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| Donne dentro Si chiama Felice il redattore più giovane di Ristretti Ha due anni, è in carcere con la madre, una donna Rom della Croazia coraggiosa e combattiva La redazione di Ristretti Orizzonti è un luogo di discussioni accanite, dove si confrontano donne di paesi, storie ed età diversi. Ma donne Rom è una rarità che partecipino. Senad è una Rom particolare: ha grinta, idee chiare in testa, poca passione per certe tradizioni e una ferma determinazione a costruirsi un futuro senza carcere. Con lei, poi, c’è il redattore più giovane e "vivace" che abbiamo mai avuto: si chiama Felice, ha due anni, è il figlio più piccolo di Senad. |
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Senad, vuoi presentarti? Io vengo dalla Croazia. Ho quasi 28 anni e sette figli e un marito. Sono in carcere da quasi un anno con mio figlio Felice e devo starci ancora tre anni circa. Gli altri sei figli sono fuori, divisi. Chi sta con una nonna, chi con mia cognata e con mio marito. I quattro che vivono in Croazia non li vedo da un anno, i due che vivono a Roma con mia madre ogni due o tre settimane vengono a colloquio con lei. Non è la tua prima carcerazione questa? No, non è la prima, ma sicuramente deve essere l’ultima. Almeno se non mi arriva ancora qualche condanna vecchia, di quando ero minorenne. Questa condanna che sto scontando è per reati di furto, che avevo appunto commesso da minorenne. Allora mi hanno arrestato, ma dopo qualche giorno sono uscita dal carcere. Mi hanno fatto il processo dopo alcuni anni, poi sono passati altri anni finché la condanna è diventata definitiva ed eccomi qui a scontare 15 condanne, cioè 4 anni di reclusione. Se avessi avuto meno di 21 anni avrei potuto scontare la pena nel carcere minorile, invece così… Oggi riconosco di avere sbagliato a commettere questi furti, ma allora era la più bella cosa per me, essere una ladra. Mi sentivo forte e non mi mancava niente. Allora eri in Italia, ma sappiamo che hai vissuto anche nella ex Jugoslavia, e che durante la guerra del 1991 hai allattato, oltre al tuo, anche tanti altri bambini. È vero. Avevo partorito da pochi giorni e avevo tanto latte, c’erano tante altre donne con i bambini più grandi e non avevano più latte, così davo loro il mio perché non c’era da mangiare. Questo mio figlio nato con la guerra compie 11 anni il 15 settembre, e con lui piccolo ho passato un periodo di guerra durissimo. Come mai sei venuta via dalla Croazia? Sono venuta via perché c’era solo odio ai tempi della guerra, così ho deciso di andarmene. Ma tu i furti li avevi commessi in Italia? Si, sono stata condannata dal Tribunale per i Minorenni di Firenze. All’inizio mi avevano concesso l’affidamento in prova per una condanna ad un anno e sette mesi, vivevo in un campo nomadi ed ero sempre in contatto con i servizi sociali. Un bel giorno mi venne a controllare la polizia e mi chiese informazioni su una certa persona. Mi sono rifiutata di collaborare, e dopo qualche settimana mi hanno revocato l’affidamento, accusandomi di aver violato le prescrizioni. Ma gli anni da scontare non sono niente, in confronto a un altro fatto, che per me, nella mia memoria, è un peso ben più insopportabile: quello di essere stata accusata e condannata per falsa testimonianza, di non essere stata creduta in quella specifica occasione in cui per me era importante che dessero valore a quello che dicevo. Vuoi raccontarci quel fatto e il motivo che non ti permette di rassegnarti? Sì. Avevo una cugina che era la mia migliore amica. Suo marito era molto violento e la picchiava spesso. Più volte lei scappava e si rifugiava da parenti, ma erano poi loro che avvisavano suo marito, che la veniva a prelevare e la riportava nella roulotte, dove poi la picchiava di santa ragione. Io sentivo le sue urla e grida e correvo a tentare di fermare suo marito. Non riuscirò mai a cancellare dalla mia mente l’ultima volta che l’ho vista, in che condizioni era ridotta, era sanguinante e non so con quante ossa rotte. Sono stata mandata via e poco dopo sono venuta a sapere che si trovava ricoverata all’ospedale, dove è rimasta in coma per 14 giorni, e alla fine è morta. Ancora oggi non so spiegarmi perché non si sia fatta l’autopsia. Ci fu un processo ed io testimoniai ciò che sapevo e ciò che avevo visto, ma non fui creduta e sono stata condannata a tre mesi per falsa testimonianza. Da allora vivo con un profondo dolore e con i sensi di colpa di non avere potuto fare di più per la mia amica, di non avere chiamato la polizia e denunciato che veniva picchiata. Questo non potrò mai perdonarmelo. Hai detto con molta sicurezza di non volere più tornare a commettere reati per poi finire in carcere. Noi abbiamo pubblicato molte testimonianze tratte dai giornali degli Istituti Penali Minorili, in cui vi sono tantissimi ragazzi Rom, tra l’altro ve ne sono davvero di simpatici e vivaci, che raccontano la loro storia e spesso dicono: "Io comunque quando esco continuerò a rubare perché non so fare nient’altro, quella è la mia vita". Allora ci piacerebbe finalmente che qualcuno ci spiegasse un po’, nella cultura e nelle tradizioni dei Rom, questa cosa del furto, che ruolo ha e in che modo si può uscire da questo destino di ladri, condannati inesorabilmente alla galera. Perché poi la gente paga dei prezzi molto alti, come è successo a te, con la separazione dai figli e questi anni di lontananza dalla famiglia. Da minori non si capisce niente. Si prova anzi piacere ad andare a rubare. Per prima cosa si è cresciuti in quell’ambiente e si inizia a rubare per gioco, per dimostrazione di bravura con i coetanei, per sentirsi importanti, accettati, invidiati. Si ruba per necessità ma anche per il semplice gusto di rubare. Io mi svegliavo alla mattina e andavo a rubare, nonostante non ne avessi realmente bisogno. Finché un giorno mi decisi che era ora di smettere con questa vita, di offrire un futuro diverso ai miei figli. Ma tuo marito è d’accordo? Non è così facile uscire da queste abitudini, anche se è vero che abbiamo visto più donne con la voglia di rifiutare queste tradizioni che non uomini, cioè donne che si rifiutavano di mandare i loro figli a rubare. Tuo marito come la pensa da questo punto di vista? Io ho un marito che mi ascolta. Abbiamo gli stessi progetti. I miei figli li mando a scuola e non cresceranno come me. Del resto anch’io qui ho frequentato la scuola insieme ad altre mamme Rom. Secondo te, con la vita dei Rom che si spostano sempre, è possibile una attività lavorativa "regolare" o è il furto l’unica forma di sopravvivenza compatibile con la realtà nomade? Una volta i Rom facevano certe attività come lavorare il ferro battuto, però adesso non ci sono più questi lavori, per cui sembra sia più difficile uscire da questo circolo vizioso furti-carcere-ancora furti-ancora carcere. Anche se è vero che ora ci sono cooperative sociali che assumono i nomadi. Adesso la mentalità di noi nomadi è un poco cambiata. Vent’anni fa non sarei nemmeno stata seduta qui in mezzo a parlare con voi, questo per fare un esempio. Però guarda che sei ancora un’eccezione. In tutti questi anni noi non abbiamo visto qui in Redazione molte donne Sinte o Rom. Diciamo la verità, anche per le donne che sono da più tempo in carcere è molto raro riuscire a comunicare con le nomadi. Christine (detenuta anche lei, interviene "a difesa" delle donne nomadi): Beh, io parlo sempre con loro. Anzi ti dirò che spesso preferisco la loro compagnia a quella di certe altre donne. Comunque il cambiamento lo noti anche per come si vestono ora. Una volta era impensabile che portassero cose diverse dalle gonne e dai vestiti lunghi fino alle caviglie. E mi ricordo che la doccia se la facevano con addosso la sottoveste, questo per rendervi l’idea. Senad: Meno male che i tempi sono cambiati. E tu come lo vedi il tuo futuro, quando esci dal carcere, anche come prospettive per i tuoi figli, per il lavoro, per la vita che vorresti fare? Io mi auguro innanzitutto di riunire la mia famiglia, di trovare tutti i miei figli sani, precisi ed educati come li ho lasciati. Tornerò nella mia patria, la Croazia, a vivere una vita come tutti, una vita normale e non più da zingara. E cosa farai per guadagnarti da vivere ? Io sono brava in tanti lavori. Per iniziare mi piacerebbe avere una piccola trattoria, anche perché grazie a Dio ho un po’ di soldi da parte. E con i tuoi figli, cosa pensi di fare? A scuola pensi di mandare anche le tue figlie o solo i maschi, come usano fare certe madri nomadi? Ho due femmine, la più grande andrà a scuola quest’anno. Ci manderò anche la più piccola che ha poco più di tre anni. Quello che mi fa paura invece è che i miei figli mi portino rancore, che mi accusino di averli abbandonati e che li trovi cambiati in questo. All’inizio, nei primi mesi di carcerazione, tenevo nascosto di essere in galera, però poi ho dovuto dare loro delle spiegazioni. Due vengono a colloquio assieme a mia madre, mentre gli altri quattro stanno in Croazia e non li vedo da un anno. Queste persone a cui sono affidati hanno le tue stesse idee? La pensano allo stesso modo sul fatto che loro non devono tornare a fare quella vita e che devono invece cambiare abitudini? Sì, sì, la pensano come me. Ma vivono in un campo nomadi? Solo mia madre vive in un campo. Mia cognata e anche mio marito vivono in una casa. Il fatto che io ho avuto un rapporto conflittuale con mia madre, mi fa però vivere nella paura che la stessa cosa potrebbe succedere a me con i miei figli. Quando ero giovane, io e mia madre non andavamo d’accordo, lei non aveva cuore o a me sembrava non lo avesse, specialmente non ne aveva per me. Eravamo in tre sorelle ed io ero la più piccola, ma con le altre si comportava in modo diverso. Io ero " la pecora nera", c’è sempre una pecora nera in una famiglia, no? Non ero una bambina santa, ero una molto vivace. E sono stata l’unica, nella mia famiglia, ad avere esperienze di carcere. Le mie sorelle invece hanno studiato, si sono sposate e conducono una vita normale. Ma se la tua famiglia era così diversa, rispetto a certe tradizioni, e ha permesso ai figli di studiare, come mai tu invece hai scelto di andare a rubare? Ci sono tanti zingari che non rubano, ma io avevo tanti amici che rubavano e si spostavano continuamente e io li seguivo. Mia madre poi aveva lasciato mio padre e io vivevo con mia nonna, ma non le davo ascolto. Quando poi sono venuta in Italia, non avevo ancora marito e figli, sono venuta con degli amici, e dopo l’Italia siamo stati in Francia. Poi mi hanno fermata e rimandata dai miei genitori, che mi avevano denunciata perché ero scappata di casa. Così mi hanno riportata in Croazia, ma poco dopo sono scappata nuovamente e mi sono sposata, e a 13 anni avevo già il mio primo figlio. Adesso la mia preoccupazione è per Felice, che tra nove mesi compie tre anni, perché so che mi dovrò separare anche da lui, non lo potrò più tenere qui con me. Spesso penso che questa non sia una buona legge, quella di potere tenere i figli con sé in carcere fino a quando compiono i tre anni. Non è una buona legge, se la mamma non può uscire. A tre anni il bambino è troppo grande e soffrirà tantissimo per il distacco. Adesso come si comporta Felice? Come vive lui la carcerazione, i colloqui con i familiari, come reagisce a tutto ciò? Direi che soffre, anche se è un bambino e certe cose non le capisce. La sera quando chiudono le celle cerca sempre di scappare, anche se è vero che al nido ci chiudono alle 22:00, per cui non ci possiamo lamentare. Spesso, le agenti, quando lo vedono particolarmente agitato, chiudono me soltanto e le altre mamme, e lui lo tengono un poco con loro fuori. Questo succede specialmente il giorno in cui ha rivisto i suoi fratellini e la nonna a colloquio. Appena termina il colloquio e si chiude la porta dietro di loro, lui si mette a piangere sommessamente. Per il resto della giornata mi dà parecchio filo da torcere, è aggressivo, fatica ad addormentarsi, piange nel sonno. La nostra finestra guarda sull’esterno, sui tetti del vicinato. Si intravede anche qualche finestra con dietro le persone che vi abitano, allora lui si aggrappa alle sbarre e chiama il nome dei suoi fratellini e chiama "nonna", e spesso si affaccia una signora e gli manda i bacini. Altre volte prende in mano le fotografie, le bacia e poi morde le sue manine piegate a pugni e piange silenziosamente. Ci racconti qualcosa del nido? Tu sei stata anche a Rebibbia, dove ti sei trovata meglio e perché? Qui a Venezia si sta meglio, senza dubbio. C’è una grande sensibilità e attenzione per i bambini. Al nido vi sono sette stanze, una doccia in uso comune e pure una stanza, una cucina dove noi mamme possiamo cucinare per noi e per i nostri figli, e gli alimentari ce li fornisce l’Istituto. Siamo aperte dalle otto del mattino fino alle dieci di sera. Questa estate i nostri bambini potevano andare al mare, accompagnati da volontari, grazie ad una iniziativa del Comune di Venezia. All’inizio ci sono stati dei problemi, in quanto i bambini non volevano separarsi dalle madri e si aggrappavano a noi, ma poi si sono tranquillizzati, e in questo modo anche noi abbiamo avuto un poco di respiro. Ultimamente trascorriamo qualche ora nella sartoria dove ci sperimentiamo nel fare collane, scatole, altri oggetti, che poi verranno venduti, per cui, oltre a prendere dimestichezza con i piccoli lavori artigianali, veniamo retribuite. Insomma, è una vita quasi decente, ma non voglio pensare a quando dovrò separarmi da mio figlio. "Il mio nome non scriverlo, mi raccomando. Ho troppa paura" Storia di Vera, prima costretta a prostituirsi in Italia, poi ricacciata in Albania e ora in carcere in Italia di Laura Caputo Carcere di Forlì. Vera è arrivata alla Casa Circondariale Femminile di Forlì due mesi fa: indossava l’uniforme bianca e il copricapo necessari alla sua professione e, malgrado i suoi soli ventun anni, aveva lo sguardo duro di chi, della vita, ha già sperimentato troppi aspetti negativi. Con sfida ci aveva detto: "Ho preso un anno e mezzo, ma fra pochi giorni esco". Invece è ancora qui e, con mille timori e ripensamenti, ha accettato di raccontare la sua storia. "Il mio nome non scriverlo, mi raccomando. Ho troppa paura. Sono albanese, nata e cresciuta a Durazzo. Avevo appena compiuto sedici anni e stavo andando a scuola, prendevo lezioni private di italiano perché l’Italia era il mio sogno. Speravo di venirci un giorno, quando sarei stata grande, e volevo essere pronta. Una mattina presto, mentre camminavo con i miei libri sotto al braccio, si è fermata una macchina, ne sono scesi tre uomini, mi hanno afferrato in malo modo e mi hanno sbattuto dentro. Ho fatto appena in tempo a vedere la mia roba per terra, poi mi hanno narcotizzata. Sì, forse ho gridato, ma in quel periodo l’Albania era come il Far West, la gente non ci faceva caso. Mi sono svegliata nella periferia di un’altra città, in una brutta casa diroccata un po’ distante dalle altre. C’erano già tre ragazze: erano state rapite come me e fecero presto a spiegarmi come funzionava. Se obbedivi ciecamente ti lasciavano stare, al minimo dissenso ti riempivano di botte. Ho pianto a lungo. Poi ho capito che non serviva a nulla. Così, quando mi hanno portata al gommone, ho camminato spedita e sono stata zitta. Siamo sbarcati su una spiaggia vicino a Bari. C’erano alcune auto ad aspettarci. Auto italiane, guidate da italiani, scrivilo. Ci hanno accompagnati a Torino senza intoppi, in un appartamento dove già c’erano altre ragazze che lavoravano. Sì, sulla strada: e dove sennò? Anche lì violenze, botte e minacce. Avevamo tanta paura che abbiamo preso il passaporto falso che ci hanno fornito, l’abbiamo messo nella borsetta e ci siano adeguate senza fiatare. Dopo qualche mese ci hanno fermate, come succede spesso. Ci hanno portate al Commissariato, identificate e segnalate. Sui miei documenti c’era scritto che avevo ventisei anni: non hanno avuto dubbi, non se ne sono accorti che avevo dieci anni di meno. Già, come mai? Forse erano stanchi. Dopo questo episodio i nostri… come si chiamano… padroni ci hanno cambiato i passaporti, ci hanno caricate in macchina e ci hanno portate a Genova. Città diversa, stesso appartamento, stessa vita sulla strada, dieci-dodici ore al giorno. E paura, tanta paura. Era già un anno che durava quando un giorno successe che un cliente mi vide piangere. Mi chiese, si interessò e io gli raccontati tutta la storia. Aveva cambiato faccia, era diventato tutto rosso dalla rabbia. Mi spiegò che era un poliziotto e che era sposato, ma che, se promettevo di dimenticarmi la sua faccia e il suo nome, mi avrebbe aiutata. Ho avuto fiducia. Tanto, che poteva accadermi di peggio? Mi ha portato dalle suore e mi ha lasciata lì. Mi hanno aiutata, certo. Ero incinta, ho abortito. Dopo un po’ di tempo, quando mi sono rimessa, mi hanno rimandata a casa mia. I miei avevano denunciato il rapimento e mi avevano cercata dappertutto. È scoppiato uno scandalo enorme: altre quaranta ragazze sono andate in tribunale a raccontare una storia simile alla mia e ad accusare le stesse persone. Chissà quante altre non hanno trovato il coraggio di farlo. I tre sono stati processati e condannati: avevano rubato, estorto, contrabbandato e ucciso. Hanno preso centinaia di anni di carcere. I nomi? I nomi no, non te li dico, ho ancora paura. I loro amici sono ancora in giro, che ti credi? Dopo tutto questo, io a casa non ci potevo rimanere: in Albania, se non sei vergine, non ti vuole più nessuno. Sono tornata in Italia appena ho compiuto i diciotto anni. Documenti regolari, lavoro regolare, una casa, un uomo. Stavo anche diventando brava nel mio mestiere: i miei datori di lavoro, gente onesta e gentile, erano come una seconda famiglia. Non desideravo niente altro. Poi un giorno di due mesi fa è arrivata la polizia e mi ha arrestata: ero stata condannata in contumacia per il passaporto falso che mi avevano sequestrato a Torino cinque anni prima. Capisci? Ho cercato di spiegare cosa era accaduto, ma non mi ascolta nessuno". Sembra infatti che nessuno sia in grado di "ascoltare" Vera. Per meglio dire, nessuno sembra in grado di mostrare il volto clemente della Giustizia a una giovane donna che ha già sofferto abbastanza. Forse la legge non lo permette, perché oggettivamente una condanna c’è, e chiedere una revisione del processo esige una lunga e burocraticamente complicata trasmissione di atti giuridici albanesi. Intanto Vera aspetta che le sia concesso l’affidamento con la calma di chi ne ha viste di peggio. "Se non me lo danno, chiedo l’espulsione. Cos’altro posso fare? Significa che per me, in Italia, una vita normale non è possibile". Per raccontare questa storia ho usato nomi fittizi e inserito volontariamente alcune imprecisioni: la paura di Vera è reale. Non meglio precisati "mafiosi albanesi" hanno già attentato tre volte alla vita di suo padre, rimasto in Albania. La sua famiglia è stata minacciata e lei è ancora terrorizzata da ciò che le è successo cinque anni fa. Inoltre uno dei tre rapitori è ancora latitante. Si dice che non si trovi più in Europa, ma chissà? Il sesso "bloccato" in carcere, le ansie che ti assalgono quando sei fuori La Redazione della Giudecca Dentro si fa presto a dire, pensare o fantasticare. Come esci, devi fare i conti con la realtà, con te stessa e quella che sei davvero. Tra donne capita anche di riuscire a parlare di sesso con sincerità, con ironia, senza il bisogno di mostrarsi diverse da quelle che si è, senza la paura di "perdere la faccia". È successo alla Giudecca, in una appassionata discussione dove è venuto fuori di tutto, dall’astinenza forzata del carcere, alla paura di "farsi male" fuori, al bisogno di trattare la "questione sesso" con cautela, perché è materia davvero fragile e delicata. Lidana: Io posso dire una cosa: che sono stata in semilibertà per un anno e nove mesi, eppure non ho mai avuto un rapporto sessuale durante quel periodo. Perché? Perché hai un’ora e mezza tra la fine del lavoro e il rientro in istituto, non hai una casa in cui appoggiarti, non hai niente; in mezzo alla strada non l’ho mai fatto a vent’anni, figurati adesso che di anni ne ho quaranta. Non mi metto a tirare giù i pantaloni a un uomo in mezzo alla strada. Se una avesse il fidanzato o il marito, quando va in permesso a casa sua, si potrebbe anche fare, ma, nel mio caso, che non sono né sposata né fidanzata, oltretutto con gli arresti domiciliari da mia mamma durante il permesso… Cosa faccio, porto una persona che ho conosciuto chissà dove a casa di mia madre? Se almeno fossi a casa mia, da sola… farei una telefonata e direi: "Vieni a trovarmi? ti preparo qualcosa da mangiare", e da cosa nascerebbe cosa, invece in queste condizioni… proprio non ho mai scopato. Ornella: (volontaria): Scopare non mi sembra un termine molto "elegante". Non si può finire buttati là come due cani da accoppiamento Lidana: Ma è la realtà! Cosa dovrei dire: "Fare l’amore?". Quando non sei innamorata diventa solo uno "scopare", non è che ci scappa chissà cosa. Ammettiamo che lo vuoi fare per istinto animalesco, perché sono quattro anni che non lo fai, allora non è più fare l’amore. Invece se avessi avuto un appartamento per conto mio, nonostante la semilibertà e il rientro in istituto e con qualche mezza giornata per stare in casa mia, sarebbe stato tutto diverso. Ma sia per le straniere sia per le italiane come me, che non sono qui della zona, c’è il lavoro e poi devi tornare qui dentro. Se una è mezzo suonata e lo fa in un bagno pubblico, si chiude lì in piedi… è squallido, e di squallore ne abbiamo già a sufficienza durante gli anni di carcerazione. Per cui ci vuole un po’ di criterio, non si può finire buttati là come due cani da accoppiamento. Poi io non sono più una ragazzina, parlo per me naturalmente. C’è chi è più giovane ed ha più brio e più sprint e lo farà dove crede. Con gli anni si cambia, si ha necessità di altre cose, hai altre esigenze, hai bisogno di tranquillità e non vuoi fare le corse su e giù. Ho più piacere ad andare in un ristorante se ho un’ora e mezzo di tempo, perché ho voglia di stare in tranquillità e basta. In carcere si diventa tutti strani, ti fanno diventare strana e perdere la tua naturalezza. Christine: Comunque va detto che durante la detenzione noi donne soffriamo della negazione del sesso. Parlando di me e della mia esperienza vi confesso che mi tormenta parecchio. Ad ogni carcerazione immaginavo che, come avrei messo un piede fuori, avrei commesso un’autentica violenza al primo che mi ispirasse "bene", violenza nel senso di un vero e proprio assalto fisico. Invece non è mai successo. A essere sinceri non è mai così. La realtà è che appena esci ritorni a poter scegliere e non senti più questa esagerata e alterata voglia di sesso, non ti basta più, o almeno a me non basta fare solo sesso. Una volta ricordo che mi è successo che dopo una detenzione di due anni, durante la quale nutrivo un sacco di fantasie erotiche e molto spinte di ciò che avrei fatto appena libera, cioè, "di tutto e di più", in realtà poi non ho fatto nulla perché mi hanno arrestata dopo poco, e condannata a cinque anni di pena, e pazienza! Però, però di non avere fatto diventare realtà qualcuna delle mie fantasie a "luci rosse", questo sì, mi rodeva terribilmente. Dopo tre anni ero nei termini per il primo permesso premio, e allora mi sono organizzata proprio per benino, ho calcolato persino i punti e le virgole. Il giorno in cui sono uscita, un po’ distante dal carcere mi attendeva in macchina, per non essere visto ed eventualmente riconosciuto, un tizio del maschile che conoscevo e che era da poco tornato libero, ma era pur sempre un pregiudicato e non avrei dovuto frequentarne alcuno, giusto? Oltre a lui c’era un cugino che si metteva al posto di guida. Da Terni dovevamo andare fino a Vicenza, dove avrei trascorso i tre giorni di permesso. Per strada ci fermammo davanti ad un Motel e sinceramente percepivo un senso di pentimento, ma non fa parte del mio carattere di fare marcia indietro, così, mentre suo cugino aspettava in macchina, in una anonima stanza si è consumato un rapporto sessuale che mi ha lasciato solo tanto umiliata. Non ho più ripetuto l’esperienza. Terminata l’espiazione della mia condanna e ritornata a Bolzano, ho incontrato poi l’uomo con il quale sarei andata a convivere, ma per tre mesi non gli ho concesso di avvicinarsi troppo a me. Il fatto è che dentro si fa presto a dire, pensare o fantasticare. Come esci, devi fare i conti con la realtà, con te stessa e quella che sei davvero. E per questo ci vuole tempo. In carcere poi si diventa tutti strani, ti fanno diventare strana e perdere la tua naturalezza. Lidana: Non vi è capitato che al primo anno di carcerazione vi si è bloccato il ciclo mestruale? Quindi abbiamo davvero uno scombussolamento d’ormoni, uno sconvolgimento di tante cose. Figuriamoci, anche lì ci vengono i tabù! Solo la fantasia va oltre, ti fa immaginare che poi, fuori, farai tante cose, ma la pratica non è così. ci abituiamo a frenarci, ad avere sotto controllo le nostre emozioni e sensazioni Christine: Un altro problema poi è l’autocontrollo. In carcere ci abituiamo a frenarci, ad avere sotto controllo le nostre emozioni e sensazioni, anzi, spesso a non farle neppure trasparire, quindi prima di intraprendere una relazione ed avere un rapporto intimo c’è da valutare pure questo, gli effetti di anni di spaventoso autocontrollo. È per questo che quasi quasi preferirei poi iniziare una storia con uno "alla pari", cioè un uomo con alle spalle anche lui un’esperienza di carcere. Elena: Per quel che mi riguarda, sceglierei comunque di condividere un’esperienza, che può essere solo di attrazione sessuale o anche di innamoramento, con una persona che ha vissuto i miei stessi problemi, piuttosto che avvicinarmi a persone estranee alla galera. Sarà un mio complesso, ma io faccio fatica ad iniziare un rapporto con persone che non abbiano avuto come me problemi con la giustizia. non aspetterò dei mesi prima di avere una relazione, no, io farò presto Veronika: Io non sono mai stata in galera prima, però penso che non aspetterò dei mesi prima di avere una relazione, no, io farò presto, non aspetterò mesi. Christine: Allora vai con il primo che ti capita? Veronika: Ma no, c’è già uno che mi aspetta, uno che conosco da prima, e con cui ora mi scrivo. Lidana: Comunque questa cosa che ha detto Elena è brutta, il fatto che ti trovi bene solo con una persona che ha avuto la tua stessa esperienza di carcerazione. A me non sta bene, piuttosto sto da sola. Christine: Quante di noi comunque hanno iniziato storie sentimentali in carcere per corrispondenza? Io però lo voglio conoscere anche di persona, prima di avviare un rapporto più profondo; se poi non nasce quel certo feeling anche di persona, se lo trovassi diverso da come mi ha fatto credere e non fosse all’altezza delle mie aspettative, pazienza. Ognuno per la sua strada. per quanto riguarda "scopare" cipuò essere quello che ti attrae...e allora si fa, si fa Giulia: Io penso che ci sia una distinzione tra scopare e avere dei rapporti affettivi. Per i rapporti affettivi io credo di essere una persona molto selettiva, perché uno con cui voglio avere un rapporto affettivo deve essere per forza intelligente, sennò non esiste. Invece per quanto riguarda "scopare" ci può essere quello che ti attrae, insomma, e allora si fa, si fa. Ornella: Ma se è uno scemo, ti può attrarre? Non occorre avere a che fare con persone intelligenti per scopare? Giulia: Ma no! Una persona che ti può attrarre a livello fisico non serve che poi abbia chissà quale grossa testa, se la cosa si risolve solo in un rapporto sessuale. Se poi scopa bene, perché no? Antonietta (insegnante): Sì, ma il problema è un altro, non vi pare? Se la galera incide o no sulla sessualità! Giulia: Fammi arrivare, io riconosco che ci sono comunque due livelli, ma a scopare non ho avuto problemi una volta che ero fuori. Ornella: Quindi il carcere, per te almeno, non ha avuto nessun effetto da questo punto di vista? Giulia: No, secondo me il carcere ha di questi effetti, ma a livello affettivo più che altro. Io credo però che la parte animale di una persona, cioè stiamo parlando di istinti, di carnalità, dunque appunto di parte animale di una persona, se prova attrazione per qualcuno, potrà essere trattenuta all’inizio, ma non avrò poi dei grossi problemi. I grossi problemi io li trovo invece a livello affettivo, questo sì. Secondo me, il fatto che rimani chiusa per tanto tempo ti ferma a livello emozionale, e questa è una cosa che riguarda la crescita di una persona, ma che per me è differente dall’esperienza carnale. A me non va di fare sesso e basta. Christine: A me quello che non va è di fare sesso e basta. Io ho bisogno di sentirmi totalmente coinvolta, anima e corpo. Lidana: Io quando sarò libera non credo che avrò problemi, i problemi ci sono quando non c’è il tempo, non mi sta bene di farlo così di corsa. Marta: Ma se è una questione di avere poco tempo, solo un’ora, un’ora e mezza per fare sesso, questo non capita solo a chi deve rientrare in carcere dopo il lavoro, a volte è la stessa cosa fuori, quando hai un rapporto stabile con una persona ma devi ugualmente ritagliarti dei piccoli spazi e fare in fretta, rispetto alla tua famiglia, al lavoro, a tante cose che ti assorbono tutto il tempo, però lo fai, si fa lo stesso. Lidana: Ma se non ho una casa, né una macchina, dove vado? Giulia: Chiariamo una cosa però, adesso non facciamo tutte le puritane, che la scopata in doccia non l’abbiamo mai fatta. Se una ha veramente un desiderio e si trova con un’ora a disposizione, non mangia, ma lo fa! E non parliamo d’albergo, non ci andavamo neanche quando eravamo fuori. Mi sembra che qui dentro siamo diventate tutte che vogliamo la cameretta, le candele, insomma! Ornella: No, aspetta, Giulia. Non sono d’accordo sul modo in cui la metti tu, perché secondo me il discorso di Lidana, al di là di farne una questione di un’ora, o di un’ora e mezza, è diverso. Lei parla di avere le condizioni adatte perché non diventi un fatto di fare una scopata e basta, che uno può anche fare, ma non a tutte va bene. Giulia: Perché non vuoi scindere la carnalità dall’affettività, tantissime donne non la fanno la scopata e basta. Ornella: Ma scusami, Giulia, tantissime donne non la fanno, la scopata e basta, e non perché non possono, ma è il disagio di cui parlava Lidana, di trovarsi a quarant’anni a dover fare delle cose che potevi fare forse quando ne avevi venti, con una testa, un’esperienza, una vita alle spalle molto diverse. Io adesso non avrei nessuna voglia di essere costretta a fare sesso di corsa, con la fretta e l’ansia. Sonia: Ma c’è la privazione del carcere, quando una persona ha fatto tanti anni di galera allora in quel momento credo che possa non pensare a niente. Antonietta: Però l’esperienza di Christine è opposta, lei dice che quando era in carcere non pensava che ad andare fuori e che tutto si sarebbe aperto al mondo del sesso, del desiderio represso, invece dopo ha detto che ha avuto grosse difficoltà. Se sono innamorata, come faccio a non desiderare un rapporto intimo completo? Christine: Sì, e lo riconfermo. In ogni modo se avessi avuto un rapporto affettivo da prima del carcere, voglio dire, ovviamente il discorso sarebbe diverso. Così pure se fossi in semilibertà con un’ora sola a disposizione, me la farei bastare, sempre se fossi innamorata, è perché "sono" innamorata che me lo faccio bastare il tempo, perché non ho alternativa. Se sono innamorata, come faccio a non desiderare un rapporto intimo completo? Così mi adeguerei alle circostanze, che vi devo dire? Ma se non avessi un legame già consolidato, mi troverei piuttosto altre cose da fare. Senad: Io ho mio marito che mi aspetta, spero che mi aspetti; quando uscirò non so come sarà, forse per un mese mi girerò da una parte e lui dall’altra. Forse non avrò il coraggio immediatamente. Io la penso così. Anche se mi manca e lo desidero, forse proverò vergogna, non so come mi comporterò, se vado fuori e sono io a cercare un uomo, non vedo perché mi devo sentire umiliata. Marta: Se io esco dalla galera e mio marito pretende, perché io sono appena uscita e lui mi sta aspettando, che io la prima sera vada con lui ad ogni costo, in questo caso sì che mi sentirei umiliata e non riuscirei. Non so se lo farei con mio marito dopo un giorno o dopo un mese, sicuramente il primo giorno non lo faccio. Però, quello che diceva Christine non lo capisco, se vado fuori e sono io a cercare un uomo, anche se poi può piacermi non più di tanto, non vedo perché mi devo sentire umiliata. Ornella: No, secondo me state estremizzando le cose, il discorso di Christine è diverso. Senz’altro, a volte la vuoi tu una cosa, però poi molto dipende dalla sensibilità della persona, e può succedere che uno, che sembrava attento e sensibile, si riveli diverso, frettoloso, rozzo. Un uomo ti può anche umiliare, ti può fare sentire che ha solo voglia, per l’appunto, di scopare e basta, e che tu non esisti come persona. Ci sono tanti modi di umiliare. Slavica: Va bene, se l’hai conosciuto per corrispondenza, come succede spesso qui, dovrai mettere in conto ciò che ti può succedere, anche di negativo, e rimanere con i piedi per terra. Christine: Ha ragione Slavica, però ho imparato la lezione. Io mi lascio spesso prendere dall’entusiasmo e poi finisco col sedere per terra. E sono pure una che combina guai, una che sfiora spesso l’incoscienza. Slavica: È anche vero che si scrivono tante cose, per lettera scriviamo tante cazzate, ma la verità la vedi quando sei fuori. Ornella: Quando conosci una persona, che tu la conosca per lettera o la conosca dal vivo, un po’ ti crei delle aspettative, hai una certa idea, che non sempre viene confermata dalla realtà. Allora molto spesso ti capita che ti scrivi, ci parli, ti piace, e poi questa persona si rivela proprio nel sesso con una caduta totale di sensibilità, di gusto. Giulia: Allora posso sentirmi delusa, ma non "umiliata". Christine: Ascolta Giulia, finiamola, no? Abbiamo un modo diverso di vedere e sentire le cose e a me sta benissimo, siamo diverse e stop. Lidana: Io sono contraria a quello che diceva Elena prima, non mi piacerebbe avere rapporti sessuali con una persona che si è fatta tanti anni di galera, lui potrebbe avere più tabù dei miei, avendo passato la mia stessa esperienza, perché non siamo solo noi donne ad avere problemi e tabù. Invece se vado con uno che non è mai stato in carcere, lui potrebbe essere più spigliato di me e ci potremmo "prendere" a vicenda. Christine: È pur vero che gli uomini che sono stati in carcere possono avere anche loro una iniziale difficoltà. Ho sperimentato questa cosa con il mio ultimo compagno. A parte che, mentre lui lavorava, io appena uscita avevo ripreso la mia attività illegale, perciò tenevo le "distanze" anche per questo motivo: lui era in affidamento da pochi mesi. Così prima ho mollato quelle storie lì e solo dopo abbiamo avuto un rapporto intimo. Un lungo fine settimana passato praticamente nel letto e soltanto il terzo giorno abbiamo avuto, come dire, una fusione, un completamento, un’intesa al cento per cento. Anche lui si era fatto anni di carcere, era bloccato e abituato alla masturbazione e per me era la stessa cosa, quindi c’è occorso un po’ per essere in armonia, capite come? Per un uomo c’è il discorso di sentirsi chiamato a dare una prestazione di un certo tipo Ornella: Dal punto di vista puramente fisiologico ha molta più paura un uomo di essere "inadeguato", di fallire. Una donna, se non altro può nascondere il fatto di non provare piacere, c’è anche un’abitudine alla menzogna in questo campo, mentre per un uomo c’è il discorso di sentirsi chiamato a dare una prestazione di un certo tipo, a dimostrare di essere all’altezza. Una cosa che sarebbe anche interessante discutere riguarda le aspettative che uno si crea mentre è in carcere, perché forse a volte possono avere anche un peso negativo, quando si esce dal carcere e la realtà è molto più deprimente di come uno l’aveva sognata. Giulia: Sono più che altro le aspettative affettive, che poi coinvolgono anche la sfera sessuale. Lidana: Io gli affetti li ho curati nel periodo che sono stata in semilibertà, il sesso no. Infatti ho un grandissimo amico che mi viene a colloquio adesso tutte le settimane. L’ho conosciuto fuori, è incensurato, non ha mai avuto neppure una multa per divieto di sosta, ha la mia stessa età, conosce la mia situazione e ha detto che mi aspetterebbe anche se avessi da fare vent’anni. Ma uno che ha fatto carcere come me non lo voglio, piuttosto rimango da sola, non mescoliamo sesso e sentimenti. Giulia: Se conosci un uomo con cui stai bene e anche lui è stato in carcere, non credo che questo fatto possa impedirti di provare ad approfondire il rapporto. Però, ancora una volta, non mescoliamo sesso e sentimenti. Antonietta: Io non sono tanto d’accordo sul fatto che il sesso sia solo istinto e cosi via, no. Io direi che anche il sesso è costruito sulla cultura, ci sono anche studi, di tipo sociologico, che dimostrano che c’è prima la cultura, poi c’è il sesso. Questo discorso di un istinto separato, carnale, non mi convince. Giulia: Ce l’hanno gli uomini, non possono averlo anche le donne? Antonietta: No no, anche per gli uomini è una questione di cultura, solo che la cultura maschile è di un certo tipo. In ogni modo si sa che gli animali in cattività soffrono terribilmente, cioè l’accoppiamento di un animale in cattività è molto, molto difficile. Quindi, tanto più dovrebbe essere per una persona, se è in cattività questa condizione deve incidere in qualche maniera pesantemente sui suoi comportamenti. Christine: A me comunque decisamente non riesce di dividere il sesso dai sentimenti. Giulia: Perché non vuoi dividere. Tu hai scopato sempre per amore nella tua vita? non ci crederò mai! Christine: Certo. Come minimo ero innamorata. Io sono sempre innamorata, di qualcuno, di qualcosa, capisci? Se riuscissi a fare sesso, soltanto sesso, mi sarei guadagnata da vivere in un altro modo invece di spacciare. Giulia: Ecco, un’altra volta!!! Una che scopa che cos’è, per forza una puttana? Ornella: Ma no, Giulia, oggi sei estremista in una maniera incredibile… Giulia: Sto dicendo semplicemente: non vorrete venirmi a raccontare che in quarant’anni non avete scopato mai senza amore!!! Ma cosa siamo, sante qua dentro? Anche in poche ore si può creare un’attrazione che non è solo una questione di sesso. Ornella: Non si tratta di essere sante, però siamo, per fortuna, fatte in modo diverso e non è una questione di moralismo, però generalmente ho fatto sesso con persone che mi piacevano complessivamente. Magari una persona puoi averla conosciuta da poche ore, ma anche in poche ore si crea un’attrazione che non è solo una questione di sesso. Giulia: Ma semplicemente perché la sfera sessuale comprende anche delle emozioni, e allora si può dire che tutti l’abbiamo fatto per amore. Ornella: No, non è vero, perché ci sono molte persone che affermano che per loro la cosa più importante è il sesso. Per me il meccanismo dell’attrazione sessuale non è così immediato e non è dato affatto dall’aspetto fisico, dalla bellezza, perché basta che poi uno apra bocca e qualcosa non funzioni… e il mio interesse scende a zero, zero. Tanto è vero che, guarda, mi sono spesso piaciuti gli uomini più brutti che quelli belli che ho conosciuto. Paola: Ma lì dipende anche dall’età, a vent’anni ragioni in un modo, a trent’anni in un altro e a quaranta in un altro ancora. Diventi sempre più selettivo… Io poi non ho esperienza di quello che farò dopo il carcere, perché in questo senso è la prima volta che ci entro e non sono ancora mai uscita. Di tutte le amiche mie che ho sentito e con le quali sono rimasta in contatto, che sono state in carcere, nessuna è riuscita ad avere rapporti subito, nessuna. Anzi, anzi. Alcune, se prima erano un po’ "libertine", poi diventano ancora più esigenti, proprio perché hai altre cose da sistemare, la libertà da assaporare, la tua vita da riprendere in mano, quindi delle difficoltà effettive. Non dico che il sesso passa in secondo piano, però non è che scatti subito questo meccanismo, non hai neanche questa fretta. Finché siamo qui ci pensiamo: appena esco, faccio di tutto. Ma non succede quasi mai, credo, anche se non lo posso dire personalmente. Io fuori ho delle persone, con cui sono in contatto, che appartengono alla mia vita passata, con cui potrei anche fare del sesso, bisogna vedere poi, io non so quanto sono cambiata, non so se sono la stessa persona di prima. Sicuramente non è che la prima volta che vado fuori, il primo che trovo per strada… |