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GNU Free Documentation License Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/La_ginestra Cronologia/Autori: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=La_ginestra&action=history La ginestraDa Wikipedia, l'enciclopedia libera.La ginestra o Il fiore del deserto è la penultima lirica di Giacomo Leopardi, scritta nel 1836 a Torre del Greco presso Napoli nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell'edizione dei Canti nel 1845. Essa fa parte di quella che è stata definita dalla critica più recente la poetica anti-idillica dell'ultimo periodo leopardiano. Si tratta di una canzone libera di sette strofe di endecasillabi e settenari, dove ogni strofa viene chiusa da un endecasillabo, con qualche rima nel mezzo e in fine di verso. Sotto il titolo il poeta riporta una citazione evangelica che, come commenta Carlo Salinari [1], "ha valore ironico contro lo spiritualismo e il vacuo ottimismo".
Con questo canto, che è a parere della critica tra i più complessi dei canti leopardiani, il poeta vuole trasmettere un messaggio di solidarietà umana e, al di là del suo pessimismo, volgere lo sguardo verso l'avvenire. Leopardi inizia la poesia con la descrizione di un paesaggio desolato, quello del Vesuvio, rallegrato solamente dall’"odorata ginestra,/ contenta dei deserti" e contempla in modo doloroso la potenza di un fenomeno della natura, come l'eruzione di un vulcano, e ne analizza tutti gli effetti di distruzione confermando la precarietà della condizione umana ma anche, come scrive Alberto Asor Rosa [2] affermando "... con estrema forza il valore morale di un comportamento che non s'illude di trovare a questa infelicità un risarcimento spirituale ma nella resistenza disillusa e pur fiera alle avversità della natura crede di assolvere al compito naturale assegnato alla ragione dell'uomo e su questa matura consapevolezza, senza speranza alcuna ma anche senza vigliaccheria, fonda il rapporto uomo-natura, che è ormai un rapporto antagonistico e agonistico, di lotta reciproca e senza cedimenti. Non solo: la individuazione della natura come nemica fondamentale di tutti gli uomini porta persino a intravvedere la possibilità che quella resistenza sia comune, cioè comporti un'idea di "confederazione" fra gli uomini". In questa amplissima composizione poetica (317 versi) si alternano rappresentazioni del paesaggio (dal Vesuvio a Mergellina e a Pompei), riflessioni sulla natura e sul suo rapporto con il mondo e con l'uomo, sferzanti accenti polemici rivolti al proprio tempo, velati riferimenti autobiografici e confluiscono, in una sintesi potente, le convinzioni di Leopardi sull'uomo, la Natura, i miti dell'Ottocento
ed anche quell'atteggiamento combattivo, fondato sulla ferma accettazione del "vero" e del "depresso loco/che la sorte ci diè" che connota gli ultimi anni della vita e dell'opera del poeta. Già in passato le verità essenziali sulla natura umana furono, dice il poeta, "palesi al volgo": esse possono dunque tornare ad essere accettate e condivise da un'umanità che solo su tali fondamenti può ricostruire un "onesto e retto" vivere civile, ponendo fine all'insensata guerra che vede gli uni combattere gli altri, invece di unirsi per difendersi dalla Natura sempre minacciosa. I milleottocento anni trascorsi dalla distruttrice eruzione del Vesuvio non hanno mutato in nulla la condizione dell'uomo, come allora indifeso e tremante di fronte ad ogni piccolo indizio dell'attività del vulcano. Sulle pendici riarse e desolate del Vesuvio solo una pianta riesce a vivere, la ginestra, flessibile e tenace: simbolo dell'uomo che sa accettare la verità sulla propria condizione e, su questa verità, può costruire la propria dignità. Note [modifica]
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