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L'Allegria
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L'Allegria |
| Titolo originale |
Allegria di naufragi |
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Autore |
Giuseppe Ungaretti |
| 1ª ed. originale |
1931 |
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Genere |
Raccolta di liriche |
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Lingua originale |
italiano |
L'Allegria è il titolo di una raccolta di poesie
pubblicata da
Giuseppe Ungaretti nel
1931. Il suo
titolo originario era Allegria di naufragi. La maggior parte dei testi
poetici esprime soprattutto i sentimenti nati dalla esperienza della
Prima guerra mondiale, come dolore ma anche come scoperta dei valori
più autentici di fratellanza ed umanità.
L'edizione definitiva dell’Allegria esce nel
1931; è la
prima importante raccolta in cui
Giuseppe Ungaretti riunisce, sistema e riordina le precedenti
pubblicazioni che, con altri titoli, avevano contenuto le poesie che via
via l'autore aveva prodotto.
La prima di queste precedenti pubblicazioni risale al
dicembre del 1916
e porta il titolo Il porto sepolto, un piccolo volume pubblicato a
Udine da un
suo amico e commilitone, il tenente
Ettore Serra. Conteneva il primo nucleo dell’edizione definitiva del
1931, comprese le poesie scritte al fronte, dal
22
dicembre 1915
al 2
ottobre del
1916. La prima poesia è Veglia (Cima Quattro,
23
dicembre 1915),
l’ultima è Commiato(Locvizza,
2
ottobre 1916).
Una parte dell'opera è costituita anche da ricordi della vita civile (in
Egitto e
a Parigi),
che però in qualche modo la guerra ha contribuito a far rievocare. I versi
che compongono In memoria per esempio sono incentrati proprio su un fatto
riguardante la sfera personale dell'autore in Francia: la poesia rievoca
la sfortunata vita dell'amico arabo Moammed Sceab, suicida "senza patria"
nel 1913, con cui Giuseppe Ungaretti aveva vissuto insieme a Parigi,
all'albergo di rue des Carmes. La poesia che dà il titolo alla raccolta
del 1916, Il
porto sepolto, parla di un porto, sommerso, ad
Alessandria, città natale dell'autore, che doveva precedere l’epoca
tolemaica, provando che la città era un porto già prima d’Alessandro.
I fiumi è una celebre composizione, nella quale Ungaretti rievoca, con i
propri ricordi personali, i fiumi che li hanno attraversati, ossia, il
Serchio,
il Nilo, la
Senna.
Attraverso i fiumi il poeta ripercorre le "tappe" più importanti della sua
vita. Pellegrinaggio esprime invece la capacità di trovare la forza
interiore per salvarsi dalle macerie della guerra. In essa egli formula la
nota definizione di sé: «Ungaretti / uomo di pena / ti basta un’illusione
/ per farti coraggio»[1].
La poesia più famosa dell'opera è
Mattina
(M’illumino / d’immenso)[2],
scritta a
Santa Maria la Longa il
26
gennaio 1917.
«È la poesia più breve di Ungaretti: due parole, tra di loro unite da
fitti richiami sonori. Nell’illuminazione del cielo al mattino, da cui
nasce la lirica, il poeta riesce a intuire e cogliere l’immensità» (Marisa
Carlà).[3]
Romano Luperini ha notato come "l’idea della infinita grandezza...
colpisce nella forma della luce".[4]
Ecco il giudizio che
Leone Piccioni ha espresso sulla metrica dell'opera:
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« La
sua metrica è nuova, scarna, secca, versicoli, al massimo frantumati,
anche se tra segmento e segmento circola il canto e si può ricostruire
il verso; ma è infranta di colpo la tradizione accademica d’Italia del
verso postpascoliano, dannunziano, crepuscolare[5] » |
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Ecco come lo stesso Ungaretti commenta L’Allegria:
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« Questo
vecchio libro è un diario. L’autore non ha altra ambizione e crede che
anche i grandi poeti non ne avessero altre se non quella di lasciare
una sua bella biografia. Le sue poesie rappresentano dunque i suoi
tormenti formali, ma vorrebbe si riconoscesse una buona volta che la
forma lo tormenta solo perché la esige aderente alle variazioni del
suo animo, e, se qualche progresso ha fatto come artista, vorrebbe che
indicasse anche qualche perfezione raggiunta come uomo. Egli si è
maturato uomo in mezzo ad avvenimenti straordinari ai quali non è
stato mai estraneo. Senza mai negare le necessità universali della
poesia, ha sempre pensato che, per lasciarsi immaginare, l’universale
deve attraverso un attivo sentimento storico, accordarsi colla voce
singolare del poeta » |
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(Vita di un uomo,
cit., pp. 527–528[6])
|
- G.Ungaretti, Vita d'un Uomo - Tutte le poesie,
Arnoldo Mondadori Editore, Segrate 1969.
-
^ G.Ungaretti, Vita d'un
Uomo - Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori Editore, Segrate 1969, p.46
-
^ G.Ungaretti, cit.,
p.65
-
^ Marisa Carlà, Epoche e
Culture, volume 2, tomo II pagina 634.
-
^ R.Luperini, La
scrittura e l’interpretazione, Palumbo editore, volume 3, tomo III,
pagina 144.
-
^ Leone Piccioni, Per
conoscere Ungaretti, Oscar Mondadori, Milano 1979, p.24
-
^ Secondo Ungaretti la
funzione fondamentale della poesia è di esprimere ciò che, nel più
profondo dell’anima, è inesprimibile. È compito del poeta portarlo in
superficie. "L’esperienza poetica è esplorazione di un personale
continente d’inferno, e l’atto poetico, nel compiersi, provoca e libera,
qualsiasi prezzo possa costare, il sentire che solo in poesia si può
cercare e trovare libertà. Continente d’inferno, ho detto, a causa della
singolarità del sentimento di non essere come gli altri, ma in disparte,
come dannato, e come sotto il peso di una speciale responsabilità:
quella di scoprire un segreto e rivelarlo agli altri. La poesia è
scoperta della condizione umana nella sua essenza, quella di essere un
uomo d’oggi, ma anche un uomo favoloso, come un uomo dei tempi della
cacciata dall’Eden; nel suo gesto d’uomo, il vero poeta sa che è
prefigurato il gesto degli avi ignoti, nel seguito di secoli impossibile
a risalire, oltre le origini del suo buio" (G.Ungaretti, Nota
introduttiva, cit., pagina 505).
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