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La ginestra o Il fiore
del deserto è la penultima
lirica di
Giacomo Leopardi, scritta nel
1836 a
Torre del Greco presso
Napoli
nella
villa Ferrigni e pubblicata
postuma
nell'edizione dei Canti nel
1845. Essa fa
parte di quella che è stata definita dalla critica più recente la
poetica
anti-idillica
dell'ultimo periodo leopardiano.
Si tratta di una canzone libera di sette
strofe di
endecasillabi e
settenari, dove ogni strofa viene chiusa da un endecasillabo, con
qualche rima
nel mezzo e in fine di
verso.
Sotto il titolo il poeta riporta una
citazione
evangelica
che, come commenta
Carlo Salinari
[1],
"ha valore ironico contro lo spiritualismo e il vacuo ottimismo".
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« Καὶ
ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σχότος ἢ τὸ φῶς. - E gli uomini vollero
piuttosto le tenebre che la luce.
-
- Giovanni, III, 19 »
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Con questo canto, che è a parere della
critica
tra i più complessi dei canti leopardiani, il poeta vuole trasmettere un
messaggio di
solidarietà umana e, al di là del suo
pessimismo, volgere lo sguardo verso l'avvenire.
Leopardi inizia la poesia con la descrizione di un
paesaggio desolato, quello del
Vesuvio,
rallegrato solamente dall’"odorata
ginestra,/ contenta dei deserti" e contempla in modo doloroso la
potenza di un
fenomeno
della natura, come l'eruzione
di un
vulcano, e ne analizza tutti gli effetti di distruzione confermando la
precarietà della condizione umana ma anche, come scrive
Alberto Asor Rosa
[2]
affermando "... con estrema forza il valore morale di un comportamento che
non s'illude di trovare a questa infelicità un risarcimento spirituale ma
nella resistenza disillusa e pur fiera alle avversità della natura crede
di assolvere al compito naturale assegnato alla ragione dell'uomo e su
questa matura consapevolezza, senza speranza alcuna ma anche senza
vigliaccheria, fonda il rapporto uomo-natura, che è ormai un rapporto
antagonistico e agonistico, di lotta reciproca e senza cedimenti. Non
solo: la individuazione della natura come nemica fondamentale di tutti gli
uomini porta persino a intravvedere la possibilità che quella resistenza
sia comune, cioè comporti un'idea di "confederazione" fra gli uomini".
In questa amplissima composizione poetica (317
versi) si
alternano rappresentazioni del paesaggio (dal Vesuvio a
Mergellina e a
Pompei),
riflessioni sulla
natura e
sul suo rapporto con il mondo e con l'uomo, sferzanti accenti polemici
rivolti al proprio tempo, velati riferimenti
autobiografici e confluiscono, in una sintesi potente, le convinzioni
di Leopardi sull'uomo, la Natura, i
miti dell'Ottocento
| |
« Qui
mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e, vòlti addietro i passi,
del ritornar ti vanti, e procedere il chiami
[3] » |
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ed anche quell'atteggiamento combattivo, fondato
sulla ferma accettazione del "vero" e del "depresso loco/che la sorte ci
diè" che connota gli ultimi anni della vita e dell'opera del poeta.
Già in passato le verità essenziali sulla natura
umana furono, dice il poeta, "palesi al volgo": esse possono dunque
tornare ad essere accettate e condivise da un'umanità che solo su tali
fondamenti può ricostruire un "onesto e retto" vivere civile, ponendo fine
all'insensata guerra che vede gli uni combattere gli altri, invece di
unirsi per difendersi dalla
Natura
sempre minacciosa.
I milleottocento anni trascorsi dalla distruttrice
eruzione del Vesuvio non hanno mutato in nulla la condizione dell'uomo,
come allora indifeso e tremante di fronte ad ogni piccolo indizio
dell'attività del vulcano.
Sulle pendici riarse e desolate del Vesuvio solo una
pianta riesce a vivere, la
ginestra, flessibile e tenace: simbolo dell'uomo che sa accettare la
verità sulla propria condizione e, su questa verità, può costruire la
propria dignità.
-
^ in commento a La
ginestra o il fiore del deserto in
Carlo Salinari, Storia della letteratura italiana,
Laterza, 1991, pag. 759
-
^ Alberto Asor Rosa,
Sintesi di storia della letteratura italiana,
La Nuova Italia,
Firenze,
1986, pag. 341
-
^ Giacomo Leopardi, La
ginestra o il fiore del deserto, in Tutte le opere,
Mondadori,
Milano,
1937-1949, vol. I, pag. 42
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