Il testo ruota attorno al tema dell'impossibilità della parola poetica
di raggiungere la dimensione dell'"oltre" (in questo caso rappresentato da
quelle agognate scaglie di mare del v.10 che si intravedono oltre
il muro, tra le fronde degli alberi), e della rinuncia da parte dell'io
lirico a travalicare la dimensione della mera contingenza (il muro
d'orto del v. 2, la muraglia del v.16).
E' quanto mai distante il modello
dannunziano del poeta-vate che, nel momento dell'estasi panica, era in
grado di mettersi in contatto con una dimensione altra dell'esistenza e di
comunicare al mondo dei barlumi di verità. È altrettanto impossibile, per
Montale, ricongiungersi con il mondo della natura per via panica: il
soggetto poetico, ormai irrimediabilmente scisso dall'entità paterna (il
mare, per Montale), si trova catapultato al di qua del muro, immerso in
una realtà costituita da contingenze irrelate, ma porterà sempre con sé il
ricordo dell'unione mistica con il mare - padre.
Nonostante la grande distanza che separa Montale dai modelli
precedenti, e in particolar modo da Gabriele D'Annunzio, va anche però
sottolineato come Montale non operi un'eversione frontale della tradizione
letteraria, ma preferisca di gran lunga procedere alla corrosione della
tradizione dal suo interno. La lingua poetica rimane infatti quella piana
e lucida della tradizione, con forti rimandi alla poesia
pascoliana e
crepuscolare, ma è decontestualizzata in modo da creare un effetto di straniamento.
Allo stesso modo è possibile rintracciare alcuni
topoi
letterari, che però, nell'economia complessiva del componimento, risultano
ribaltati nel significato. Già a partire dalla collocazione temporale del
componimento, esplicitata nel titolo, non è possibile non notare
l'analogia con il Meriggio dannunziano, ora per eccellenza
dell'estasi panica. In Meriggiare pallido e assorto, però, il sole
pomeridiano non è disvelatore di verità altre, quanto elemento funzionale
alla presa di coscienza da parte del poeta della necessità di una resa al
mondo della contingenza e di una accettazione della condizione umana, di
cui sono chiara metafora le brulicanti file di rosse formiche che,
pur non avendo un obiettivo preciso, continuano a muoversi. Anche lo
stesso muro, che frustra la vista del soggetto poetante, ha come illustre
antecedente la siepe
leopardiana de
L'infinito: se questa, però, enfatizzava l'immaginazione di Leopardi
nella misura in cui ne limitava lo sguardo, il muro montaliano
lascia il poeta nell'ossessiva contemplazione della sua vana verticalità,
del suo slancio verso l'alto frustrato da quei cocci aguzzi di
bottiglia in cui si riassume il senso dell'esistenza umana. Si sente
anche l'influsso della poesia di Leopardi che si rispecchia nel momento
ozioso e nella difficile cavalcabilità della vita.
Voci correlate
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