessore, temperature e consistenze non più consueti. Anche il territorio era cambiato, dei campi avevano ceduto il posto a centri commerciali: questo è l’aspetto visivo della libertà. L’ultima volta che sono stata in carcere è durata due anni. Quando sono uscita mi ero ormai abituata e non facevo più attenzione a nuove case costruite o altri cambiamenti tecnologici. La solitudine, come una morsa, mi attanagliava alla gola per l’intero primo giorno di libertà. Tutte le amicizie che avevano riempito la mia vita in quegli anni erano rimaste in carcere. Ero sola. Mi mancava da morire lo scambio di una parola, anche la confusione e gli strilli. Il silenzio mi faceva sempre più pensare alla mia solitudine. Ho cercato lavoro ma avevo la sorveglianza e un brutto timbro dietro la carta d’identità: "polizia anticrimine"; ma chi mi poteva assumere?! Sono ritornata di nuovo in carcere e mi dico: "Altro giro, altro regalo", e avanti così… fino a quando? |
| Donne dentro Riflessione sulla carcerazione femminile Dignità, progetti, reinserimento Una mostra fotografica e un convegno a Carpi. È stata una delle poche, pochissime occasioni nelle quali si è parlato di donne detenute di Carla Chiappini, giornalista, responsabile della redazione del giornale della Casa Circondariale di Piacenza "Altre donne. Viaggio nella carcerazione femminile": una mostra di settanta immagini che provano a raccontare dal di dentro la vita delle detenute. La mostra, realizzata dai fotografi Francesco Cocco e Marco Cattaneo, è il risultato di una ricerca approfondita basata sull’osservazione della realtà quotidiana della vita in carcere, i pasti, il lavoro, il rapporto con i figli piccoli rinchiusi con le madri (al nido del carcere di Rebibbia a Roma), e sulle ripetute conversazioni con le detenute delle carceri di Modena, Bologna, Opera, Roma, Messina e Trani. Il filo del racconto è tenuto dalla giornalista Jasmina Trifoni, autrice dei testi del libro che accompagna la mostra: uno studio che tocca anche i temi della sanità, della convivenza con i figli, delle risorse finanziarie per i progetti di recupero delle detenute, e che si avvale delle prefazioni della regista Cristina Comencini e dello scrittore Massimo Carlotto. "Riflessione sulla carcerazione femminile. Dignità, progetti, reinserimento": è stato un convegno agile e ricco di spunti; promosso dalla Commissione Pari Opportunità del Comune di Carpi per presentare al pubblico la mostra fotografica "ALTRE DONNE. Viaggio nella carcerazione femminile". Ha spiegato il significato dell’iniziativa, l’11 marzo a Carpi, con un intervento preciso e appassionato, Daniela De Petri, vice-presidente della Commissione Pari Opportunità di Carpi e responsabile del progetto della mostra fotografica che, partito con l’obbiettivo di affrontare la realtà di due penitenziari quali la Casa di Reclusione di Opera (Mi) e la Casa Circondariale di Modena, si è successivamente esteso ad altri istituti: Rebibbia a Roma, Dozza a Bologna e i due istituti di Messina e Trani. "Si è trattato di un viaggio in un paese sconosciuto", ha raccontato Daniela De Petri, "che ci ha visti impegnati a Opera due giorni la settimana per circa tre mesi a condividere l’intera giornata con le donne detenute, partecipando a tutti i vari momenti, dall’aria ai pasti alle attività ricreative e lavorative. Un periodo indimenticabile in cui si sono creati rapporti di autentica stima con le persone ristrette, quasi tutte con lunghe pene. Molto differente, e forse più difficile da affrontare, la situazione delle due Case Circondariali di Modena e Bologna, dove le pene da scontare sono più brevi e la necessità di fare progetti è molto forte, essendo vicino il momento della scarcerazione. Significativa anche l’esperienza vissuta con le detenute del Nido di Rebibbia, quasi tutte donne rom con i loro bambini con cui abbiamo trascorso quattro giornate dalla mattina alla sera. Di queste persone abbiamo notato la bella intelligenza, la relazione strettissima con i figli con cui vivono un rapporto quasi simbiotico e, purtroppo, lunghe e reiterate storie di carcerazione per cui si può parlare proprio del fenomeno definito della "porta girevole". A Messina e Trani, infine, abbiamo avuto un’accoglienza calorosa e indimenticabile. lI grande successo di quest’iniziativa trova evidente conferma nel centinaio di liberatorie firmate da altrettante donne detenute, che hanno accettato di essere pubblicamente presenti nelle immagini di questa mostra; hanno avuto fiducia in noi e hanno condiviso l’idea di testimoniare una situazione difficile che, tuttavia, potrebbe essere cambiata". Daniela De Petri ha chiuso il suo intervento con un caldo invito: "Al Volontariato, alle organizzazioni politiche e sociali, agli imprenditori chiediamo di "forzare" l’inviolabilità del carcere perché attraverso la contaminazione tra dentro e fuori si può pensare a un reinserimento sociale meno ostico e disagiato". Leda Colombini, della Associazione "A Roma insieme", ha raccontato invece l’impegno che la sua Associazione porta avanti dal 1990 nella sezione femminile del carcere di Rebibbia. Punto centrale è il progetto che prevede l’accompagnamento settimanale del sabato pomeriggio all’esterno per i bimbi "rinchiusi" con le mamme nel nido. Questo impegno si colloca nella direzione di "limitare i danni" che la detenzione genera nei bimbi da 0 a tre anni, costretti in spazi ristretti con orizzonti tanto ravvicinati da causare danni alla vista oltre che al naturale sviluppo della fantasia. Leda Colombini ha ricordato come, nel corso degli anni, si sia rafforzata la fiducia delle mamme detenute nei confronti dell’Associazione al punto che, attualmente, già nel primo sabato successivo all’arresto, le donne affidano i piccoli per una passeggiata all’esterno. In particolare resta impressa nella memoria la frase di una bimba rom di due anni e mezzo che, guardandosi intorno nella stanza da letto di una volontaria, esclama: "Ma come è bella la tua cella!". E il commento di un bimbo che non aveva mai visto il mare: "Ma chi ha rovesciato tutta quest’acqua?". In Italia esiste la Legge n° 40 dell’8 marzo 2001, che prevede precisamente le "Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori"; una legge molto importante che avrebbe dovuto permettere alle mamme di bimbi da 0 a tre anni di crescere i propri figli fuori dalle mura del carcere. Purtroppo questa legge non ha trovato adeguate applicazioni e ancora oggi molti bambini condividono con le mamme le restrizioni della detenzione. L’unico aspetto positivo di questa situazione pesante nonché piuttosto incivile, è la forte rete di solidarietà che si è creata all’esterno con tante famiglie disponibili ad ospitare i bambini e alcune nonne dell’Auser di Pontassieve che da anni confezionano vestiti e maglioni per i piccoli di Rebibbia. Leda Colombini ha chiuso il suo intervento sottolineando la necessità di creare per queste mamme e per i piccoli un "clima di accoglienza" e di sostegno. Particolarmente forte è la necessità di aiuto da parte di quelle donne rom che, avendo deciso di cambiare vita, devono completamente sradicarsi dal loro ambiente, dal campo e anche dagli affetti più importanti. È seguita la riflessione di Francesca Scopellitti, assessore al Comune di Grosseto, che ha rilevato come la situazione delle carceri nel corso degli anni sia rimasta tristemente invariata, soprattutto perché nella politica penitenziaria ci vorrebbe un coraggio che non si trova facilmente. L’impegno per i detenuti in realtà non produce consensi; le strutture continuano a essere ai limiti della decenza e il problema del sovraffollamento deriva anche dalla mancata applicazione delle leggi che prevedono le misure alternative. Resta, comunque, fondamentale il "far conoscere" il carcere perché è la comunicazione che rende il carcere più trasparente. Luigi Manconi, presidente dell’associazione "A buon diritto", ha espresso il suo apprezzamento per la mostra fotografica che è "bellissima perché priva di pietismo e di buoni sentimenti, ma ricca di compassione nel senso etimologico della condivisione di un dolore. Le immagini, documentando una realtà così dura e particolare come il carcere, esprimono una tenace e ostinatissima volontà di resistenza. Nel luogo della totale spoliazione, ove si viene in tutti i modi indotti all’anonimato, la sola possibilità di sopravvivenza è data dalla conservazione della propria identità. Per questo il maquillage, il vestito, la pettinatura rappresentano la capacità di redenzione di queste donne, il loro affermare: "Questa persona sono io e non sono riducibile a una serialità". Ha poi proseguito, Luigi Manconi, sottolineando come, in tema di carcere, si scontrino due opposte categorie mentali, da un lato il coraggio e dall’altro il cosiddetto senso comune, e come, dal suo personale punto di vista, sia difficilmente accettabile non tanto la posizione degli intransigenti quanto piuttosto l’assenza di coraggio di coloro che, avendo maggiori aperture, di fatto non sostengono le proprie idee con alcuna convinzione. La ragione di tanta tiepidezza pare debba riferirsi all’opinione pubblica e, quindi, alla paura ancora una volta di perdere consensi difendendo una causa impopolare. Ritorna, nelle parole di Manconi, il leit motiv della giornata, l’esigenza sempre più impellente di far conosce la realtà della detenzione, di informare, di raccontare il carcere ai cittadini, sottolineando come in carcere i suicidi siano 19 volte più frequenti che fuori e come la gran parte di questi sia compiuta nei primi sei mesi di detenzione, da persone di un’età media di circa 30 anni che stanno scontando una pena per reati non gravi. Tutti buoni motivi per riproporre il tema del "difensore civico per le carceri", cioè di una figura esterna di vigilanza e mediazione tra custodi e custoditi che dovrebbe garantire a questi ultimi i diritti fondamentali troppo spesso misconosciuti all’interno dei penitenziari. Breve ma molto suggestivo l’intervento della regista-scrittrice Cristina Comencini che, premettendo di non aver alcuna conoscenza delle carceri, ha raccontato tutta la propria difficoltà di fronte all’impegno di scrivere una prefazione alla mostra fotografica. Solo guardando le foto sparpagliate sul suo letto si è sentita sufficientemente "dentro" la realtà della detenzione e ha potuto esprimere emozioni e sentimenti in una bella pagina del catalogo che si conclude con un grido: "Ricominciamo da capo, vi prego, tutto sarà diverso, dateci questa seconda volta, non dubitate di noi e saremo delle bambine felici e buone". Sono seguite alcune voci dalla realtà del carcere: il direttore della Casa Circondariale di Modena, il vice-direttore dell’istituto milanese di Opera, quindi sono intervenute due donne detenute con le loro esperienze di vita e di carcere. Alle battute finali il volontariato con Paola Cigarini del gruppo "Carcere-Città" di Modena ha espresso la forte esigenza di una "seria riflessione sul carcere e di un confronto sulle idee tra associazioni di volontariato", mentre Gianluca Borghi, assessore regionale ai Servizi Sociali dell’Emilia Romagna, ha riferito di una generale indifferenza nei confronti dei problemi delle persone detenute e della difficoltà di relazionarsi a livello istituzionale con il Ministero di Giustizia; ribadendo l’urgenza di un confronto chiaro sulle problematiche di maggiore attualità, in primis quella della salute in carcere e delle competenze rispetto a questo tema così delicato e controverso. L’intervento ha concluso la presentazione di una iniziativa, davvero molto densa e ricca d’interesse. Scrivo, dunque esisto "Con chi ti scrivi? Con le persone con le quali hai qualcosa in comune, lui è dentro tu sei dentro" Alle tre del pomeriggio alla Giudecca ci sono le donne in coda: è il momento in cui si ritira la posta. Una boccata d’aria fresca, che arriva dal mondo libero. Ma anche da quello "ristretto". Sì, perché ci sono prima di tutto corrispondenze tra detenuti e persone esterne, e poi ci sono, naturalmente, le corrispondenze da detenuti a detenute, persone che non si conoscono, ma si cercano perché hanno qualcosa di importante in comune: il carcere. Di lettere e di scrittura abbiamo parlato spesso in redazione, abbiamo anche pubblicato parecchi articoli, ma ci piace tornare sul tema per scoprirne degli aspetti nuovi. Emilia: Io ho avuto una corrispondenza con un detenuto, e tutto è cominciato quando mi è arrivata una lettera da uno sconosciuto. Succede sempre che c’è qualcuno che dà il tuo nome, un’amica, una compagna di cella. La prima lettera che ho ricevuto, io non ne sapevo nulla. Era stata una ragazza che è uscita poi, e non me lo aveva detto. A scrivermi era un uomo, è difficile che da carcere a carcere ti scrivi con una donna. L’uomo spesso cerca un punto d’appoggio in una donna, a volte scrive un po’ per scherzo, o per esercitare la fantasia, oppure per un reale scambio d’opinioni, un confronto con qualcuno che può capirlo, perché conosce bene la condizione in cui si trova. Antonietta (insegnante): Ma l’iniziativa parte sempre da loro? Dagli uomini? Gena: Dipende, a volte parte anche dalle ragazze. Per esempio, se io chiedo a Emilia se il suo corrispondente ha un compagno di cella interessato ad avviare uno scambio di lettere, allora la cosa parte da me. Ornella (volontaria): Il fatto che un detenuto cerchi come corrispondente una donna detenuta è anche logico, ho sentito dire da tanti che fuori le persone non sono in grado di capire certi problemi che hanno a che fare con l’essere stati in galera, e allora cerchi l’unica persona che può esserti vicina perché sta vivendo o ha vissuta la stessa esperienza, la stessa situazione. Giulia: A parte i casi, rari perché io ne ho trovati davvero pochi, di gente che entra una volta sola in galera, per il resto è logico che persone che conoscono il carcere frequenteranno persone che lo conoscono a loro volta e dunque si frequenteranno tra loro. È quasi inevitabile che il mondo con il quale hai a che fare fuori sia sempre quello, quello che ti ha portato per la prima volta in galera. E vale anche per le lettere, cerchi qualcuno che conosca la galera e quindi possa più facilmente sapere quello che stai vivendo. Emilia: Succede però anche che, dopo le prime lettere, uno cambi rapidamente i toni e cerchi di spingere il rapporto verso forme più possessive, a me è capitato, non mi conosceva neppure e dopo poco già mi considerava sua moglie. Massimo (insegnante): Ma il tono di queste lettere è generalizzabile? Cioè, queste corrispondenze seguono tutte questa pista? Due lettere e poi "ti amo", "sei mia moglie", è questo l’itinerario? Scrivono tutti per trovare la moglie che non hanno avuto o che non hanno più e imporre subito l’ordine, il comando in quanto uomini, fanno tutti così? Gena: Non sono tutti così, comunque una corrispondenza inizia di solito dall’amicizia, poi se tu vedi che non ti va perché lui sta uscendo dai binari, gli puoi dire basta. Massimo: Uscire dai binari per andare dove? Gena: Per andare da subito oltre l’amicizia. Ma di solito si parla solo di conoscersi meglio un domani quando si uscirà dal carcere, e tu comunque puoi mettere le cose in chiaro sin dall’inizio. Massimo: Il tono di queste lettere mi sembra abbastanza "patologico": uno che scrive a una persona che non conosce e che non ha mai visto, e dopo poche lettere già esprime un affetto, un amore potente, ha qualcosa di malato, io credo. E quali sono poi gli argomenti di queste lettere? Gena: In generale si scrive del carcere e di come ognuno se lo vive. Massimo: Ma si tratta di argomenti attinenti solo al carcere o anche altri? Nella società succedono molte cose, tutto questo si riflette in qualche modo nelle lettere? Gena: Si parla anche di cronaca, di articoli sui quotidiani, dipende dal tipo di corrispondenza che instauri dall’inizio. Se poi si vuole parlare di sesso… si parla di sesso. Sì certo, esiste anche questo tipo di lettere. Ma io sono limitata, non saprei cosa dire, a dover parlare di sesso per lettera. Ornella: Poco tempo fa è uscito un libro, che pare sia una corrispondenza vera tra una donna "libera" e un detenuto nelle carceri francesi, ed è tutto un crescendo di allusioni, dove di lettera in lettera aumenta sempre più la tensione sessuale. Non è poi così difficile giocare con la fantasia. Gena: Io qui ho letto delle lettere dove non ci si chiede neanche come stai, solo sesso. Svetlana: A me non piace avere una corrispondenza con persone che non conosco. Sono poche le persone con cui mi scrivo, e si tratta sempre di persone che ho incontrato, che conosco, con le altre, con gli sconosciuti ho tagliato subito. Per educazione ho risposto, e all’inizio si trovano sempre punti in comune, poi si inizia a parlare di sesso e io non ci riesco. Massimo: Ma allora c’è o no una tendenza diffusa ad instaurare un rapporto, che dopo una fase più o meno lunga va a finire sull’aspetto sessuale? Gena: Credo che per la maggior parte sia così, ma a volte si ha voglia più che altro di giocare. Nella cella dov’ero prima scrivevamo tutte le sere, tutte noi 13, e facevamo "comunione" anche della corrispondenza, una volta abbiamo fatto "socialità a distanza" scrivendoci tutte con una cella del maschile di Rebibbia, era come uno scherzo e ci si divertiva. Sandra: Io invece mi scrivo solo con amici fuori. Ornella: E non hai la sensazione che facciano fatica a capirti, dal momento che l’esperienza del carcere è troppo diversa da tutto il resto, troppo particolare perché uno fuori riesca a coglierne davvero tutte le sfumature? Sandra: No. Non saprei cosa scrivere a gente che non conosco, oltretutto descrivere la mia giornata qui dentro non lo faccio nemmeno con chi conosco, perché ho altre cose da scrivere. Gena: Perché non lo scrivi nemmeno a loro? Non è che c’è qualcosa di male a scrivere ad un amico come va qui. Sandra: Io non mi sono neanche permessa di dire che c’è qualcosa di male, io dico solo che per me è così, non mi va di raccontare come mi è andata la giornata, perché se magari gli dico che va tutto male loro fuori stanno ancora peggio per me e perché sanno che soffro. Gabriella (volontaria): Io volevo fare un’altra domanda: queste persone che scrivono sapete se sono per la maggior parte persone sole, se lo fanno per cercare qualcuno, o come si presentano? Giulia: Di sicuro non vengono a dirti che hanno quattro figli a casa da mantenere. Ornella: Io casualmente ho scoperto che un detenuto che conoscevo, sposatissimo con figli, aveva una corrispondenza con una detenuta della Giudecca, ma dubito che abbia raccontato la verità su di sé. Giulia: Sono certa che non l’abbia fatto. Ho avuto un’esperienza diretta con un mio amico, che scriveva a una mia compagna di cella, e per come lo conosco sapevo che raccontava più che altro frottole. Svetlana: Forse tutto questo succede perché non gli bastano le lettere delle mogli, sono banali. Ricordo uno che mi aveva chiesto se la compagna con cui l’avevo messo in contatto poteva scrivergli delle "lettere calde". Evidentemente aveva bisogno di inventarsi una vita diversa, di fuggire dalla realtà. Isabella: Io per esempio scrivo tutte le sere, ma scrivo poco ai miei e agli amici che avevo fuori quasi mai. Invece mi scrivo ogni giorno con un ragazzo, che è in carcere (da una vita), e che non conoscevo. Parliamo di tutto praticamente. Cosa faccio, cosa penso, cosa vorrei fare, passato e futuro. Massimo: Quando Isabella dice che si scrive tutti i giorni, mi fa riflettere. Ci sono molti pedagogisti che sostengono che la scrittura di sé, l’autobiografia, il diario quotidiano sono come una forma di cura, e sentire lei che scrive tutti i giorni mi fa pensare anche a un tentativo, più o meno cosciente, di cominciare a capirsi, a lavorare su di sé. Non è forse vero che la scrittura tira fuori e mette su carta, ben visibili, dei pensieri nascosti, anche confusi, e così permette a una persona, forse, di rendersi un po’ più chiare le cose? Io trovo però che questo parlare con qualcuno che ha la tua stessa esperienza non è tanto un confronto quanto un’affermazione di sé. Ornella: Però tu Isabella dici che con i tuoi amici di prima, quelli che sono fuori, hai più o meno smesso di scriverti, secondo te perché, c’è una spiegazione? Isabella: Ho visto che con loro non c’era l’amicizia di prima, il rapporto era cambiato totalmente, per cui ho smesso. Svetlana: A volte non è che fuori non sono più tuoi amici, però la vita va avanti. Anche io all’inizio pensavo male dei miei amici, ma non è così, loro vivono il tempo diversamente. Qui dentro il tempo si ferma, invece fuori va avanti. Allora tendi a scriverti con le persone, con le quali hai qualcosa in comune, lui è dentro tu sei dentro. Abbiamo gli stessi pensieri, la stessa realtà. Mi ricordo che le prime lettere che ricevevo da casa erano ricche, interessanti, perché non sapevo cos’era successo, e loro mi raccontavano tutto… dopo di che ti accorgevi che le lettere erano sempre più uguali, striminzite, e poi ti chiedevano: come mai non scrivi? Ma che ti racconto io di qui? Qui è sempre uguale, ogni giornata è uguale, non succede mai niente. Forse pensano anche loro: cosa le racconto? Meglio non raccontare troppo, per non farle male. Ed è vero, sto male sia per le cose belle sia per le brutte. Per esempio… c’è un matrimonio nella mia famiglia e sono contenta, però sto male perché ho perso tutte quelle belle cose, io non sono lì e quelle cose non si possono ripetere, e allora mi dispiace. Mi dico: la vita è fuori, non qui, e quando uscirò l’affronterò piano piano di nuovo, ora meglio non pensarci troppo. Isabella: Sì, però io mi aspetterei da fuori che mi raccontassero quello che succede. Giulia: Ma anche per quelli fuori le giornate spesso sono tutte uguali. Secondo me qui è il tempo che è percepito diversamente… pare statico. Il tempo è scandito, è pilotato dagli altri. Svetlana: A noi comunque è stata negata la libertà… il fatto di essere chiusi non mi fa immaginare che fuori sia tutto fermo come me lo vivo qui, è fuori che bene o male la vita continua… che tutto è in movimento. Antonietta: Noi stiamo parlando della corrispondenza, ma bisogna anche ricordarsi che fuori non si scrive più, si comunica tramite telefono, e-mail, SMS, etc.. La lettera scritta a mano è praticamente sparita. Quindi per una persona fuori è faticoso scrivere, perché non ci è più abituata. Svetlana: Dipende anche dal rapporto che hai con gli altri. Io ho avuto un’esperienza particolare: quando mio marito era dentro in carcere da tredici mesi e io ero fuori, non è passata una giornata che non gli abbia scritto, sebbene lo incontrassi a colloquio, e non scrivevo solo un foglietto, gli facevo dei romanzi. Massimo: Io ora però vorrei proporre un altro aspetto del problema. Un giorno, ragionando con un gruppo di donne qui alla Giudecca, veniva fuori la tematica della falsità, la falsità di rapporto che c’è spesso fra detenuti e con chi lavora in carcere o chi sta fuori. Questa falsità c’è anche nelle lettere? Svetlana: Sì, lo abbiamo detto prima, il foglio sopporta tutto, non ti vedo non mi vedi, posso scrivere tutto ciò che mi pare. Emilia: Io penso che a volte sia solo fantasia, non bugia. Un desiderio su cui fantastichi e ti autoconvinci talmente tanto che è reale, che per te è vero. Ornella: Ma la corrispondenza regge se uno dei due poi esce dal carcere a fine pena, e l’altro è ancora dentro? Giulia: Può succedere, di solito però non regge, nel tempo la frequenza diminuisce fino quasi a scomparire, fino ad essere sporadica. È più facile che uno esca e si faccia i fatti suoi, e appena rientra, se poi rientra, scrive di nuovo. Ci sono anche di quelli che, dopo essersi conosciuti via lettera, si sposano, che si amano, che diventano amici veramente, ma nella globalità di solito funziona che le storie terminano… fuori il tempo risucchia, fai altre cose ed è naturale che chi esce si scorda di chi è dentro. Non perché ti mette nel dimenticatoio, semplicemente perché non vive più questa realtà, ha bisogno di vivere la sua vita nuova ed è giusto che sia così. Ornella: E come mai invece c’è questo interesse fuori a scriversi con detenuti/e? Io nel sito mi ritrovo un sacco di richieste del tipo "vorrei corrispondere con un detenuto/a". Mi piacerebbe capire se voi vi siete fatte qualche idea in proposito. Emilia: Potrebbe anche essere voglia di sapere, interessamento per che cosa è il carcere, voglia di approfondire problemi che conosci poco. Giulia: Secondo me c’è qualcosa di malato, perché come puoi pensare che una persona "sana" cerchi un rapporto con una detenuta, soprattutto se poi la cosa sfocia nella direzione di amori in cui cominciano a venirti a trovare, a voler approfondire la conoscenza? Mi chiedo allora brutalmente: sei suonato? Con tutto quello che c’è fuori? Fuori la vita funziona, corre, perché una persona si costringe a fare la tua vita quasi immobile? Che senso ha? Non dico il marito, l’uomo, ma che uno sconosciuto libero si metta con una detenuta/o, scusate ma c’è qualcosa che non quadra. Massimo: Forse c’è da dire che esiste tutta una letteratura di grande successo che ci parla di un mondo diverso e questo mondo è affascinante, suscita curiosità. Ornella: Ma c’è anche un discorso, che non è banale, sulla solitudine, per cui uno fuori fa fatica a trovare amicizie e interesse da parte di altre persone… io vedo che si diventa sempre più pigri anche nei rapporti con gli altri, perché non hai tempo, perché insegui mille cose, per cui forse c’è bisogno di trovare attenzione in qualcuno, e l’idea che una persona che è in carcere ha tanto tempo ti fa pensare che ti presterà più attenzione. Giulia: Non è frustrante per una persona che vive fuori? Ornella: La capacità di ascolto è una dote che fuori ormai va sempre più riducendosi, e poi io metterei in conto anche il fatto che tu che sei in carcere stai facendo un’esperienza e vivi in un mondo diverso dal mio - quindi questo può essere un motivo di curiosità, anche di stimolo, perché no? In fondo mi fai addentrare in un mondo che io non conosco, mentre quello di fuori, quello che mi sta intorno, mi sembra di conoscerlo già tutto, e questa può essere un’altra componente. In effetti a volte qui si fanno delle discussioni che io fuori non riesco a fare, si mettono a confronto esperienze diverse che ti costringono a ripensare a cose alle quali avevi fatto l’abitudine, che non eri più nemmeno in grado di apprezzare. |