- Alcina riesce a farsi affidare il
compito di portare a termine la vendetta e decide di servirsi di Gano
di Maganza per sconfiggere il Sacro Romano Impero e rientrare in
possesso di Ruggiero che le era sfuggito di mano. Discesa di Alcina
agli inferi per stimolare l'Invidia ad entrare nel Maganzese e
provocarne le azioni fedifraghe. Patto tra Gano ed Alcina volto alla
distruzione dei Paladini e alla rovina del regno di Carlo Magno.
- Alcina, non paga di avere dalla propria parte
Gano che ordisce trame e sommovimenti di genti contro la Francia,
costringe il Sospetto ad impadronirsi di Desiderio re dei Longobardi,
cosicché anche costui muova contro Carlo. Desiderio viene sconfitto,
grazie al tradimento di una nobildonna che, piuttosto che essere
violata dal figlio del re, Penticone, fingendo di accettare le sue
profferte amorose, preferisce consegnare quest'ultimo e il suo
esercito in mano al nemico. Carlo Magno va in Boemia, distrugge una
orrenda selva fatata in cui si celava l'antica maga Medea e dà
l'assalto a Praga, città a lui ribelle. Ma Gano, cattivo consigliere,
"alloppia" la sua mente con consigli fraudolenti.
- Su consiglio di Gano (che vuole prolungare
l'assedio a Praga finché non giungano rinforzi a Cardorano re Boemo)
Carlo decide di risolvere l'assedio con una "singolar tenzone" che
vede contrapposti i migliori dieci campioni delle due schiere nemiche
e perciò manda a chiamare i suoi migliori paladini, Orlando e Rinaldo
in testa. Il traditore Gano riesce a seminare discordia fra Rinaldo ed
Orlando, facendo credere a Rinaldo che Carlo Magno lo voglia eliminare
perché troppo potente costringendolo a muovere contro il suo re, e
riesce altresì a catturare Bradamante dopo aver allontanato da lei i
marito Ruggiero. Il provvidenziale intervento di Orlando in incognito
e di Marfisa in un secondo momento fa sì che la situazione si rovesci
e che Gano sia fatto prigioniero delle due donne
- Nel frattempo Ruggiero partito per mare a causa
di un ordine che crede datogli da Carlo, in realtà inviatogli da Gano,
si scontra con la nave di Ricardo re di Normandia e finisce in mare.
Viene dunque inghiottito da una enorme balena. Nel ventre del mostro
marino incontra un vecchio che gli spiega essere la balena una
creatura di Alcina che ivi ricovera gli amanti di cui si è stufata.
Nel cetaceo il paladino ritrova Astolfo. L'inglese si trova li, a suo
dire, per scontare un peccato vergognoso: l'aver tentato di rapire la
moglie di un suo vassallo di cui si era incapricciato. Il tentativo di
sottrarre la donna al marito era fallito miseramente e Astolfo era
stato catturato da quest'ultimo, gettato in mare quindi inghiottito
dalla balena. I due paladini si consolano pregando e sperando
nell'intervento divino e poi vanno a mangiare visto che nella balena
vi è ogni sorta di provviste.
- (questo canto è molto lacunoso) Torniamo a
Praga : Carlo è circondato dai nemici giunti nel frattempo. Nel
frattempo Rinaldo e Orlando si scontrano e si rendono conto, dalle
accuse incoerenti che l'uno lancia all'altro, che c'è qualcosa che non
va e decidono di differire la pugna al giorno dopo, non prima di
essersi spiegati sulle ragioni delle loro reciproche accuse.
L'esercito di Carlo però subisce una pesantissima sconfitta e si
ritira in una rotta rovinosa in cui ciascuno pensa solo a sé stesso.
Lo stesso Imperatore viene travolto dalla massa dei soldati in fuga e
finisce nelle acque di un fiume. Solo il suo fedele cavallo riesce a
ricuperarlo e a portarlo a riva.
Qui i "Cinque Canti" si interrompono e nelle stampe
compare la dicitura "manca il fine" a segnalare questa incompletezza. I
Cinque canti furono pubblicati postumi nel
1545, in
appendice ad un’edizione curata Virginio Ariosto, figlio del poeta, per i
tipi di Paolo Manuzio e ripubblicati, emendati di alcune lacune nel 1548
per conto dell'editore
Giolito. Dei Cinque canti esiste anche un manoscritto, di probabile
mano di Giulio di Gianmaria Ariosto, risalente alla metà del cinquecento,
che riporta un'ottava iniziale altrimenti ignorata da entrambe le stampe.
Questo manoscritto però pur con qualche modifica nell'ordine delle ottave
e con qualche sciatteria linguistica, per lo più imputabile al copista,
riporta il medesimo testo pubblicato precedentemente.
Caratteri del poema
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Il poema si presenta esplicitamente come una "gionta"
ossia continuazione dell'Orlando
innamorato di
Matteo Maria Boiardo, in una prospettiva però largamente diversa.
Mentre nel poema boiardesco è possibile cogliere il rimpianto per l'età
cavalleresca, ricreata con la fantasia, nell'opera dell'Ariosto si
rispecchiano con pienezza i caratteri della concezione rinascimentale
dell'uomo e della vita.
Anche se una delle linee portanti dell'ampio
intreccio narrativo è la guerra tra i cristiani di Carlo Magno e i
musulmani di Agramante, il tema della fede, o delle fedi, non compare se
non in modo esteriore e marginale. I valori ai quali si ispirano i
guerrieri di entrambe le parti sono pienamente terreni, e sono gli stessi,
al punto che, nel gran numero di personaggi che percorrono il poema, è a
volte difficile riconoscere il campo al quale appartengono.
I cavalieri cercano sempre qualcosa: la donna amata,
l'avversario da battere, il cavallo perduto, l'oggetto rubato; e in questa
perenne ricerca, di volta in volta favorita o frustrata dal caso o dalla
magia, si vede agire l'uomo del
Rinascimento proteso alla realizzazione delle proprie capacità (o
"virtù" nel senso che
Machiavelli dà alla parola).
In un aggirarsi incessante su sentieri labirintici, i
personaggi permettono al poeta di sviluppare i temi della fortuna,
dell'amore (nelle sue più diverse manifestazioni), dell'inganno, della
follia. Quando il lettore sta per immedesimarsi in un personaggio, o per
partecipare con emozione alla vicenda narrata, l'Ariosto interviene con
sapienti accenni di
ironia a
volte anche di
autoironia, a cominciare dalle ottave del Proemio, in cui accenna alla
propria "follia amorosa" accostandola a quella di Orlando.
L'ironia ariostesca
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Troviamo a questo proposito tre tipi di ironia. Il
primo tipo, l'ironia oggettiva, proviene da determinati fatti o
coincidenze che avvengono nel poema. Il secondo, lo straniamento, consiste
in un distacco e sguardo critico da parte del narratore rispetto al poema
realizzato attraverso un intervento. Il terzo, l'abbassamento, consiste
nel portare, abbassandoli di livello, i personaggi ad un livello inferiore
e più prosaico.
Voci correlate
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Altri progetti
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Collegamenti esterni
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