Il piccolo monitor che svolge la funzione del televisore è posto sopra gli
stipetti, in un angolo della cella, visibile da tutti. Ma qui parliamo
dell’inventario ministeriale e non di quello personale, cioè non del
vestiario e degli oggetti di proprietà del recluso: tra i vari capponi, gli
accappatoi, gli asciugamani e i vestiti che solitamente si usano per gli
incontri coi familiari, o per i processi, immaginate allora quanto spazio ci
rimane e quale confusione si creerebbe se tutti i sei uomini, come si
accennava prima, si alzassero nello stesso momento, ovvero alle sette e
mezza di mattino. Perciò, mentre uno è in bagno, l’altro riceve dallo
spioncino (una apertura nella porta, larga ventitré centimetri e alta
diciotto) la razione del pane giornaliero, la frutta (di solito due mele a
testa) e, se vuole, un bicchiere di latte, mentre gli altri quattro stanno
buoni buoni dentro le loro brande.
Una volta finiti i turni con il bagno arriva il cosiddetto passeggio. Dopo
il primo turno dell’aria e in attesa del secondo, di solito si mangia quello
che passa il convento. Alle ore quindici e un quarto si entra
definitivamente in cella, per rimanerci fino alle nove del mattino seguente.
E, in quelle diciassette ore e quarantacinque minuti, cosa si fa?
Ripetiamo ancora una volta; niente! Alla fine anche la lotta coi gesti e i
movimenti viene interrotta (siffatta lotta non termina mai, viene soltanto,
per poco tempo, interrotta da una fragile tregua) da uno che improvvisamente
accende il televisore con intenzione di vedere qualche programma attraverso
il piccolo monitor, ma c’è sempre un altro al quale questo, e proprio questo
programma non va: questione di gusti, o Dio sa di che cos’ altro.
Un altro poi, trae lo spunto per raccontare il suo calvario processuale, ma
difficilmente trova qualcuno che lo ascolti più di qualche attimo. Dentro le
celle non si riesce a fare niente!
Ivano Longo, Carcere di San Vittore |