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Lingua veneta

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Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, si è deciso a seguito di discussioni di usare nella nomenclatura delle pagine il termine lingua per quelle riconosciute come tali nella codifica ISO 639-1, ISO 639-2 oppure ISO 639-3, approvata nel 2005. Per gli altri idiomi viene usato il termine dialetto.
Veneto (Vèneto)
Creato da: {{{creatore}}} nel {{{anno}}}
Contesto: {{{contesto}}}
Parlato in: Italia, Croazia, Slovenia, Chipilo (Messico), Stati di Rio Grande do Sul e Santa Catarina (Brasile) sotto il nome di Talian con influenze portoghesi e di altri linguaggi del nord-Italia, Tulcea (Romania)
Regioni:Parlato in: Italia nord-orientale (Veneto, Trentino orientale, Friuli Venezia Giulia, Agro Pontino (Lazio), Arborea (Sardegna) (Italia), Istria (Slovenia e Croazia).
Periodo: {{{periodo}}}
Persone: 2.210.000
Classifica: non nelle prime 100
Scrittura: {{{scrittura}}}
Tipologia: sillabica
Filogenesi: Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italooccidentali
    Occidentali
     Galloiberiche
      Galloromanze
       Galloitaliche
        
Veneto
         
          
           
            
             
              
Statuto ufficiale
Nazioni: nessuna
Regolato da: nessuna regolazione ufficiale
Codici di classificazione
ISO 639-1 roa (lingue romanze)
ISO 639-2 {{{iso2}}}
ISO 639-3 vec  (EN)
SIL VEC  (EN)
SIL {{{sil2}}}
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - Art.1
Dichiarazsion universałe dei diriti de l'Omo - Art.1

Tuti i èsari umani i nase łìbari e conpagni in dignità e diriti. Sti qua i xe dotai de raxon e de cosienzsa e i ga da agir i uni co qûeł'altri inte'n spìrito de fradełanzsa.

Il Padre Nostro
Dichiarazsion universałe dei diriti de l'Omo - Art.1

Tuti i èsari umani i nase łìbari e conpagni in dignità e diriti. Sti qua i xe dotai de raxon e de cosienzsa e i ga da agir i uni co qûeł'altri inte'n spìrito de fradełanzsa.

Traslitterazione
 
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Lingua - Elenco delle lingue - Linguistica
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Il Veneto (nome nativo Vèneto) è una lingua romanza usata da alcuni milioni di parlanti in sei stati diversi. Circa la metà dei parlanti si trova in Italia nella "terraferma" della ex Repubblica Veneta (ossia da Verona a Gorizia, i dialetti di Brescia e Bergamo appartengono infatti al ramo orientale della lingua lombarda), ma anche in Trentino e Friuli-Venezia Giulia, nell'area fra Pordenone e Trieste. L'altra metà rimanente si trova in Istria, Dalmazia, Romania, Brasile e Messico. È tutelata come lingua dalla Regione Veneto (LR del 28 marzo 2007) ed è compresa fra le lingue minoritarie dall'UNESCO (Libro rosso sulle lingue minacciate)[1].

La lingua veneta si deve ritenere una lingua regionale o minoritaria ai sensi della Carta Europea delle Lingue Regionali o minoritarie, che all'art. 1 afferma che per "lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue ... che non sono dialetti della lingua ufficiale dello stato".[2] Bisogna ricordare che in Europa la lingua veneta è attualmente parlata in Italia, Slovenia, Croazia, Montenegro, Grecia e Romania, per capirne la sua natura non semplicemente regionale.

Indice

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Storia [modifica]

Il veneto deriva dal latino volgare parlato nella regione, che fu forse a sua volta influenzato da un antico sostrato venetico.

Testi in volgare che presentano chiare affinità con il veneto sono rintracciabili già a partire dal XIII secolo, quando in Italia non esisteva ancora un'egemonia linguistica del toscano.

Il veneto, in particolare nella sua variante veneziana, ha goduto di ampia diffusione internazionale grazie ai commerci della Repubblica Veneta, soprattutto nel Rinascimento, diventando per un certo periodo una delle lingue franche di buona parte del Mar Mediterraneo, soprattutto in ambito commerciale. Tutt'ora molte parole del gergo marinaro sono di origini venete.

Il veneto tuttavia non si impose come lingua letteraria in quanto, già nel XIII secolo, doveva confrontarsi con esponenti letterari di grosso rilievo sia di origine toscana che di origine provenzale. A riprova di ciò è il fatto che Marco Polo dettò a Rustichello da Pisa il Milione scegliendo la lingua d'oïl, allora diffusa nelle corti quanto il latino. Le opere in veneto più significative furono scritte da autori quali il Ruzante (Angelo Beolco) nel XVI secolo, Giacomo Casanova e Carlo Goldoni; in quest'ultimo caso l'uso del veneto era limitato a buona parte delle commedie teatrali, soprattutto per rappresentare il popolo e la borghesia.

Di particolare rilievo per l'utilizzo in ambito scientifico è la stampa nel 1478 de l' "Arte dell'abbaco", opera meglio nota in ambito accademico come "Treviso Arithmetic", scritto da un insegnante anonimo in lingua Veneta, primo testo stampato conosciuto del mondo occidentale di insegnamento dell'aritmetica e della matematica, uno dei primi testi stampati scientifici di tutta Europa. Esso era rivolto particolarmente all'educazione della classe media e in particolare al mondo mercantile.

La diffusione di questo idioma al di fuori dell'area storica dei veneti si ebbe con il progressivo sviluppo della Repubblica Veneta, che lo utilizzava come lingua ordinaria assieme al latino e all'italiano. Con il dissolversi della Repubblica, il vèneto progressivamente venne sostituito da altre lingue per gli atti ufficiali e amministrativi. Tuttavia il suo uso progressivamente perse, almeno in parte, i registri letterari e aulici restando sempre come lingua storica e naturale del popolo, riuscendo comunque a raggiungere vette liriche mirabili con poeti come Biagio Marin di Grado (GO). Bisogna anche ricordare il poeta triestino Virgilio Giotti, che poetava in triestino e ordinariamente scriveva in italiano. Inoltre bisogna ricordare Nereo Zeper che ha tradotto l' "Inferno" di Dante Alighieri in dialetto triestino (variante del veneziano). Si ricorda, tra l'altro, l'Iliade di Omero tradotta in veneto da Francesco Boaretti e in veneziano da Giacomo Casanova; nonché l'opera in veneto padovano intitolata "Dialogo de Cecco da Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la stella Nova" che tratta delle nuove teorie galileiane sul sistema solare, che taluni attribuirebbero a Galileo Galilei con lo pseudonimo di Cecco da Ronchitti (visionabile nella biblioteca dell'Università di Padova).

Il progetto concepito da Giuseppe Lombardo Radice di sviluppare ed impiegare testi scolastici in lingua nell'ambito Veneto (come in altri contesti regionali), non ebbe completa attuazione poiché coincise con il periodo fascista, il cui regime era notoriamente impegnato, nella sua opera di forte centralizzazione dello Stato, a promuovere l'apprendimento della lingua italiana in un disegno complessivamente repressivo delle culture locali.

Il 28 Marzo 2007 è stata approvata dal Consiglio Regionale del Veneto a larghissima maggioranza la Legge Regionale di "Tutela e valorizzazione della lingua e della cultura veneta", con la quale, richiamandosi ai principi della Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie - e pur non riconoscendo alcuna ufficialità giuridica all'impiego del veneto - la lingua veneta diviene oggetto di tutela e valorizzazione, quale componente essenziale dell'identità culturale, sociale, storica e civile del Veneto.

 

Diffusione [modifica]

Targa che specifica che nel locale si parla anche in lingua veneta

Distribuzione delle lingue in Italia. Il Veneto è segnato in viola

 

Varianti [modifica]

Varianti del veneto sono parlate nella Regione del Veneto (tranne che nella parte settentrionale della Provincia di Belluno), nella Venezia Giulia, in alcune zone del Friuli (nella fascia di confine della Provincia di Pordenone e nella laguna), nelle valli del Trentino orientale, sulla costa dell'Istria, nel golfo del Quarnero (Croazia), nelle zone costiere e di confine della Slovenia, e nella zona del golfo di Cattaro, Montenegro.

Qualche traccia c'è nel Mantovano, nel Ferrarese, nel Riminese e nel Forlivese, mentre un tempo si parlava in Dalmazia (Croazia) e in genere nelle zone di secolare appartenenza alla Repubblica Veneta come molte isole del Mar Mediterraneo.

Sommariamente, le principali varianti distinte del veneto sono:

  • il veneto centrale o veneto centromeridionale (padovano-vicentino-polesano)
  • il veneto lagunare, da ricordare particolarmente la variante del chioggiotto (Laguna di Venezia)
  • il veneto orientale e da mar, comprendente il maranese, il gradese, il bisiaco, il triestino o giuliano, l'istriano e il fiumano
  • il veneto occidentale o veronese, comprendente il veronese ed il trentino
  • il veneto centro-settentrionale, comprendente il trevigiano (Marca Trevigiana), il coneglianese e il sandonatese
  • il veneto settentrionale comprendente il bellunese (Belumat), i dialetti di valle e pedemontani, come il feltrino.

I dialetti dell'Alto e medio Agordino, del Cadore centrale e settentrionale e lo zoldano appartengono invece all'area ladina più che all'area veneta.

Queste varianti condividono quasi completamente le stesse strutture morfo-sintattiche e molta parte del lessico, ma quello che più conta per i linguisti è la capacità di questi parlanti di comprendersi in una certa percentuale, e questo avviene fino al 100% e con un minimo del 92% come potrebbe essere fra un parlante veneto centrale con un parlante veneto occidentale.

Secondo le statistiche ISTAT, limitandosi alla Regione Veneto, la lingua veneta conta oggi tanti parlanti quanti non ne ha mai avuti prima. Questa corrente carsica del vèneto sta inoltre sostituendo nell'uso locale anche quei dialetti che risultano parlati da una comunità troppo ristretta o mai aperta prima agli scambi come invece è sempre stata la lingua veneta, che infatti ha parole anche greche, arabe, tedesche ecc. Emblematici del fenomeno espansivo del veneto sono i casi del cimbro sull'Altopiano di Asiago e del triestino che hanno ormai completamente ceduto al veneto, magari creandone una variante dialettale o delle forme tipiche, ma comunque intelleggibili dagli altri veneti.

Va tuttavia notato che spesso non c'è chiarezza sul significato di "parlare veneto" cosicché molti parlanti, pur dichiarando di parlare veneto, si esprimono in realtà in un idioma misto basato sulla grammatica italiana e semplicemente pronunciato alla veneta (a differenza delle varianti della lingua veneta che sono venete anche nella struttura grammaticale). Questo idioma, in altre parole, non è una variante del veneto ma una variante superficialmente venetizzata dell'italiano: è un dialetto (veneto) dell'italiano. Tutto ciò purtroppo non è emerso nei sondaggi finora eseguiti.

Ad esempio:

  • varianti d. lingua veneta: el xe drio rivar , l' è drio rivar (cioè "èser drio" + infinito)
  • dialetto (veneto) dell 'it.: el sta rivando ("star + ...ndo" , come l'italiano)
  • Italiano: sta arrivando ("stare + ...ndo", come il dialetto veneto dell'italiano)
  • varianti d. lingua veneta: i ve dixe , i ne dixe (regolare: "a noaltri -> ne" è proprio come "voaltri -> ve" )
  • dialetto (veneto) dell 'it.: i ve dixe , i ce dixe (irregolare: dall' italiano "ci" cambiando solo vocale !)
  • Italiano: vi dicono , ci dicono (irregolare: "voi -> vi" però "noi <--> ci" !)
  • varianti d. lingua veneta: Marco el parla ben ; Mé nono 'l vien caxa doman (con "el")
  • dialetto (veneto) dell 'it.: Marco parla ben ; Mé nono vien caxa doman (senza "el" come l' italiano)
  • Italiano: Marco parla bene ; Mio nonno viene a casa domani
  • varianti d. lingua veneta: Mé mama ła ga dito... ; I toxi i xe partìi... (con "ła, i")
  • dialetto (veneto) dell 'it.: Mé mama ga dito... ; I toxi xe partìi...(senza particelle, come l'italiano)
  • Italiano: La mia mamma ha detto... ; I ragazzi sono partiti

 

L'emigrazione [modifica]

Un certo impulso è stato dato dalla massiccia emigrazione avvenuta a cavallo fra il 1870 e il 1905, cosicché consistenti comunità di italiani di origine veneta sono presenti in Brasile (negli stati di Rio Grande do Sul e di Santa Catarina), nel nord della Romania (Tulcea), in Messico (nella località di Chipilo), ma anche in diverse aree rurali italiane fatte oggetto di immigrazione organizzata dal fascismo con il fine di colonizzare e popolare i territori in questione, oggetto di bonifica: la Maremma Grossetana (Toscana), l'Agro Pontino (Lazio), le Valli del Comasco, la Bonifica di Arborea (Sardegna).Inoltre a Fertilia (Alghero-Sardegna) nata sotto il fascismo per dare lavoro ad un certo numero di famiglie ferraresi, conobbe l'arrivo successivo di esuli istriani e dalmati nel secondo dopoguerra, che andarono a costituire la maggioranza della borgata. Comunità di origine veneta consistenti sono presenti anche nelle aree urbane dell'Alto Adige/Südtirol, dove costituiscono la maggioranza della popolazione appartenente al gruppo etnico italiano. La lingua italiana standard parlata a Bolzano è comunque molto influenza da un forte substrato veneto.

Queste popolazioni hanno conservato la loro parlata veneta, più che l'italiano, in quanto provenivano in gran parte dalle aree rurali e le generazioni successive, nate da queste onde migratorie, hanno mantenuto i caratteri arcaici della lingua, sebbene lontani dal Veneto: nel Rio Grande do Sul, ad esempio, l'idioma veneto viene insegnato dai genitori ai figli, e viene utilizzato anche da persone di altra origine, tanto che il primo dizionario di talian (o vêneto brasileiro) fu compilato da Alberto Vitor Stawinski, un polacco nato nel 1909 a São Marcos dos Polacos, assimilatosi alla comunità locale prevalentemente di etnia veneta.

Tra le varianti fuori dal Veneto queste sono le principali:

  • il veneto istriano e i dialetti triestino e bisiaco con ulteriori influenze slovene e croate e, in misura minore, greche.
  • il talian o vêneto brasileiro
  • il chipilense, parlato a Chipilo, in Messico
  • il vèneto-romeno che si parla nella attuale regione della Tulcea, antico possedimento di Genova sul Mar Nero
  • il veneto-pontino è un gruppo di parlate fortemente influenzate dal romanesco, e in parte anche dai dialetti lepini e dall'emiliano, su base perlopiù veneta-trevisana, in trasformazione e comunque in forte regresso

Questa antichità e "permanenza" del veneto, con le modificazioni e contaminazioni che ogni lingua conosce, è misurata dai dati statistici ufficiali (ISTAT e istituto POSTER). Secondo alcuni, queste stime tendono a ridurre il fenomeno essendo assente una promozione culturale e politica di mantenimento e protezione da parte degli stati che hanno questi territori.

Il risultato di questa diaspora dei parlanti (locutori) veneto è che oggi si possono contare più parlanti veneto fuori dal Veneto che non in esso, e nello stesso più di quanti ve ne fossero alla soppressione della Repubblica Veneta.

 

Stato attuale [modifica]

Cartello affisso all'interno dell'area riservata al personale di un centro commerciale di San Giovanni Lupatoto. Significa "Premi il pulsante"

Attualmente si contano centinaia di pubblicazioni editoriali scritte in veneto e diverse amminstrazioni comunali del Veneto hanno adottato il bilinguismo nei propri atti.

Lo status è molto dibattuto: l'UNESCO la riconosce tra le lingue e la inserisce nel suo Red Book of Endangered Languages, ma sia l'Unione Europea [1] che l'Italia non sono dello stesso parere, pur essendo considerato lingua minoritaria meritevole di tutela dal Consiglio d'Europa.

La Regione del Veneto, dal 2005 ha ricevuto proposta di elaborazione di una legislazione tesa a tutelare questa parlata e a riconoscerla, e alcuni sforzi sono stati fatti da partiti regionali al fine di includerla nella Legge 15 Dicembre 1999, n. 482 sulla "Tutela delle minoranze linguistiche".

Esistono tuttavia numerose dispute sull'argomento "lingua o dialetto", dove i sostenitori dello status di "lingua minoritaria" pongono in evidenza in particolare l'importanza storica di questo idioma, tanto in ambito culturale (dove il veneto può vantare una discreta produzione letteraria, soprattutto in passato) che politico (da ricordare che il volgare vèneto, in particolare la variante veneziana, è stato impiegato negli atti ufficiali della Repubblica di Venezia, oltre al latino e poi all'italiano-fiorentino, pur potendo ogni provincia usare la propria variante), insistendo inoltre sulla constatazione del radicamento geografico particolarmente netto di questo idioma e della sua elevata uniformità linguistica all'interno del proprio territorio.

È interessante notare che il lettore veneto contemporaneo riesce ancora oggi a capire il contenuto di testi scritti anche nel XIII secolo, dimostrando una resistenza dell'idioma veneto sconosciuta ad altre lingue.

 

Caratteristiche linguistiche [modifica]

Il veneto possiede strutture morfo-sintattiche proprie. Fra le tante citiamo per esempio il pronome clitico obbligatorio davanti ai verbi nella seconda persona singolare e nella terza sing/plur: «Giorgio el vien» , «I veci i parla» , «ti te parli/parla» o «ti ti/tu parla»

Tali pronomi, quando presenti, hanno carattere distintivo: sono cioè essi a stabilire il senso della frase e non sono le desinenze finali del verbo: «el sente <--> i sente» (=sente/sentono) oppure «te parlavi <--> parlavi» (=parlavi/parlavate). Ciò permette addirittura di eliminare, in certi casi e in certe varianti, le vocali finali del verbo senza pregiudicare la correttezza della frase «el sent, i sent» o permette quantomeno di scambiarle «te parlavi = te parlava»

In Piemontese, invece, come in Milanese e Italiano, il senso della frase è sempre comunque affidato alle vocali finali del verbo. Per esempio Piem. «a canto <--> a canta» , Mil. «el canta <--> canten» , It. «canta <--> cantano»...

Anche buona parte del lessico è comune, e le variazioni sono spesso limitate alla pronuncia: per esempio «gato/gat», «saco/sac» , «fero/fer», «magnar/magnare», «vardar/vardare», «la scala /'a scàea» , «sorela/sorèa» (spesso unificate con la L-tagliata (Ł, ł) "ła scała" , "soreła")... E ancora «nasion/nazion/nathion» , «verxo/verzo/verdho» o in fine «vérdi / virdi» , «dotóri / duturi».

Queste ultime due forme dette metafonetiche sono tipiche del veneto centrale oltre che del Gradese, resi celebri da autori come Ruzante e Biagio Marin: molti le ritengono già morte o comunque secondarie in quanto troppo difformi dall'italiano standard (che ha "verdi" e "dottori") ma in realtà esse sono ancora discretamente usate. Si trovano comunque anche in altre varianti venete, sebbene in misura minore.

Tutte le varianti sono state usate da poeti veneti (fra cui Ruzante, Goldoni, Zanzotto, Barbarani, Marin) ma alcune di esse sono state portate anche all'estero, per esempio la variante nord-trevigiana di Segusino è tutt'ora parlata in Messico a Chipilo con forti influenze spagnole, mentre un misto di vicentino e bellunese è parlato in Brasile anche se ha ricevuto influenze portoghesi e di altre lingue del Nord-Italia.

La variante veneziana vèneto de mar, era la lingua ufficiale del governo della Serenìsima Repùblica .

Ovviamente ci sono delle parole molto diverse da zona a zona come «fogołar/larìn» , «ceo/cenin/picenin/bòcia» , «el xe / l'è» , «ła xe / l'è» , «el ga / l'à» , «ła ga / l'à» , «i gavéa / i avéa/i véa» , «magnémo/magnòn/magnén», ma esse non sono tante e tali da rendere la comunicazione difficile fra ceppo e ceppi. Ogni lingua ha di questi fenomeni, per esempio nella denominazioni delle verdure e degli attrezzi, fenomeni dovuti alla chiusura di certi mondi contadini.

Anche la sintassi presenta qualche piccola variazione che non pregiudica la comunicazione fra parlanti di vari ceppi: in alcune zone, ad esempio nella parte orientale della Marca Trevigiana fino al confine con il Friùli, gli interrogativi restano in fine di frase «Fatu che? Sìtu chi? Vatu 'ndove? Magnène cossa?» e anche nel Bellunese sono finali «Vatu onde? Magnone che?» mentre in altre varianti essi risalgono in prima posizione « 'Sa fèto/Cossa fatu? Chi/Ci sìto? 'Ndo vètu/'Ndove vatu?». In queste ultime zone l'interrogativo finale esiste ma solo come forma rinforzata. Si oppongono, quindi, la fusione nelle frasi interrogative della forma verbale con quella pronomica, ad esempio tipiche espressioni di Treviso quelle come « Ditu? Situ 'ndà? Gatu visto/magnà?» o del veneto centrale « Dìxito? Sito 'ndà? Ghèto visto/magnà?», e la forma dissociata « Te disi? 'Te si 'ndà? Te ga / Gatu visto? Te gà magnà / Gatu magna?». Esistono poi anche forme doppie con enfasi particolare « 'Sa vèto indove!? 'Sa fèto cósa!? 'Sa màgnitu che? Ci èlo ci??».

La fusione nelle frasi interrogative della forma verbale con quella pronomica nella 2 persona singolare è, peraltro, caratteristica generale del veneto : «Dìtu par davero? Sìtu 'ndà? Atu/Gatu/Ghètu/Ghèto/Eto visto? Pàrli(s)tu?/Pàrlito?» nella 3 persona sing./plur/masch/femm.: «Pàrleło? (m.sing) Pàrleła? (f.sing) Pàrlełi? (m.plur) Pàrlełe? (f.plur)» e nella 2 persona plurale:«Parlèo/Parlèu?, Gavìo/Gavéu?» ma, come accennato, è andata parzialmente in desuetudine specie nel veneziano e nel veneto delle città dove prevale la forma dissociata (che rispecchia l'italiano) « Te disi par davero? 'Te si 'ndà? Ti ga visto?». Le forme composte esistevano comunque nel veneziano antico (Gastu? Fastu? Vostu?) ed oggi pur essendo abbandonate a Venezia sono ben vive nel Chioggiotto e nel Caorlotto (Sistu? Vustu? Fastu? Gastu?) parlato a Caorle (VE).

Tipico del vèneto è anche l'interrogativo-esclamativo sottinteso o vuoto usato retoricamente: «Vùto ndar?!» (ital.= DOVE vuoi andare!), «Vùtu far?!» (ital.= COSA vuoi farci!), «Sìto nà, vestiì cusì!» (ital.= ma DOVE sei andato, vestito a quel modo!)

Alcune varianti possiedono la particella enfatica A utilizzata per rafforzare i verbi o presentarli come novità: «A te sì bravo» (ital.= sei proprio/veramente bravo!), «A no te dormi mai» (ital.= ma non dormi proprio mai!), «A no l'è mai contento» (ital.= non è MAI contento!), «A so' rivà» (ital.= sono arrivato finalmente!), «A so' rivà ieri!» (ital.= sai? sono arrivato ieri!)

Ricordiamo che il vèneto è ancora capito e parlato fra alcuni discendenti di emigranti veneti a Latina nella Maremma e ad Arborea (Sardegna centro-occidentale). Infine, non dimentichiamo che alcune parole sono comuni solo ad altre lingue o dialetti minori dell'area romanza, come friulano(specialmente nelle varianti occidentali) e catalano «mé pare=gno pare=mon pare» (ital. padre; mio padre), «mé mare=me mari=ma mare» (ital. madre; mia madre), «masa=massa=massa» (ital. troppo) e al francese (...).

 

Grafia [modifica]

Come molte lingue prevalentemente parlate, poco scritte e non istituzionalizzate, anche il veneto non ha una grafia standard ufficiale e molti lo scrivono con una grafia italianizzante, che però non è adatta ad esprimere tutte le alternative e caratteristiche della fonetica/fonologia veneta. Sono state fatte tuttavia varie proposte si possono così riassumere:

  • a) la grafia di Dino Durante, che ha avuto grande diffusione e viene tutt'ora usata in molte pubblicazioni come "Quatro Ciàcoe", basata sulla più grande somiglianza all'italiano, con il difetto di portare il lettore alla produzione di doppie lettere là dove non esistono, come in muso/musso.
  • b) la "grafia storica riformata" proposta da Loris Palmerini basata sullo studio dei documenti storici in archivio di stato, e sulla introduzione di soluzioni grafiche come la Ł tagliata. Il simbolo Ç con cediglia è usato in base all'italiano, così compare in çena, çerveło (che riflettono l'italiano "cena, cervello") ma non compare in forsa, suca anche se le pronunce sono le medesime. Tale grafia è usata da molti scrittori e parzialmente dalla rivista "raixe venete" (che non segue l'uso italianizzante della Ç).
  • c) la grafía del "Talian" di ampia diffusione in Brasile, che usa invece una corrispondenza simbolo/suono vicina al portoghese, ma simile a quella di Durante (p.es: usano SS poiché questa è pronunciata semplice anche in portoghese, usano Z per essa sonora invece di X, poiché non vi sono interdentali che richiedono Z/Zh come nel veneto-chipileño del Messico o nel Veneto settentrionale).
  • d) il Manuale di Grafía Unitaria stampato a cura della Regione Veneto che lascia aperte varie opzioni ortografiche, ma non viene usata per la sua eccessiva frammentazione di simboli che rendono complicata la vita alla madrelingua fino a scoraggiarne di fatto l'adozione.
  • e) il sistema "Jegeye" proposto da L. Pegoraro basato sul criterio un simbolo un suono ovvero per ogni pronuncia vale un simbolo differente (unica eccezione la L-tagliata che può essere letta in modi diversi), poco usata.
  • f) le Parlade Venete Unificae (originariamente proposte su sitoveneto) e basate sul criterio una forma per ogni gruppo di alternative ovvero riunificare le pronunce con doppia o tripla variante in una sola forma scritta (ad esempio L-tagliata: Ł - ł) seguendo via via l'etimologia o il metodo della maggioranza, o a volte facendo compromessi a seconda delle possibilità a disposizione. È un tentativo di includere nell'unificazione anche le zh interdentali presenti nel trevigiano-bellunese e le z interdentali sonore del polesano che in altre varianti venete si sono ridotte a S o X. I bellunesi abitualmente scrivono zità, zoca; i trevigiani zhaváte, forzha ; mentre i veneziani scrivono normalmente sità, soca, saváte, forsa ; nel polesano si distingue usualmente "zeri" (zeri) da "xeri" (eri) ; mentre in altre varianti è tutto ridotto a un unico suono. È ancora in via di definizione e poco usata.
  • g) il veneto-chipileño (parlato a Chipilo in Messico) è stato scritto per molto tempo con grafia italianizzante, poco compresa dagli abitanti più abituati allo spagnolo. Da qualche tempo ad opera soprattutto di Eduardo Montagner Anguiano si è iniziato a stampare libri e giornali con una grafia basata sullo spagnolo (QUe=che; GUe=ghe; CHe=ce; Zh=interdentale; X= s-sonora come nel vèneto del Veneto: caxa de mati, ocaxion...; S semplice = s-dura come in spagnolo e veneto: casa de vin, pasion, masa bon)

Tutte queste grafíe, tuttavia, rispondono ad usi regionali o perfino locali e non sono in grado di essere ugualmente accettate da tutte le varie comunità venete sparse per il mondo, specie per i nuovi stati slavi. È quanto mai importante, quindi, un'opera di recupero storico delle fonti scritte per recuperare la grafia storica, anche se essa dovesse comportare l'uso di forme latine quali "Venetia" per "Venesia".

Occorre rilevare che, data la normale variabilità delle pronunce di una lingua, a volte differenti per lo stesso termine nel raggio di qualche chilometro, anche un manuale unitario è difficilmente "unitario". Un esempio per tutti: la lettera "zeta" che nella provincia di Padova si pronuncia ( e si vuole scrivere ) sia come "esse" che come "zeta". Si prenda ad esempio la parola "soca" (ceppo di legno) che si scrive e si pronuncia così nella provincia centro-nord, mentre nella bassa padovana si pronuncia "zoca" (con la "z" di "zucchero"). Questo mette in crisi la resa grafica della "s" sonora, che anche il manuale di grafía unitaria della Regione suggerisce di rendere con la "z": emblematica la terza persona singolare dell'indicativo presente del verbo essere: "el ze"- "egli è". Orbene, "ze" nella bassa padovana si pronuncerebbe all'italiana, vanificando di fatto la proposta unità grafica. Per questo nella bassa si preferisce ricorrere allo storico "xe", di antica memoria o allo "ze" del pierino di Durante.

 

Curiosità [modifica]

Il termine del dialetto veneziano "schei", con il quale vengono indicati in generale i soldi, ha una provenienza piuttosto singolare. Ai tempi in cui il Lombardo-Veneto si trovava sotto l'egemonia austriaca erano in circolazione sia le lire italiane sia quelle austriache che sostituirono lo "zechin" (alla fine della Repubblica Veneta avente un valore di 22 lire), la "lira veneta" ed il "soldo" di rame della Repubblica Veneta; i pochi esemplari di "soldo" a quel tempo ancora in circolazione venivano detti (al singolare) "soldin" perché di dimensioni minori del soldo italiano e di quello austriaco ad anche perché valevano anche meno.

(Proverbio: Sensa soldi l'orbo no canta. Frase idiomatica: Butarla in soldoni = spiegare minuziosamente.)

Il centesimo della lira italiana veniva detto in dialetto veneto "centesimin", quello austriaco, di valore leggermente inferiore, veniva chiamato però "scheo" per poterlo meglio distinguere. Il termine ebbe origine dal fatto che sui centesimi austriaci era coniata la dicitura "Scheidemünze" (cioè moneta divisionale, nella lingua tedesca pronunciata però approssimativamente "sceidemünze" con la "ü" piemontese, a quel tempo l'indicazione di una minima frazione monetaria, oggi non più in uso). Probabilmente i veneziani non riuscivano a pronunciare bene quella strana e lunga parola e si limitavano a chiamare la moneta solo con l'inizio della dicitura, cioè "schei", facendone così un termine generale al plurale, dal quale derivarono "scheo" al singolare. Questo termine rimase nel dialetto per indicare in generale il denaro.

(Proverbio: Sinque schei de mona ghe fa ben a tuti = Fare un po' il tonto può essere ad ognuno di vantaggio.)

Per determinare una ben definita somma di denaro in lire nel dialetto veneziano veniva usata invece la locuzione "franco" (al singolare), ad esempio "trenta franchi" e non "trenta lire". Ora tale termine è stato reso obsoleto dall’Euro. Il termine non proviene, come generalmente si crede, dai "franchi", cioè le monete francesi poste in circolazione durante l'occupazione napoleonica, ma bensì da un'altra moneta austriaca che portava (in latino abbreviato) il nome di Francesco Giuseppe, l'allora Imperatore d'Austria. L'abbreviazione di Francesco era "Franc." e da ciò naque il "franco" veneziano.

La moneta divisionale era una moneta di un valore arbitrario che non corrispondeva al valore del metallo con il quale era coniata.

 

Note [modifica]

  1. ^ http://www.helsinki.fi/~tasalmin/europe_index.html#Italy
  2. ^ La Carta Europea delle Lingue Regionali o minoritarie è stata approvata il 25 giugno 1992 ed è entrata in vigore il 1 marzo 1998. L'Italia ha firmato tale Carta il 27 giugno 2000 ma non l'ha ancora ratificata.

 

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