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http://www.maldamore.it/Perch%E8%20finisce%20un%27amore.htm PERCHE' FINISCE UN'AMORE Affronteremo la fine di un'amore o di qualsiasi altra relazione affettiva duale secondo tre visioni teoriche: quella d'origine empirica, e quella d'origine storico-evolutiva, quella d'origine psicanalitica. Visione d'origine empirica In questa visione , più legata alla ricerca empirica, è sottintesa l’idea che molto spesso le relazioni falliscano perché la scelta è stata fatta in base a quello che conta di più nell’immediato e non a quello che conta di più nel lungo periodo. Sternberg, Professore di psicologia e pedagogia a Jale, ha teorizzato, suffragato da alcune sue ricerche, un concetto di amore completo, sulla base di tre componenti fondamentali: l’impegno come componente cognitiva, l’intimità come componente emotiva e la passione come componente motivazionale dell’amore. Si può visualizzare l’amore come un triangolo in cui quanto maggiori sono impegno-intimità-passione, tanto più grande è il triangolo e più intenso l’amore. Da questa teoria scaturisce una tipologia collegata alla combinazione dei tre diversi fattori, dando luogo a otto possibili tipi di relazione. La prima è "l’assenza di amore": tutte e tre le componenti mancano; è la situazione della grande maggioranza delle nostre relazioni personali, casuali o funzionali. Il secondo tipo è la "simpatia". C’è solo l’intimità, si può parlare con una persona, parlare di noi, ci si riferisce ai sentimenti che si provano in una autentica amicizia e comporta cose come la vicinanza, il calore umano (ma non i sentimenti forti della passione e dell’impegno). Il terzo tipo è "l’infatuazione": quando c’è solo la passione. Quell’amore a prima vista che può nascere all’istante e svanire con la stessa rapidità. Vi interviene una intensa eccitazione fisiologica, ma senza intimità o impegno. La passione è come una droga, rapida a svilupparsi e rapida a spegnersi, brucia alla svelta e dopo un po’ non fa più l’effetto che si voleva: ci si abitua, arriva l’assuefazione. "L’amore vuoto" è il quarto tipo di relazione, dove l’impegno è privo di intimità e di passione: tutto quello che rimane è l’impegno a restare insieme. Un rapporto stagnante che si osserva talora in certe coppie sposate da molti anni: un tempo c’era l’intimità, ma ormai non si parlano più; c’era la passione, ma anche quella si è spenta da un pezzo. "L’amore romantico" è una combinazione di intimità e di passione (tipo Giulietta e Romeo). Più di una infatuazione, è vicinanza e simpatia, con l’aggiunta dell’attrazione fisica e dell’eccitazione, ma senza l’impegno, come un’avventura estiva che si sa che finisce. "Amore fatuo" è quello che comporta la passione e l’impegno, ma senza intimità. E’ l’amore da fotoromanzo: i due si incontrano, dopo una settimana sono fidanzati, e dopo un mese si sposano. S’impegnano reciprocamente in base all’attrazione fisica., ma dato che l’intimità ha bisogno di tempo per svilupparsi, manca il nucleo emotivo su cui può reggersi l’impegno. E’ un tipo d’amore che di solito non dà buon esito nel lungo periodo. "Sodalizio d’amore" è chiamato un rapporto d’intimità e impegno reciproco, ma senza passione. E’ come un’amicizia destinata a durare nel tempo. Quel tipo di amore che spesso si osserva nei matrimoni dove l’attrazione fisica è scomparsa. Infine quando tutti e tre gli elementi si combinano in una relazione, abbiamo quello che Sternberg chiama "amore perfetto o completo". Raggiungere un perfetto amore, dice quest’autore, è come cercare di perdere un po’ di peso, difficile ma non impossibile; la cosa davvero ardua è mantenere il peso forma una volta che ci si è arrivati o tenere in vita un amore completo quando lo si è raggiunto. E’ un compito aperto, non una tappa raggiunta una volta per tutte. La relazione tende a finir male se non c’è corrispondenza tra quello che si vuole dall’altro e quello che si pensa di riceverne: chiunque ha amato senza essere ricambiato altrettanto, sa quanto può essere frustrante. Alle volte si potrebbe consigliare di ridurre le proprie aspettative e diminuire il proprio coinvolgimento: ma è un consiglio difficile da seguire. La gente è davvero così stupida da fare sempre la scelta sbagliata? Probabilmente no: il fatto è che sceglie troppo spesso in base a quello che conta di più nell’immediato. Ma quello che conta nel lungo periodo è diverso: i fattori che contano cambiano, cambiano le persone e cambiano le relazioni. Nella ricerca fatta sui fattori che tendono a diventare più importanti con l’andare del tempo, si sono rilevati questi tre: - la disponibilità a cambiare in funzione delle esigenze dell’altro - la disponibilità ad accettare le sue imperfezioni - la comunanza di valori. Queste sono cose che è difficile giudicare all’inizio di una relazione: l’idea che l’amore vinca tutti gli ostacoli è molto romantica, ma poco reale. Quando si devono prendere delle decisioni, quando arrivano i figli e si devono fare alcune scelte, una cosa che sembrava poco importante, lo diventa. Altri fattori invece nel lungo periodo diventano secondari: come l’idea che l’altro sia "interessante" (all’inizio c’è il timore che se cala l’interesse la relazione svanisce). In realtà quasi tutto tende a diminuire col tempo (nelle coppie studiate statisticamente): calano la capacità di comunicare, l’attrazione fisica, il piacere di stare insieme, gli interessi in comune, la capacità di ascoltare, il rispetto reciproco, il trasporto romantico... può essere deprimente, ma è importante fin dall’inizio sapere che cosa aspettarsi col tempo, avere aspettative realistiche circa quello che si potrà ottenere e quello che finirà con l’essere più importante a lungo andare. Cosa fare allora per migliorare un rapporto di coppia? Sternberg propone un ultimo triangolo: quello dell’azione. Spesso c’è un bel salto fra pensiero, sentimento e azione. Le nostre azioni non sempre rispecchiano i nostri sentimenti, per cui può essere utile sapere quali atti sono specificamente associati alle varie componenti dell’amore. La passione richiederà il contatto fisico, la sessualità, la varietà e non la monotonia dei comportamenti sessuali. L’intimità richiederà la comunicazione dei propri sentimenti interiori, l’offerta del sostegno emotivo, la condivisione del proprio tempo e delle proprie cose. L’impegno, infine, comporterà il fidanzamento, il matrimonio, la fedeltà, la capacità di superare i momenti difficili, la capacità di trovare un valido compromesso nelle diverse legittime esigenze ed aspirazioni. E’ importante esprimere l’amore nei comportamenti perché il modo in cui ci comportiamo plasma i nostri modi di pensare e di sentire, forse non meno di quanto ciò che pensiamo e proviamo plasma le nostre azioni (se non agisci come pensi, finirai per pensare come agisci). Inoltre certe azioni portano ad altre azioni: le espressioni d’amore dell’uno influiscono su ciò che l’altro pensa di lui (sui sentimenti e sui comportamenti dell’altro nei suoi confronti) dando luogo così ad una serie di azioni che si rinforzano a vicenda. E’ necessario dare importanza alle espressioni d’amore. Senza espressione anche il più grande amore può morire. Visione d'origine Storica-Evolutiva Questa visione è stata sviluppata dal Prof. Mario Bertini dell’Università di Roma. L’idea che guida questa analisi è che la coppia tradizionale spesso entra in crisi e può morire a motivo della forte contrattualità, statica e consumistica, che sta al fondo di questa relazione: un disegno di norme latenti che modellano con forte direttività la relazione stessa. Bertini fa notare che storicamente, superato il modello di tipo vittoriano dell’epoca precedente (rigidità dei ruoli e soggezione globale della donna), tra le due guerre, si è venuto affermando un modello apparentemente (e in parte obiettivamente) liberatorio, ma portante alla base, una contrattualità implicita bloccante e mortificante. E’ la cultura romantica dei fiori bianchi, dell’abito bianco di nozze, della fedeltà reciproca a tutti i costi, della felicità di stare insieme... (concomitantemente a questo mutamento di prospettiva, e apparentemente in modo contraddittorio, aumenta la conflittualità, la coppia è sempre più in crisi). E’ come se la coppia dicesse: "Dopo tanto laborioso cammino, finalmente siamo approdati a questo meraviglioso giardino recintato dove tutto si può godere. Protetti dal nostro amore e dalla consistenza del contratto. Il compito che ci sta davanti è finalmente quello di godere "consumando" insieme tutto quello che ci viene chiesto è di rispettare le regole di non uscire dal recinto e di sacrificarsi l’un l’altro, sicuri che l’amore riuscirà a far superare ogni ostacolo". E’ un atteggiamento di base dettato dal consumismo imperante nella cultura odierna. E’ una visione statica, "di morte", ispirata all’ideologia del mercato che fa del matrimonio (invece che una fase cruciale per lo sviluppo della persona), un punto di stasi, entro cui godere e consumare dei vantaggi acquisiti. Quali sono queste norme contrattuali implicite nella relazione tradizionale? O. Neill le indica così: 1^ norma - possesso o proprietà del partner: marito e moglie sono reciprocamente vincolati nel "tu mi appartieni". E’ una concezione tipicamente statica del rapporto, dove le tentazioni simbiotiche riaffiorano, mortificando in vario modo la realizzazione personale. 2^ norma - denegazione del proprio sé. Al contratto insensibilmente si finisce per sacrificare la propria identità personale: "Sono pronto a sacrificarmi per te, a rinunciare a questa mia esigenza a vantaggio della nostra unione"; sembrerebbe altruismo e generosità, invece è una concezione di morte ad ispirare questa norma. Il solco che separa masochismo e altruismo è sottile, ma profondo è il baratro sotteso. Chi si dispone a coartare, a sacrificare la propria identità e il proprio bisogno di realizzazione, forse riuscirà a salvare formalmente la propria unione, ma preparerà l’atrofia dell’unione stessa. L’altro cresce non nella misura in cui l’uno si sacrifica, ma nella misura in cui si realizza nel rapporto stesso. 3^ norma - mantenimento del fronte-coppia. "Come gemelli siamesi noi dobbiamo sempre apparire come coppia". Il matrimonio in sé diventa la carta d’identità, come se uno non esistesse senza di esso. 4^ norma -comportamento rigidamente ispirato al ruolo. I compiti e le prestazioni varie sono predeterminate dagli stereotipi di mascolinità e femminilità. L’alibi del ruolo serve così a eludere il rischio di una implicazione interpersonale più profonda. 5^ norma - fedeltà assoluta. Fisicamente e psicologicamente obbligante, mediante coercizione morale, se non fisica, piuttosto che frutto di libera scelta e di maturazione. 6^ norma - esclusivismo totale. "Lo stare insieme ad ogni costo e sempre, anche se forzato, finirà per salvaguardare l’unione, qualunque cosa accada". Questa cappa di normatività estrinseca, al servizio di un intimismo consumistico, va smascherata, perché prepara la stasi, la morte della coppia. Va affermata invece una visione del matrimonio di tipo evolutivo, come tappa di sviluppo, non come traguardo definitivo, vale a dire che bisogna "investire" meno nel matrimonio. Ci sono due concezioni dello sviluppo della personalità: una impostazione per così dire "accrescitiva" di sviluppo, (di significato passivo), conservatrice e sostanzialmente statica. Il bambino è concepito come un uomo in miniatura e lo sviluppo un fenomeno statico lineare di crescita di una struttura che sostanzialmente è identica a sé stessa, si muove solo nel senso di un accrescimento quantitativo. In contrapposizione a questa posizione accrescitiva si è venuta affermando una visione dinamica dello sviluppo della personalità, intesa come un processo continuo di trasformazione e di evoluzione. L’uomo quindi non si accresce, ma evolve; la sua legge non è la statica prevedibilità, ma il cambiamento. Lungo questa linea incessante di progresso si misura il cammino agile della personalità verso la sua liberazione nel senso del passaggio da situazioni di dipendenza (eteronomia), verso forme sempre più evolute di autodeterminazione razionale e creativa (autonomia). Alla radice della logica conservatrice, accrescitiva, si nasconde la paura come molla che blocca il progresso della persona. Paura di lasciarsi andare fluidamente nel gioco rischioso della libertà: paura di abbandonare le vecchie certezze, paura di affrontare il vuoto senza rischiarsi verso nuovi orizzonti creativi. Invece, molla traente della prospettiva dinamica dello sviluppo è la speranza. Speranza che dopo aver lasciato il braccio della madre (la morte ha questa certezza), c’è la scoperta dell’autonomia. Dopo la morte la risurrezione. Quella speranza che (come osserva Erikson) "è la più precoce e indispensabile virtù inerente allo stato di essere vivi". Quella speranza che una volta stabilita come qualità "basica" dell’esperienza, rimane viva anche indipendentemente dalla verificabilità delle "speranze". Il rischio liberante della innovazione continua, sotto l’impulso della speranza, costituisce quindi una prima chiave interpretativa importante per l’analisi della coppia in crisi. A questo rischio si contrappone (nell’impostazione statica-conservatrice) il "bisogno di controllo" di sé stessi e degli altri. L’evoluzione, la realizzazione della persona, non si attua tuttavia nel vuoto: l’uomo cambia ed evolve in un rapporto di coesione con gli altri. Il bisogno di coesione è fondante lo sviluppo a patto che avvenga nella dimensione della mutualità. La mutualità può essere concepita come una relazione un cui due membri dipendono l’uno dall’altro per lo sviluppo delle rispettive potenzialità (interdipendenza). Questo principio ci fa capire che non è tanto nella misura in cui uno dà o si mortifica per l’altro che l’altro cresce, ma nella misura piuttosto in cui uno si "realizza" nel rapporto con l’altro, che l’altro cresce. Il contrario della mutualità è la pretesa che l’altro cambi senza il rischio partecipativo del proprio cambiamento nel rapporto stesso. Non ha senso dire: "ho la speranza che la mia donna sarà più donativa", ma nella misura in cui rischiandomi nel rapporto, io stesso divento più donativo, in quella misura si cresce entrambi. La garanzia quindi dello sviluppo sembra fondarsi in relazioni di reciprocità, in cui al di fuori di ogni logica prevaricatrice, la realizzazione di sé passa attraverso la realizzazione dell’altro e viceversa. Questo sono due chiavi normative ideali che possono innovare profondamente il rapporto di coppia: accettazione della vita come processo continuo di innovazione nella speranza e convinzione che la crescita autentica non avviene se non nel rispetto della mutualità. Accettazione della vita non come processo statico di accrescimento, ma come processo dinamico di innovazione nella mutualità: questa chiave di lettura ci consente di prendere coscienza di ciò che è morto nel modello tradizionale di relazione di coppia e di individuare le linee emergenti di un significativo salto evolutivo. E’ in questa luce che andranno rivisti i concetti stessi di fiducia, di sessualità, di ruolo, di uguaglianza nella coppia. Visione d'origine psicanalitica Parte dall’idea che la problematicità della coppia sia da collegare a immaturità evolutiva, o a vera e propria patologia, per il prevalere di dinamiche inconsce nel rapporto; ecco i vari tipi di relazione secondo questa visione: C'è la relazione cosiddetta a "collusione narcisistica". In questa relazione l’amore è inteso prevalentemente in funzione simbiotica, "amore come essere uno", dove l’unione simbiotica è un rapporto sado-masochista (dove il più forte fagocita il più debole) e in cui va perduta l’identità e la "noità" della coppia (l’essere noi). La relazione matura comporta invece una unione nella distinzione, il rispetto dell’altro come distinto, l’accettazione della diversità, ecc. C'è la relazione cosiddetta a "collusione orale": qui l’amore è inteso come "aver cura dell’altro". E’ un amore di tipo materno, che comporta un partner passivo, introverso, con scarsa autostima. L’amore maturo invece è caratterizzato da mutualità, reciprocità, essere contemporaneamente soggetto e oggetto nella relazione; non solo capacità di dare, ma anche di ricevere. C'è la relazione cosiddetta a "collusione sadico-anale". Qui l’amore è inteso come possesso totale; l’oggetto dell’amore è considerato proprio dominio e tenuto continuamente sotto il proprio controllo. . L’amore maturo invece è caratterizzato da libertà, autonomia, fiducia. Mutualità, interdipendenza reciproca di due soggetti indipendenti e liberi. C'è la relazione cosiddetta a "collusione fallico-edipica" dove l’amore è vissuto soprattutto come autoaffermazione antagonista (virile) e il partner è vissuto sostanzialmente come rivale e luogo della propria affermazione.L’amore maturo è caratterizzato invece da solidarietà, compartecipazione, parità di possibilità di autorealizzazione al cento per cento. Senza eccessiva competitività. Secondo quest'ottica si esce dalla crisi rivelando le dinamiche inconsce sottese al rapporto. Al di là di queste tre visioni teoriche, molto più semplicemente, non dimentichiamo che anche nella più perfetta delle unioni può capitare che uno dei due cessi di amare l'altro o s'innamora di un'altra persona. Dott. Roberto Cavaliere |
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http://www.maldamore.it/superare_la_fine_di_un%27amore.asp SUPERARE LA FINE DI UN'AMORE "Un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla". Questa struggente frase di C. Pavese sintetizza bene la condizione in cui ci si ritrova per la fine di un amore. Tale condizione è tanto più grande quanto più lacerante è la riflessione sulla fine di un amore. Riflessione che per attribuzione di sensi di colpa, volomtà di autopunirsi per quello che è successo, perdita di fiducia e stima verso sè e gli altri, può portare a veri e propri stati depressivi. Diventa quindi necessario effettuare un percorso per il superamento di questa fine. Innanzitutto bisogna accettare che l'amore è finito e che nel finire ci ha completamente disarmati, come nella frase di Pavese. Senza un'accettazione di ciò qualsiasi percorso è inutile. Sembra scontato ciò, ma non lo è. All'inizio, sopratutto se la fine sopraggiunge in maniera improvvisa ed imprevista, si tende a negare il tutto o quanto meno a minimizzare. Si ritiene che l'altro ritornerà, che ha confuso qualche suo dubbio o quant'altro come mancanza d'amore. Dopo che si è arrivati ad accettare che l'amore è realmente finito, si sprofonda in un cupo, lacerante dolore. Bisogna allora concedersi un periodo di lutto. In questo periodo che può durare giorni o settimane ed a volte mesi, và cacciato fuori tutto il nostro dolore. Bisogna piangere tutte le lacrime di questo mondo. Ci si può far affiancare in questo periodo da una persona a noi cara che prestandoci semplicemente ascolto, raccogliendo il nostro dolore, ci allevierà un pò la sofferenza. Và espressa anche tutta la rabbia che si ha dentro. Vanno anallizzati eventuali sensi di colpa che si provono. Serve un distacco assoluto dalla persona che ci ha lasciato. Spesso, per soffrire di meno, si tende a mantenere una minimo di relazione, di tipo amicale, con l'altro. Ci si illude che così il dolore sara meno lacerante, mentre non si fà altro che prolungare l'agonia. Inoltre quest'atteggiamento nasconde la speranza, spesso inconscia, che l'amore possa ritornare. Quindi, prima che si possa riprendere un rapporto anche minimamente formale con l'altro, occorre tempo. Come suggeriva già Ovidio enl suo trattato Remedia Amoris, evitare luoghi e situazioni della relazione finita. Spesso, si tende a ritornare sul "luogo del delitto" a voler simbolicamente rivivere l'amore finito, al fine di attenuarne il dolore. Niente di più sbagliato, è solo una sorta di masochismo sentimentale che prolunga solo l'agonia. L'evitare luoghi e situazioni dell'amore finito fà parte di quel distacco assoluto, necessario al superamento del tutto. Agire. Bisogna, nel frattempo, fare qualcosa di positivo per sé stessi, per riempire il vuoto della mancanza della persona amata. Non si può interrompere un rapporto di dipendenza senza sostituirgliene un altro che ne prenda il posto. La nuova dipendenza,deve essere positiva però, bisogna cercare un nuovo forte interesse, che non riempirà appieno il baratro lasciato dal precedente, ma ci aiuterà comunque. La natura umana aborrisce il vuoto,soprattutto nell’area dei comportamenti e delle emozioni umane. Se non colmiamo, pur parzialmente, questo vuoto, il comportamento dipendente si rafforza. Ricordarsi della massima del filosofo Nieztsche che recita "Tutto ciò che non mi uccide mi giova". La fine dell'amore rappresenta anche un momento di crescita, di rafforzamento delle proprie capacità di superare le difficoltà. Inoltre può rappresentare l'inzio di un percorso volto a meglio conoscere noi stessi. Se riusciremo in tutto questo saremo sicuramente più forti e più maturi. Capire quali eventuali vuoti interiori questo amore così forte e passionale colmava. Infatti spesso sentimenti molto forti non sono dovuti all'amore per l'amato, ma a ver e proprie carenze affettive passate. Ricostruire gli "abbandoni passati". Infine non dobbiamo dimenticare che il nostro modo di superare la fine di un amore è legato ai nostri primi "abbandoni" quelli infantili. Non ricordo chi diceva "il bambino è il padre dell'uomo". Mai come in questo caso ha ragione. Infatti a seconda di come siamo stati "abbandonati" ed abbiamo vissuto e superato tali "abbandoni" da piccoli, che rivivremo quelli attuali e futuri. Capire tutto ciò ci permette di meglio superare la fine di un amore, di cambiare il "copione" passato. Non dimenticarsi del dottore "Tempo" che col suo trascorrere cicatrizza qualsiasi ferita. Al riguardo gli antichi greci distinguevano due diversi concetti di tempo. Cronos che è il tempo cronologico, quello delle ore, dei giorni e dei mesi. Lo scorrere di Cronos e importante per superare un amore. Qualche autore è del parere che sono necessari almeno sei mesi per superare un lutto o un abbandono. L'altro concetto di tempo è Kairòs che è un tempo individuale , un tempo necessario per dire "basta", vale a dire tempo del cambiamento interno. E' quel momento i cui ci rendiamo conto che è il momento di voltare pagina. Una sintesi dei due diversi tipi di tempo è in un significativo verso di U. Saba " Muta il destino lentamente, a un'ora precipita". Per quanto doloroso e lento possa essere questo percorso di superamento della fine di un'amore, arriverà un'ora dove vi accorgerete di essere guariti. E vi renderete conto che il più grande amore è quello che ancora stà aspettando. Ricordate, di fronte, alla cupa disperazione per la fine di un amore questo aforisma: "Si è proteso su degli abissi. Ha rischiato più volte di cadere. Ma alla fine non è precipitato. In bilico sul vuoto, non ha conosciuto la caduta. Ci sono stati cedimenti, sbandamenti, delusioni, scoramenti, ma la vita l'ha sempre avuta vinta." (P. Besson) Leggete anche la discussione sul forum Leggete anche Problemi di una seconda unione CHIARIMENTO ... il suo sito, l’ho quasi stampato tutto, tanto mi sono ritrovata in quello che ha detto! Ho fatto leggere anche alle mie amiche “codipendenti” quello che ha pubblicato e ne abbiamo discusso insieme. Un punto solo vorrei discutere con lei. Non sono d’accordo quando dice:”Non si può interrompere un rapporto di dipendenza senza sostituirgliene un altro…bisogna colmare il vuoto”. Ma le persone non sono intercambiabili! Se penso poi che ciò potrebbe essere applicato a me stessa, cioè visto che non ci sono più io va bene anche un’altra, la cosa mi fa rabbrividire…Ma come si può sostituire un rapporto fatto di anni di conoscenza, condivisione, familiarità, intimità con un’altra banale esperienza? E poi c’è anche il corpo. Io amo quegli occhi, quelle mani, quella pelle che per me sono insostituibili e, come lei ben sa, sono maggiormente tali in quanto mi vengono negati. Poi c’è anche il fatto che sento dentro che la fonte d’amore si è esaurita, dopo aver amato tanto. Ad un certo punto, come si fa a ricominciare ad amare? Penso sia impossibile. Le sarò grata se mi manderà una sua risposta. Apprezzo il suo "disaccordo" perché ritengo che soprattutto nel campo delle dipendenze affettive, nessuno può dire di avere la "cura" giusta. Per cui le replico con piacere e la ringrazio per lo "spunto riflessivo" che mi ha fornito. Innanzitutto il punto con cui lei è in dissaccordo è il seguente: "Non si può interrompere un rapporto di dipendenza senza sostituirgliene un altro che ne prenda il posto. La nuova dipendenza,deve essere positiva però, bisogna cercare un nuovo forte interesse, che non riempirà appieno il baratro lasciato dal precedente, ma ci aiuterà comunque." Quindi, quando parlo di sostituire la dipendenza affettiva con un'altra, intendo un altro tipo di dipendenza. Infatti interrompere una dipendenza affettiva che ci ha "assorbito" in tutto e per tutto, ci precipita in un vuoto, o meglio in un baratro, che rischia di far fallire in partenza qualsiasi tentativo stesso, per quanto motivato, di superare la fine della relazione. Se noi tendiamo di colmare questo vuoto, questa dipendenza, non con un'altra persona (e qui che, forse, non sono stato chiaro)ma con una forma di dipendenza "sana" il vuoto ci apparirà meno vuoto. Un esempio: di solito le persone affette da "dipendenza affettiva" sono piene di mille risorse, di mille potenziali interessi, tutti "sedati" dalla dipendenza stessa. Rispetto al "portone sprangato " della relazione che si è chiusa proviamo ad aprire il "piccolo oblò" del nostro vero essere. Cerchiamo di dipendere da noi stessi, dai nostri interessi sopiti, optiamo per un "sano egoismo". Smettiamo di parlare con gli altri di "lui", ma parliamo di "noi", dedichiamoci a "noi". Ci renderemo conto che da quell piccolo oblò potremmo arrivare a vedere un mondo per noi sconosciuto. Belle parole mi dirà, ma difficili da applicare di fronte al dilagare del dolore per la fine di un'amore. Incominciamo a fare dei piccoli e timidi passi, forse ritornermo indietro, forse andremo avanti, ma di fronte al dolore non recitiamo: "Non ci riesco!!!" . A volte, anche se ci sembra di aver tentato, è un tentativo poco sentito e motivato, che serve per giustificare, inconsciamente, il fallimento del tentativo stesso. E come dirsi: "Ci ho tentato, non ci sono riuscita, vuol dire che è l'unico vero amore della mia vita. E' l'unico.Non voglio altri che lui". Qui il discorso, come lei sa, diventa più complesso: copioni passati, codipendenza, complesso di cenerentola e via dicendo. Proprio per questo è necessario anche una profonda riflessione interiore. Conclusione: è un impresa titanica ma ci si puo riuscire, soprattutto se non adduciamo troppi prestesti con noi stessi. Cordiali saluti. Dott. Roberto Cavaliere CONSIGLI PERSONALI DI PATRIZIA (lettrice anonima) Questi i miei consigli per gestire la fine di un amore, almeno quello che ho imparato a fare io: - Piangere tutte le lacrime, sfogarsi fa bene e permette di scaricare la rabbia. Fare del moto, ginnastica, il corpo ha bisogno come il cervello di scaricare le energie negative represse. Ove fosse possibile allontanarsi, con un viaggio anche breve, dai luoghi abituali della vostra vita. - Quando si riacquista un po’ di lucidità stilare una lista di ciò che pensiamo dell’ex partner: lati positivi e lati negativi; facciamo la stessa cosa con noi stessi. - Riflettere su ciò che abbiamo considerato negativo nell’altro: sono aspetti che possiamo tollerare oppure intollerabili? Che cosa ci teneva legati a lei/lui? Scrivere ciò che pensiamo in proposito. Questo ci serve per stabilire un minimo di obiettività su ciò che è accaduto: ristabilire le responsabilità reciproche sull’andamento e la fine del rapporto stesso. A questa fase subentra coscienza ed amor proprio, rendersi conto di aver partecipato involontariamente allo spegnersi di un sentimento non è facile, ma se riusciamo a vedere là dove il nostro errore è conciso con l’errore altrui e i meccanismi che si sono innestati, riusciamo a farci una ragione di ciò che è accaduto e forse mettiamo il primo mattone che ci aiuta a superare il lutto. Poi, riuscire a perdonarci per non essere stati consapevoli durante il rapporto di ciò che accadeva e perdonare l’altro per le sue debolezze. Da qui in avanti spetta a noi risollevarci e credere di poter costruire un rapporto positivo memori dell’esperienza che abbiamo vissuto, prendendoci tutto il tempo che ci occorre. Durante questo tempo bisognerebbe: - Sforzarsi di prendersi cura di sé: preparare piatti che stimolino il nostro appetito anche quando apparentemente non abbiamo fame, essere più attenti alla cura di se stessi, prendersi dei momenti per farsi dei bagni rilassanti, massaggiarsi, aver cura del proprio ambiente notturno, vestirsi per farsi piacere, guardarsi allo specchio commentando sui propri progressi: oggi sto’ un po’ giù, oggi va un po’ meglio, oggi non c’è male etc. - Dedicarsi ad un’attività che abbiamo tralasciato per mancanza di tempo: il tempo ora non deve essere né stancamente vissuto, né ammazzato con troppe attività. Bisogna assecondare le proprie energie: leggere, cucire, lavorare a maglia, all’uncinetto, fare del découpage, dipingere, disegnare, scrivere, risistemare la libreria secondo un ordine corretto; cambiare qualcosa nel proprio ambiente per sottolineare il cambiamento. Tirare fuori, insomma, la propria creatività, che è quella che caratterizza ognuno di noi e che ci aiuta a recuperare il nostro valore a prescindere dalla presenza di qualcuno. - Tenere un diario: annotare le proprie emozioni e gli accadimenti che sono significativi. - Imparare a confrontarsi con gli amici e i conoscenti senza cercare di scaricare su di loro le nostre frustrazioni o continuando a parlare di ciò che è accaduto in continuazione: non vi serve, è come un continuare a nutrire il vostro dolore. Se vi accorgete di non poter fare da soli rivolgetevi ad un terapeuta, è importante riconoscere i propri limiti. Siamo esseri umani e se una cosa non riusciamo a superarla dobbiamo capirne l’origine, potrebbe essere molto lontana nel tempo e non legata a ciò che ci accade al momento e se non andate a trovare una risposta ora, nel tempo potreste essere costretti a farlo in un altro momento, magari con maggiore difficoltà. Dott. Roberto Cavaliere |