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http://it.wikipedia.org/wiki/Meriggiare_pallido_e_assorto

Cronologia  
http://it.wikipedia.org/Meriggiare_pallido_e_assorto

Meriggiare pallido e assorto

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

Tra i più noti componimenti poetici di Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 - Milano, 12 settembre 1981), considerato il più grande e duraturo poeta del Novecento letterario italiano, Meriggiare pallido e assorto fa parte della raccolta intitolata Ossi di seppia e più precisamente della sezione dei cosiddetti "Ossi brevi".

I versi sono endecasillabi, decasillabi e novenari, raggruppati in tre quartine e una quintina. Nell'ultima strofa tutti i versi sono legati da consonanza: abbaglia/meraviglia/travaglio/muraglia/bottiglia.

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Tema [modifica]

Il testo ruota attorno al tema dell'impossibilità della parola poetica di raggiungere la dimensione dell'"oltre" (in questo caso rappresentato da quelle agognate scaglie di mare del v.10 che si intravedono oltre il muro, tra le fronde degli alberi), e della rinuncia da parte dell'io lirico a travalicare la dimensione della mera contingenza (il muro d'orto del v. 2, la muraglia del v.16).

E' quanto mai distante il modello dannunziano del poeta-vate che, nel momento dell'estasi panica, era in grado di mettersi in contatto con una dimensione altra dell'esistenza e di comunicare al mondo dei barlumi di verità. È altrettanto impossibile, per Montale, ricongiungersi con il mondo della natura per via panica: il soggetto poetico, ormai irrimediabilmente scisso dall'entità paterna (il mare, per Montale), si trova catapultato al di qua del muro, immerso in una realtà costituita da contingenze irrelate, ma porterà sempre con sé il ricordo dell'unione mistica con il mare - padre.

Nonostante la grande distanza che separa Montale dai modelli precedenti, e in particolar modo da Gabriele D'Annunzio, va anche però sottolineato come Montale non operi un'eversione frontale della tradizione letteraria, ma preferisca di gran lunga procedere alla corrosione della tradizione dal suo interno. La lingua poetica rimane infatti quella piana e lucida della tradizione, con forti rimandi alla poesia pascoliana e crepuscolare, ma è decontestualizzata in modo da creare un effetto di straniamento.

Allo stesso modo è possibile rintracciare alcuni topoi letterari, che però, nell'economia complessiva del componimento, risultano ribaltati nel significato. Già a partire dalla collocazione temporale del componimento, esplicitata nel titolo, non è possibile non notare l'analogia con il Meriggio dannunziano, ora per eccellenza dell'estasi panica. In Meriggiare pallido e assorto, però, il sole pomeridiano non è disvelatore di verità altre, quanto elemento funzionale alla presa di coscienza da parte del poeta della necessità di una resa al mondo della contingenza e di una accettazione della condizione umana, di cui sono chiara metafora le brulicanti file di rosse formiche che, pur non avendo un obiettivo preciso, continuano a muoversi. Anche lo stesso muro, che frustra la vista del soggetto poetante, ha come illustre antecedente la siepe leopardiana de L'infinito: se questa, però, enfatizzava l'immaginazione di Leopardi nella misura in cui ne limitava lo sguardo, il muro montaliano lascia il poeta nell'ossessiva contemplazione della sua vana verticalità, del suo slancio verso l'alto frustrato da quei cocci aguzzi di bottiglia in cui si riassume il senso dell'esistenza umana. Si sente anche l'influsso della poesia di Leopardi che si rispecchia nel momento ozioso e nella difficile cavalcabilità della vita.

 

Voci correlate [modifica]