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Metrica italiana

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

La forma di una poesia ne determina il ritmo, che è una sua parte fondamentale: lo studio dei vari tipi di forma è detto metrica. La metrica di una poesia si decide prima di tutto dalla lunghezza e dal tipo dei suoi versi, ma altri elementi importanti sono anche il tipo di Strofa e il tipo di rima che usa: altri elementi della metrica sono le figure metriche e le licenze poetiche.

Indice

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[modifica] Versi

Un verso di una poesia è la sua unità ritmica principale, e corrisponde grosso modo ad una riga: la lunghezza del verso determina il ritmo, lento per versi lunghi, veloce per versi corti. I versi si classificano per il numero delle sillabe di cui sono composti: nella lingua italiana si hanno dieci tipi di versi, di cui quattro parisillabi (2, 4, 6, 8 o 10 sillabe) e cinque imparisillabi (3, 5, 7, 9 o 11 sillabe). Non mancano però esempi di versi molto più lunghi, come questo:

Alto è il muro che fiancheggia la mia strada, e la sua nudità rettilinea si prolunga nell’infinito.
...

(Ada Negri, Il muro, verso 1, 30 sillabe)

In ogni verso, il ritmo della lettura è dato dagli accenti più forti, che per questo vengono detti ritmici: il tipo di verso, più che dalla lunghezza in sillabe (che può anche variare: vedi i versi ipèrmetri e ipòmetri) è definito soprattutto dalla posizione degli accenti forti al suo interno.

I versi tradizionali italiani sono:

  • il bisillabo o binario, di due sillabe;
  • il trisillabo di tre sillabe, che ha un accento ritmico sulla seconda sillaba;
  • il quaternario o quadrisillabo di quattro sillabe con accenti sulla prima e sulla terza sillaba;
  • il quinario o pentasillabo di cinque sillabe, in cui gli accenti ritmici cadono sulla prima o seconda sillaba e sulla quarta;
  • il senario di sei sillabe, con gli accenti ritmici sulla seconda e sulla quinta;
  • il settenario di sette sillabe invece ha il primo accento ritmico mobile, che può cadere su una qualsiasi delle prime quattro sillabe, mentre il secondo accento è fisso sulla sesta sillaba;
  • l’ottonario di otto sillabe con gli accenti sulla terza e sulla settima sillaba;
  • il novenario o enneasillabo di nove sillabe: da qui in poi sono necessari tre accenti ritmici anziché due soltanto, per l'accresciuta lunghezza dei versi: gli accenti ritmici del novenario cadono sulla seconda, quinta e ottava sillaba;
  • il decasillabo di dieci sillabe, con accenti sulla terza, sesta e nona;
  • l’endecasillabo di undici sillabe: questo verso ha un solo accento obbligato, sulla decima sillaba, mentre gli altri due possono presentarsi in varie posizioni, e uno può addirittura mancare.
...
né più nel cór mi parlerà lo spìrto (4a, 8a, 10a)
delle vergini Mùse e dell’amóre,        (6a, 10a)  
unico spìrto a mia vìta ramìnga     (4a, 7a, 10a)   
...

(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri)


I versi parisillabi, come si può notare, hanno tutti gli accenti ritmici in posizioni fisse: per questo in genere si usano versi esclusivamente parisillabi solo nelle filastrocche o se si vuole un ritmo cantilenante e sempre uguale. I versi imparisillabi invece concedono molta più libertà, e quello che concede più libertà di tutti è l'endecasillabo, che è anche quello maggiormente usato.

 

[modifica] Versi doppi

Si dicono doppi i versi uguali, in coppia nella stessa riga, interrotti da una pausa o cesura. Essi sono:

  • Doppio quinario;
  • Doppio senario;
  • Doppio settenario (o martelliano o alessandrino)
Su i càmpi di Maréngo / batte la lùna; fósco
tra la Bòrmida e il Tànaro / s’agita e mùgge un bòsco,
un bòsco d’alabàrde, / d’uòmini e di cavàlli,
che fùggon d’Alessàndria / da i màl tentati vàlli.
...

(Giosue Carducci, Su i campi di Marengo)

  • Doppio ottonario.

 

[modifica] Versi ipèrmetri e ipòmetri

Il verso ipèrmetro è eccedente di almeno una sillaba metrica rispetto alla misura regolare del verso, il verso ipòmetro ha almeno una sillaba metrica in meno rispetto alla misura regolare del verso. Per esempio ha senso parlare di verso ipèrmetro quando in una struttura metrica codificata, come un sonetto, troviamo un verso che, invece di avere l'ultimo accento sulla decima sillaba metrica, questo si trova sull'undicesima o seguente. Spesso un verso ipèrmetro e uno ipòmetro vengono usati di seguito, in modo da compensarsi a vicenda creando una variazione nel ritmo, con una figura metrica detta episinalefe. In genere le sillabe in più o in meno sono poste lontano dagli accenti ritmici, in posizioni molto deboli foneticamente, e si elidono o fondono nella pronuncia con altre.

 

[modifica] Versi piani, sdruccioli e tronchi

A seconda del tipo di parola che termina il verso si parla di verso piano, sdrucciolo o tronco: piano se termina con una parola piana (accento sulla penultima sillaba), sdrucciolo se termina con una parola sdrucciola (accento sulla terz'ultima sillaba) e tronco se termina con una parola tronca (accento sull'ultima sillaba). Più l'accento è vicino alla fine del verso, tanto più il ritmo viene marcato.

 

[modifica] L'origine e il senso della metrica

Rime e ritmi: la metrica è grammatica descrittiva, non prescrittiva. La poesia nasce come voce, e solo successivamente diventa voce scritta. Storicamente, è probabile che la poesia nasca col teatro: nasca quindi a voce alta, la voce che per-suona nella maschera dell'attore-persona (persona da per-sonare "suonare forte"). Ogni poesia, anche la più "intimista", va immaginata come detta a voce. E leggere con la voce le poesie è un esercizio importante. Lo specifico della poesia sembra collegato alla presenza di un ritmo. Il ritmo delle parole non è un accompagnamento musicale del contenuto, ma ne fa parte. Lo studio di questi ritmi, in sostanza la metrica, può dare l'idea che scrivere poesia sia un esercizio certosino di conteggi di sillabe e di accenti, poco compatibile con l'ardente necessità dell'ispirazione. Questo è un errore di valutazione che deriva dal dimenticare che la metrica è una grammatica che non prescrive ma descrive (come del resto ogni altra grammatica: anche la grammatica della lingua italiana, che si studia o studiava a scuola, non è una legge caduta dal cielo a indicare come si deve parlare, ma un'accurata descrizione di come si è parlato finora). La metrica di un endecasillabo non è dunque una legge che impone di scrivere in un certo modo, ma la descrizione del ritmo che hanno adottato numerosi poeti dagli albori della lingua fino a oggi. Se un poeta decide di scrivere ancora endecasillabi, è semplicemente perché sente dentro di sé, come memoria storica, come musica assorbita, come coscienza verbale o come vi pare, questo ritmo, lo possiede e ne è posseduto. Nessun poeta conta le sillabe sulla punta delle dita (se non forse dopo, per curiosità), ma è possibile che se un poeta ha scritto otto versi di cui tutti sono endecasillabi tranne il quinto, quel quinto verso gli stoni, come una nota fuori posto in una musica. Così come è possibile che non gli stoni affatto, e che si tratti di una variatio necessaria, significativa-significante (come l'improvviso alterarsi di un ritmo in una musica, che serve a comunicare qualcosa). Anche i versi più "liberi" hanno il loro ritmo - non esiste poesia senza ritmo. Talvolta il ritmo sconfigge persino le intenzioni stesse del poeta che vorrebbe proprio mortificarlo per esaltare la singola parola, come in alcune poesie ermetiche. Quando Giuseppe Ungaretti scrive

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie

il suo dividere in quattro versi la breve poesia ha un senso ben preciso, ma non può tuttavia impedire al ritmo interiorizzato dal lettore di poesia di cogliere due classici settenari:

Si sta come d'autunno Sugli alberi le foglie.

 

[modifica] Odicina anacreontica

Vedi Carducci e le sue poesie come Pianto Antico

 

[modifica] Voci correlate

 

[modifica] Metrica Barbara

Si definisce col termine di metrica barbara tutti quei versi scritti tentando rappresentare con versi italiani (in metrica accentuativa) la metrica classica (che erano invece quantitativi)

 

[modifica] Bibliografia

  • Pietro G. Beltrami. La metrica italiana. 2a ed. Bologna, Il Mulino, 1994. ISBN 8815045627
  • Mario Fubini. Metrica e poesia. Milano, Feltrinelli, 1962.
  • Aldo Menichetti. Metrica italiana. Fondamenti metrici, prosodia, rima. Padova, Antenore, 1993. ISBN 8884550734
  • Marco Santagata. Dal sonetto al canzoniere. Ricerche sulla storia e la costituzione di un genere. Padova, LivianaAntenore, 1989.

 

[modifica] Collegamenti esterni

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Metrica classica

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

Metrica classica è la definizione di quel particolare insieme di regole ritmiche operanti nella versificazione e nella cosiddetta prosa ritmica della letteratura greca e latina dell'età antica, basata sul principio dell'alternanza, secondo schemi prefissati, di sillabe lunghe e brevi (metrica quantitativa).

Indice

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Metrica greca e metrica latina [modifica]

Nei manuali dedicati all'argomento, la metrica latina e la metrica greca sono trattate ora assieme, ora in opere separate: tale scelta deriva dal modo in cui sono concepiti i rapporti tra la metrica latina e quella greca, che grazie al suo prestigio le servì da modello. A sostegno di una divisione delle due materie, si può osservare che le convenzioni prosodiche del latino non coincidono interamente con quelle del greco, e soprattutto in età arcaica, quando il processo di acculturazione da parte dei romani della più sofisticata cultura greca era in pieno svolgimento, i modelli greci furono adattati con grande libertà dagli autori latini (per fare un esempio, il senario giambico deriva dal trimetro giambico, ma non è esattamente la stessa forma metrica); a sostegno di una trattazione d'insieme, si può osservare come la tendenza, da parte dei poeti latini più tardi (di età tardo repubblicana, augustea e imperiale) fu quella di riprendere i modelli greci in maniera fedele, tanto che moltissimi metri greci hanno il loro esatto corrispondente in latino e le due metriche vengono in buona parte a coincidere. Si prende quindi qui come punto di riferimento la metrica greca, e sulla sua scorta si considerano i metri che le due letterature condividono; per i metri invece propri al latino, si veda invece metrica latina.

 

La metrica come scienza: una breve storia [modifica]

La maggior parte dei metri greci, se non tutti, erano già noti ed usati in età arcaica. L'ampiezza e la varietà delle forme usate, in parte conseguenza dello stretto rapporto che nell'epoca più antica esisteva tra poesia e musica, rese necessario, con il venir meno di questa relazione, la nascita della metrica intesa come studio delle forme metriche.

Il primo metricologo di cui si ha notizia fu Damone, che ebbe Pericle come allievo; le fonti antiche ricordano anche Aristosseno di Taranto, discepolo di Aristotele, che studiò soprattutto la ritmica, e, in epoca ellenistica, Filosseno.

Di questi più antichi studiosi non si sa poco o nulla, maggiori notizie invece si dispongono degli studiosi di età imperiale, in particolare Eliodoro ed Efestione. Le vestigia del lavoro del primo sono stati conservati negli scoli metrici di Aristofane, mentre del secondo, autore di voluminosi trattati, è sopravvissuto il suo Ἐγχειρίδιον περὶ μέτρων (Encheiridion perì métron, manuale sui metri), che rimane il testo base per ogni studio sulla metrica antica. Altre notizie, per lo più poco originali, sono riferite dai numerosi testi dei grammatici latini; altre fonti, soprattutto per la prosa metrica, sono contenuti nei trattati di retorica, a partire da quelli di Cicerone e Quintiliano. Il trattato De musica di S. Agostino e in generale i frammenti degli antichi studiosi di musica contengono anch'essi informazioni preziose.

In epoca bizantina, anche se la conoscenza delle forme più complesse, come quelle della lirica corale, si era appannata, i grammatici continuarono a copiare, riassumere e rielaborare i testi scolastici degli autori più antichi, e si incontrano eruditi, come Demetrio Triclinio (prima metà del XIV secolo) con una conoscenza metrica sorprendente. Fu grazie a questi eruditi greci che la conoscenza metrica sopravvisse nel corso del medioevo e, dopo la caduta di Costantinopoli, furono loro a portare queste conoscenze in Italia e da lì si diffusero nel resto d'Europa.

Nei secoli successivi, la metrica non fu trattata che incidentalmente dai filologi; Richard Bentley e Richard Porson studiarono soprattutto i versi del dialogo drammatico, mentre la conoscenza dei metri lirici restava lacunosa. Fu il tedesco Johann Gottfried Hermann, all'inizio del XIX secolo, a porre le basi della metrica moderna, partendo dalle dottrine degli antichi, e aprendo la strada a tutti gli studi successivi: pionieristici in particolare furono i suoi studi sui metri della lirica corale. La fine del XIX secolo e l'inizio del XX vide invece l' applicazione del metodo storicistico alla metrica, da parte di Ulrich von Wilamowitz-Möllendorf e di O. Schröder, che si concentrarono soprattutto sull'origine dei versi conosciuti, ricercando un ipotetico "verso primordiale" (Urvers) da cui sarebbero derivati tutti gli altri, sebbene con risultati poco incoraggianti.

Nei primi decenni del XX secolo, anche gli studi sulla prosa ritmica hanno conosciuto un momento di grande sviluppo: si ricorda, fra tutti, il classico di Eduard Norden, Die Antike Kunstprosa, (La prosa d'arte antica), 1909.

 

La metrica: strutture generali [modifica]

Secondo la tradizione antica lo studio della metrica si divide in tre branche:

  • Prosodia, che si occupa della quantità delle sillabe
  • Metrica vera e propria, che si occupa della combinazione delle quantità sillabiche nella versificazione.
  • Strofica, che si occupa delle combinazioni di versi in gruppi strutturati

 

Metrica: glossario di base [modifica]

Si riportano qui di seguito le definizioni delle entità metriche, dalla più semplice alla più complessa: i collegamenti rimandano a una trattazione più approfondita dei singoli concetti.

  • mora (gr. χρόνος): è l'unità di misura nella prosodia classica. Secondo le convenzioni in uso già tra gli antichi, una sillaba breve vale una mora, una sillaba lunga due more.
  • sillaba breve: in generale, una sillaba è breve quando è aperta e contiene una vocale breve. Si veda prosodia.
  • sillaba lunga: o
    • per natura: contiene una vocale lunga o un dittongo
    • per posizione (o meglio per convenzione): contiene una vocale breve seguita da due o più consonanti.
  • piede (gr. ποῦς, lat. pes): unità metrico-ritmica di base, composta da due a quattro sillabe e lunga da due a più more.
  • Elementum (it. elemento): è l'unità di misura dei tempi ritmici di cui è composto un piede. Si definiscono quattro elementa alla base della metrica classica:
    • Elementum breve, (simboleggiato con ∪) unità di movimento corrispondente a una sillaba breve,
    • Elementum longum, (simboleggiato con ∪∪) unità di movimento corrispondente a sillaba lunga sostituibile all'occorrenza con due brevi.
    • Elementum anceps, o ancipite, (simboleggiato con X) unità di movimento in cui può comparire tanto un longum quanto un breve, realizzabile dunque con una sillaba breve, una sillaba lunga o due sillabe brevi
    • Elementum indifferens, (simboleggiato normalmente con il simbolo musicale della corona, con Λ o con ), unità di movimento corrispondente a una sillaba o lunga o breve.
  • metro (gr. μέτρον, lat. metrum): l'unità di misura del verso, che coincide con il piede (nel caso di piedi della durata superiore alla quattro more) o a due piedi (per quelli di durata uguale o inferiore alle quattro more, ad esclusione dell'esametro e del pentametro dattilico). Nel secondo caso, si chiama sizigia (gr. συζυγία) o meno chiaramente dipodia.
  • colon plurale cola (gr. κῶλον, pl. κῶλα) o membro: formato da alcuni piedi o sizigie secondo uno schema metrico preciso che però non ha carattere indipendente, di durata in genere non superiore alle 18 more.
  • verso (gr. στῖχος, lat. versus): entità formata da più piedi o sizigie, dotato di una autonomia ritmica che lo differenzia dal colon. Può contare fino a quattro sizigie (tetrametro) trenta more. Oltre tale limite è definito ipermetro (gr. ὑπέρμετρος, lat. hypermeter). Un verso (e così un periodo o una strofa o un sistema) è un'unità indipendente in quanto presenta le seguenti caratteristiche:
  1. termina con una pausa
  2. ammette iato con la sillaba iniziale del verso successivo
  3. la sua sillaba conclusiva è sempre elementum indifferens, ossia può essere indifferentemente lunga o breve.
  • asinarteto : è un particolare tipo di verso, formato da due cola di metro differente, separati da una dieresi.
  • periodo (gr. περίοδος, lat. periodus/ambitus): un insieme indipendente di due o più cola, di ampiezza uguale o maggiore a quella del verso, ma senza carattere fisso.
  • strofe (gr. στροφή, lat. stropha): entità metrica formata da due o più versi o periodi.
  • sistema (gr. σύστημα): entità metrica composta di una successione di cola dalla struttura regolare (per lo più dimetri) di uno stesso metro di una estensione considerevole.

Talvolta cola e versi possono essere allungati o abbreviati rispetto al loro schema di base. Si definisce allora:

  • acefalo: privo della sillaba iniziale
  • procefalo: allungato di una sillaba al suo inizio. Tale fenomeno è noto anche come anacrusi.
  • catalettico (gr. καταληκτικός): privo della sillaba finale. In metri trisillabi, come il dattilo, se le sillabe mancanti sono due, si definisce catalettico in syllabam, se la sillaba mancante è una, invece, viene detto catalettico in duas syllabas. Due cola catalettici combinati assieme formano un verso dicatalettico
  • ipercatalettico: allungato alla conclusione di una sillaba.

Altri fenomeni importanti:

  • iato (lat. hiatus) successione di due vocali non fuse in un dittongo e dunque appartenenti a sillabe diverse. Normalmente, le lingue classiche evitano sempre lo iato, se non a fine di verso (o periodo, o strofa).
  • sinafia: (gr. συνάφεια) fenomeno di continuità ritmica tra due cola, che consente a una parola di essere spezzata tra la fine di un colon e l'inizio dell'altro, o nel caso di due vocali contigue, appartenenti a due parole diverse, di essere unite in sinalefe.
  • anaclasi (gr. ἀνάκλασις): fenomeno in cui una sillaba breve e una lunga all'interno di un piede o di una sizigia o tra due sizigie contigue invertono la loro posizione (per esempio, un metro giambico ∪ — ∪ — può, per anaclasi, divenire un coriambo — ∪ ∪ —).
  • cesura (gr. κοπή, lat. caesura): incisione ritmica all'interno di un verso che divide in due parti un piede.
  • dieresi (gr. διαίρεσις, lat. diaeresis): incisione ritmica all'interno di un verso che cade tra due piedi.
  • zeugma o ponte (gr. ζεῦγμα, lat. zeugma): punto del verso in cui una parola non può terminare.

 

La natura dell'ictus e la lettura dei versi [modifica]

Il greco, lingua dall'accento melodico, non intensivo, non possedeva un accento metrico nel senso moderno della parola; e quando i grammatici romani parlano di ictus metrico, che cadeva sul tempo forte del piede, non indicavano un accento intensivo, ma semplicemente che il tempo forte era il "tempo del battere", contrapposto al tempo debole, che era il "tempo di levare", quando si scandiva la lettura del testo con il piede o con il dito.

Quando, in età tardo antica, sia il greco che il latino persero la distinzione fonologica tra vocali lunghe e brevi, la comprensione dei principi della metrica classica divenne sempre più difficile e sia il greco bizantino, che il latino medioevale, assieme alle lingue romanze, svilupparono una nuova metrica, basata sull'isosillabismo, sulle posizioni degli accenti (che erano divenuti intensivi) e sulla rima.

Sempre a causa di questi mutamenti linguistici, si elaborò in ambito scolastico un sistema di lettura dei metri antichi, il cui ritmo era più percepito tramite un accento intensivo, anche quando contrario alla pronuncia corretta della parola, nel tentativo di restituire almeno una vaga impressione dell'antico ritmo, ancora insegnato nelle scuole.

Così, per fare un esempio, l'incipit dell'Eneide, che letto normalmente sarebbe
"Árma virúmque cáno, Tróiae qui prímus ab óris" diviene
"Árma virúmque canó, Troiaé qui prímus ab óris" .

Tale sistema può essere utile per far percepire la diversità di lettura della poesia da quello della prosa nella letteratura antica, purché si tenga ben presente che mai gli antichi greci o latini lessero la loro poesia in questo modo. La percezione del sottile contrappunto che lega il decorso tonale del testo poetico e la successione ritmica delle durate sillabiche è per noi irrimediabilmente perduta.

 

La classificazione dei versi [modifica]

In genere, sono possibili due schemi di classificazione dei versi: uno secondo lo schema metrico, un altro secondo il genere letterario in uso.

La classificazione secondo lo schema metrico è la seguente.

In tale classificazione, la metrica eolica può essere divisa tra i dattili e i coriambi o essere trattata con i versi misti.

Classificazione per genere:

  • Versi cantati (lirica monodica):
    • metri eolici
    • altri metri lirici (gli asinarteti archilochei, alcuni metri ionici)
    • metri diversi utilizzati nelle parti cantate della tragedia

 

Le forme del componimento poetico [modifica]

I componimenti poetici greci potevano essere strutturati in varia maniera:

Questi sistemi strofici sono in uso nella lirica monodica, e più tardi nella poesia ellenistica e in quella latina. La lirica corale, e le parti corali della tragedia, usano invece strofe dalla struttura molto più complessa e che variano molto da un esempio all'altro.

I componimenti strofici, a seconda del loro ordine interno, sono poi ulteriormente divisi in:

  • componimenti monostrofici quando la stessa strofe si ripete identica per tutto il poema;
  • componimenti epodici, o triade epodica, quando ad una strofe e ad un'antistrofe dalla stessa struttura metrica segue un epodo di struttura differente. Nella lirica corale, l'epodo è sempre ripetuto, secondo lo schema A A B, A' A' B', ecc.; nella tragedia invece l'epodo compare di solito una volta sola, in posizione variabile.

 

La prosa ritmica e il cursus [modifica]

Sebbene normalmente non vincolata agli schemi metrici anche la prosa può, in determinati casi, per motivi enfatici, piegarsi ai suoi schemi. In particolare nella teorizzazione e nella pratica retorica divenne uso comune, tanto nel mondo greco che nel mondo romano, dare particolar rilievo al punto più importante e sensibile del periodo, la clausola finale, facendole assumere un particolare ritmo. Tale abitudine sopravvisse alla fine della metrica quantitativa e nel corso del Medioevo rimase prassi comune, nella prosa latina, chiudere i periodi con clausule metriche, non più basate sulla quantità, ma sugli accenti, secondo diversi tipi standardizzati di cursus.

 

Bibliografia [modifica]

 

In italiano: [modifica]

  • M. Lenchantin de Gubernatis Manuale di prosodia e metrica latina ad uso delle scuole, 1941 (e successive ristampe);
  • M. Lenchantin de Gubernatis Manuale di prosodia e metrica greca ad uso delle scuole, 1948 (e successive ristampe);
  • Bruno Gentili, La metrica dei Greci, Messina-Firenze, D'Anna, 1958 (rist. 1982)
  • L.E. Rossi Metrica classica e critica stilistica. Il termine "ciclico" e l'agoghé ritmica, Roma, 1963
  • Maria Chiara Martinelli, Gli strumenti del poeta: elementi di metrica greca, Bologna 1997;

 

In lingua straniera [modifica]

  • F. Crusius-H. Rubenbauer, Römische Metrik. Eine Einfuehrung, Monaco, 1967²
  • W.J.W. Koster, Traité de métrique grecque suivi d'un précis de métrique latine, Leida, 1936 (19664)
  • L. Nougaret, Traité de métrique latine classique, Paris, Klincksieck, 1948
  • M.L. West, Greek Metre, Oxford, Clarendon Press, 1982
  • A. Dain, Traité de métrique grecque, Paris, Klincksieck, 1965
  • D. Korzeniewski, Griechische Metrik, Darmstadt, 1989²
  • B. Snell, Griechische Metrik, Gottinga, 1957 (Trad.it. Metrica Greca, La Nuova Italia, Scandicci (FI), 1990)

 

Opere più antiche [modifica]

  • G. Hermann, Elementa doctrinae metricae, Lipsia 1816
  • W. Christ, Metrik der Griechen und Römer, Lipsia 1879
  • U. v. Wilamowitz-Moellendorf, Griechische Verskunst, Berlino 1921 (rist. Darmstadt 1958, 1975, 1984)

 

Da ricordare anche: [modifica]

  • A. Meillet, Les origines indo-européennes des mètres grecs, Parigi 1923. (Comparazione dei metri greci con altri metri di lingue quantitative, come il sanscrito).
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Schema metrico

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

Si definisce Schema metrico la descrizione di un testo poetico dal punto di vista metrico di un componimento poetico generalmente indicando le strofe, la tipologia dei versi e lo schema della rime.

Per descrivere lo schema rimico (il susseguirsi delle rime) in un componimento si usano le lettere maiuscole in ordine alfabetico. Per indicare versi più brevi dell'endecasillabo generalmente si usano le lettere minuscole.

Quando una stanza è composta da endecasillabi piani si tende a scrivere soltanto lo schema delle rime.


Quando però il componimento è veramente molto complesso anche dal punto di vista dei versi è necessario indicare tutti gli aspetti metrici (numero di sillabe, tipo di accentazione, rime, numero di versi per strofa, se piani, tronchi, o sdruccioli).
Ci sono molti modi di riportare lo schema metrico, generalmente viene anteposto al componimento con una breve prefazione, nei casi più complessi viene indicato direttamente al alto dei versi.

Un esempio di "schema metrico" semplice:

Ottava toscana: Stanza composta da otto versi di endecasillabi piani.
Schema ABABABCC.

Verso Schema
rimico
Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, A
le cortesie, l'audaci imprese io canto, B
che furo al tempo che passaro i Mori A
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, B
seguendo l'ire e i giovenil furori A
d'Agramante lor re, che si diè vanto B
di vendicar la morte di Troiano C
sopra re Carlo imperator romano. C


 

Un esempio di "schema metrico" dove i settenari sono indicati da lettere minuscole:

Schema metrico:xbBCcdD

Verso Schema
rimico
Un’ape esser vorrei, x
donna bella e crudele, b
che sussurrando in voi suggesse il mele; B
e, non potendo il cor, potesse almeno C
pungervi il bianco seno, c
e ‘n sì dolce ferita d
vendicata lasciar la propria vita. D


Quando lo schema è piu' complesso è necessario specificare tutte le caratteristiche metriche del componimento.

Un esempio di schema metrico molto complesso è quello de la Pioggia nel Pineto di Gabriele D'Annunzio ad esempio (di cui qui vediamo riprodotta soltanto una stanza)


Metrica: 4 strofe di 32 versi variamente composti e rimati, l' unico tratto fisso è la parola Ermione come ultimo verso di ogni strofa..
 

Verso Rima Sillabe Altre note
Taci. Su le soglie a 6 .
del bosco non odo b 6 .
parole che dici c 6 .
umane; ma odo b 6 Odo è rima univoca;
cesura alla 3a sillaba dopo
"Umane" (che fa rimalmezzo con "lontane" più avanti
parole più nuove d 6 .
che parlano gocciole e foglie e 9 .
lontane. f 3 fa rimalmezzo con il v4
Ascolta. Piove d 5 ancora cesura alla 3a dopo "Ascolta";
dalle nuvole sparse. g 7 .
Piove su le tamerici c 8 Piove (olre ad essere rima interna è in posizione anaforica
come vedremo in versi successivi (Piove... Piove...)
salmastre ed arse, g 5 .
piove su i pini h 5 .
scagliosi ed irti, i 5 .
piove su i mirti i 5 .
divini, h 3 .
su le ginestre fulgenti l 8 .
di fiori accolti, m 5 .
su i ginepri folti m 6 .
di coccole aulenti, l 6 .
piove su i nostri volti m 7 .
silvani, n 3 .
piove su le nostre mani n 8 .
ignude, o 3 .
su i nostri vestimenti l 7 .
leggieri, p 3 .
su i freschi pensieri p 6 .
che l'anima schiude o 6 .
novella, q 3 .
su la favola bella q 7 .
che ieri p 3 .
t'illuse, che oggi m'illude, o 9 cesura dopo "illuse"
o Ermione. r 3 .

 

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Canzone (metrica)

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La Canzone è un componimento lirico caratterizzato da un genere metrico formato da un numero variabile di strofe o stanze, (di solito 5 o 7). Ogni strofa è formata da due parti, una detta fronte divisa in due piedi con un numero identico di versi e con un uguale tipo di rime, l'altra, chiamata coda o sirma, può rimanere, come nel Canzoniere di Francesco Petrarca, indivisa oppure può dividersi in due parti chiamate volte.

La canzone viene spesso chiusa da un congedo che consiste in una strofa più breve con una struttura metrica ripresa dalla coda.

Generalmente i versi che compongono la canzone sono endecasillabi misti a settenari e le rime di regola sono disposte in modo che il primo verso della coda, chiamato diesi, faccia rima con l'ultimo verso della fronte.

La cansò viene considerata dai provenzali il genere lirico per eccellenza, infatti i trovatori provenzali, che erano abituati a comporre insieme le parole e la musica, consideravano inscindibile l'unità di vers e son, cioè di parola e di melodia, essendo abituati ad apprendere in modo rigoroso sia a comporre in versi sia a comporre in musica.

Già a partire dalla Scuola siciliana e in seguito nel Dolce Stil Novo, che si rifà alla tradizione provenzale, nel sistema dei generi romanzi la canzone è il metro per eccellenza e lo stesso Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia, colloca fra i generi metrici la canzone al primo posto.

Le forme di canzone che costituiscono senza dubbio un modello duraturo nella tradizione italiana sono quelle di Dante e soprattutto di Petrarca, ma oltre alle canzoni petrarchesche, nell'evoluzione della canzone che va dal Duecento al Trecento, esistono altre due varietà di canzone: la canzone pindarica e la canzone libera o leopardiana.

La canzone pindarica ha le sue origini nel Cinquecento ed è costituita di strofe, antistrofe ed epodo come dal modello greco, dove le strofe e le antistrofe sono collegate da rime uguali e hanno lo stesso numero di versi con prevalenza, di solito, dei settenari sugli endecasillabi, mentre l'epodo, che ha rime diverse è, in genere, più breve.

La canzone libera o leopardiana risale a Francesco Guidi che compone canzoni con strofe indivise e schema molto variabile sia per il numero dei versi, sia per la struttura della strofa.

Da questa base parte Giacomo Leopardi che, più di ogni altro, esprime questa libertà di composizione pur non dimenticando le forme della canzone petrarchesca.

 

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Métrique (poésie)

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La métrique est l'ensemble des régularités formelles qui caractérisent les vers. Autrement dit, tout ce qui fait qu'un vers est vers (et non prose) pourra être qualifié de métrique. Par opposition, on rangera sous le terme de prosodie les caractéristiques syllabiques propres à une langue, mais qu'on ne trouve pas exclusivement dans les vers.

La prosodie est commune à la prose et aux vers : tout vers, si l'on en néglige les caractéristiques métriques, peut être lu comme un énoncé en prose. En général, la métrique se fonde, en les sélectionnant, sur les propriétés prosodiques des langues, mais elle n'englobe pas ces propriétés : la prosodie reste fondamentalement distincte de la métrique. Selon la propriété sélectionnée, on pourra parler de métrique quantitative, de métrique syllabique, de métrique accentuelle. Les articles vers et scansion développent ces notions.

 

Schéma métrique [modifier]

Un schéma métrique (ou modèle de vers) est une représentation abstraite de la structure d'un type de vers (ou d'un mètre). Généralement, le schéma se compose de positions syllabiques qu'on peut se représenter comme des « cases vides » destinées à recevoir des syllabes, souvent caractérisées par leurs propriétés prosodiques. Outre les positions syllabiques, les schémas métriques peuvent indiquer des lieux structurellement remarquables, comme les césures ou, éventuellement, des regroupements de positions syllabiques en pieds.

En métrique quantitative, par exemple gréco-latine, le schéma métrique se compose de positions syllabiques « longues » ou « lourdes » (–), accueillant en priorité des syllabes prosodiquement longues, de positions syllabiques « légères » ou « brèves » (U), accueillant en priorité des syllabes prosodiquement brèves ainsi que de positions « indifférenciées » ou anceps (U ou X) pouvant accueillir n'importe quelle syllabe. Exemples : le schéma métrique de l'hexamètre dactylique ou celui de la strophe saphique.

En métrique syllabique, fondée sur le nombre des syllabes, le schéma métrique peut souvent se limiter à indiquer des positions indifférenciées. Par exemple, il peut suffire, pour schématiser l'alexandrin français, d'indiquer :

X X X X X X // X X X X X X (f)

où (f) représente une syllabe féminine surnuméraire facultative et // la césure, dont la définition précise change d'une époque à l'autre. Certains auteurs jugent utile d'indiquer par des S, que la dernière syllabe de chaque sous-vers (ou hémistiche) porte un accent tonique :

X X X X X S // X X X X X S (f).

Comme toute dernière syllabe non féminine d'un énoncé en prose porte automatiquement un accent tonique, d'autres considèrent très logiquement qu'il s'agit d'une caractéristique prosodique de la langue française, et qu'il serait donc redondant de la reporter dans le schéma métrique. Dans cette optique, ils se contentent d'une notation abrégée, du type :

6 // 6.


En métrique accentuelle, les schémas associent des positions syllabiques « fortes » (S), accueillant des syllabes accentuées et des positions syllabiques « faibles », accueillant des syllabes atones.

 

Références [modifier]

  • Michel Gouvard, Le vers français en métrique générale, in Michel Murat, Le vers français, histoire, théorie, esthétique, Champion, Paris, 2000, pp. 23-56.
  • Benoît de Cornulier, La place de l'accent ou l'accent à sa place, in Michel Murat, op. cit, pp. 57-91.