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Esso utilizza materiale tratto da  http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti

Cronologia   http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Dialetto&action=history

Dialetto

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

(Rimando da Dialetti)
 Nota disambigua - Se stai cercando riguardo i linguaggi in informatica, vedi dialetto (informatica).
Nota disambigua - Se stai cercando i dialetti d'Italia, vedi Elenco dei dialetti d'Italia.
« Il dialetto è come i nostri sogni, qualcosa di remoto e di rivelatore;
il dialetto è la testimonianza più viva della nostra storia,
è l'espressione della fantasia. 
»
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Un dialetto (dal greco διάλεκτος, dialektos, letteralmente "lingua parlata") è una varietà linguistica (o idioma) usata da abitanti originari di una particolare area geografica. Il numero di locutori, e l'area stessa, possono essere di dimensione arbitraria. Ne consegue che un dialetto per un'area più ampia può contenere molte varianti, che a loro volta possono contenere sottovarianti di aree ancora minori, e così via.

In generale al termine si riconoscono due principali diverse accezioni. La prima, di derivazione (nel senso del significato) più anglosassone (cui corrisponde l'inglese "dialect") prevede che il "dialetto" sia una delle "varianti" di un continuum linguistico geografico, e pertanto va sempre riferito ad una precisa famiglia linguistica ed eventualmente relazionato alla "forma linguistica di riferimento" o "principale" di tale famiglia, definita forma 'Standard' (o koinè), anche se talune famiglie possono presentare più di una forma 'standard' (si veda Diasistema).

La seconda accezione è di derivazione greca (cui corrisponde il greco antico "διάλεκτος") e vuole che il "dialetto" altro non sia che un "idioma" con una sua caratterizzazione territoriale a prescindere da qualsiasi legame con altri idiomi vicini (che possono esistere o meno) o con la lingua ufficiale (o lingue ufficiali) che vige nel suo territorio di pertinenza, idioma però che a differenza di altri idiomi non ha riconosciuto il rango di lingua perché non presenta (o non gli si riconosce) un uso ufficiale o comunque prestigioso.

In Italia sono diffuse, non senza confusione, entrambe le accezioni. In particolare dal punto di vista politico, legislativo e giurisprudenziale il termine "dialetto" è usato, fedelmente alla seconda accezione, per definire qualsiasi lingua romanza (ma spesso anche slava, germanica, ellenica o albanese) parlata in un'area geografica del Paese e che non goda dello status di "lingua" (ufficiale o coufficiale), nella quale categoria ricadono ad esempio diversi idiomi romanzi dotati di storia propria e fra loro non intercomprensibili, nonché spesso dotati di una propria tradizione letteraria di rilievo, come accade per il milanese, il napoletano, il veneto e il siciliano. Altre lingue - romanze e non - sono riconosciute come lingue ufficiali assieme all'italiano in un'area amministrativa delimitata (per es. friulano in Friuli, sardo in Sardegna, catalano ad Alghero, tedesco in Alto Adige e varie altre) dove godono del pieno diritto all'insegnamento (finanziato dallo Stato) e all'uso nella comunicazione pubblica, potendo inoltre raggiungere con l'emanazione di apposite norme lo stato di sostanziale coufficialità con l'italiano. Queste "lingue" riconosciute in genere non vengono quasi mai chiamate "dialetti" anche nella pratica verbale comune delle varie regioni italiane, e la stessa legislazione (statale e regionale) per identificare sottovarianti interne a queste "lingue" preferisce sempre il termine "variante" (e suoi corrispettivi nelle lingue in questione) a scapito del termine "dialetto".

Ovviamente tale distinzione fatta tra "Lingue" riconosciute e dialetti non si basa (se non solo in parte) su criteri linguistici, quanto piuttosto su decisioni di carattere storico-politico: sia le "lingue" che i "dialetti" d'Italia sono idiomi tra loro linguisticamente indipendenti (anche se spesso apparentati se si considerano gli idiomi romanzi) e non varianti dell'italiano, cosa non valida solo per pochissimi idiomi storici quali le parlate toscane e parte delle parlate laziali, oltre naturalmente alle varie forme di Italiano praticate in tutta Italia ("italiani regionali") che risentono, luogo per luogo, dell'influsso della lingua locale, specie nell'accento e in parte nel lessico.

Un dialetto è un sistema completo di comunicazione verbale (orale o a segni ma non necessariamente scritto) con un proprio vocabolario o grammatica.

Il concetto di dialetto può essere distinto da:

  • socioletto, una varietà linguistica parlata da un certo strato sociale,
  • lingua standard, che è standardizzata per la pubblica prestazione (p. es. standard scritto),
  • gergo, caratterizzato da differenze nel vocabolario (o, in gergo linguistico, nel lessico).

Varietà linguistiche quali i dialetti, gli idioletti ed i socioletti possono essere distinte non solo dal vocabolario e dalla grammatica, ma anche da differenze nella fonologia (compresa la prosodia). Se le distinzioni sono limitate alla fonologia, si parla di accento di una varietà o inflessione anziché varietà o dialetto.

Lo studio dei dialetti, affidato alla dialettologia, non si limita a confrontare, tuttavia, differenze ed affinità dei dialetti, ma ne fornisce una precisa classificazione. Inoltre, consente di definire un quadro più ampio e dettagliato su usi e costumi delle differenti popolazioni.

Quasi sempre al dialetto fa ricorso la saggezza popolare per la formulazione dei proverbi - più o meno antichi - i quali, se particolarmente articolati e impervi nella pronuncia, diventano veri e propri scioglilingua.

Talvolta per risolvere contenziosi di poco conto è più facile sostenere le proprie ragioni esprimendosi nel gergo locale: non a caso la parola dialetto condivide la radice con i termini dialogo e dialettica con cui, secondo la filosofia, si analizzano criticamente argomenti e ipotesi opposte. Quindi, anche il dialetto può essere utile per praticare la fine arte della diplomazia.

Indice

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Dialetti standard e non-standard [modifica]

Nell'accezione di "variante", un dialetto standard o dialetto standardizzato o "lingua standard" è una variante caratterizzata da regole fissate di grammatica e grafia, e da un supporto legislativo o istituzionale. Tale supporto può comprendere il riconoscimento o la designazione governativa, la presentazione come forma corretta della lingua nelle scuole, pubblicazione di grammatiche, dizionari e libri di testo che avanzano una forma corretta parlata e scritta; ed una letteratura formale estesa che impiega tale dialetto (prosa, poesia, testi di riferimento, ecc.). Possono esistere più d'un dialetto (o variante) standard associati ad una lingua. È il caso di Standard British English, Standard American English e Standard Indian English che possono essere tutte definite varianti (o dialetti, secondo questa accezione) standard dell'inglese.

Una variante non standard, come una variante standard, ha un vocabolario, una grammatica, ed una sintassi completa, ma non è beneficiaria di un supporto istituzionale. Ad esempio, l'African-American Vernacular English potrebbe essere definito un dialetto non standard della lingua inglese.

 

"Dialetto" e "lingua" [modifica]

Non esistono criteri scientifici o universalmente accettati per discriminare le "lingue" dai "dialetti", anche se esistono alcuni paradigmi, che danno risultati spesso contraddittori. La distinzione esatta è pertanto soggettiva, e dipende dal proprio sistema di riferimento.

Le varietà linguistiche sono spesso definite "dialetti" piuttosto che "lingue":

  • perché non riconosciute come lingua letteraria, non avendo una letteratura propria
  • perché alla comunità dei locutori della varietà non corrisponde alcuno Stato a sé stante che la riconosca come propria
  • perché non sono utilizzate per redigere documenti ufficiali
  • perché il loro idioma manca di prestigio.

Così accade anche in Italia, ove per varie ragioni, tra le quali la politica fortemente centralista e massificante adottata dal fascismo, la diffusione della scolarizzazione e dei moderni mezzi di comunicazione, e dunque della lingua italiana standard, i dialetti hanno subito, a partire dal '900, una continua svalutazione sino al rischio, in taluni casi, di estinzione degli stessi.

I linguisti antropologici definiscono il dialetto come variante. In questo paradigma la differenza tra lingua e dialetto è quella tra l'astratto o il generale ed il concreto o il particolare: da tale prospettiva, nessuno parla una "lingua", tutti parlano un dialetto di una lingua. L'identificazione di un particolare variante come versione "standard" o "corretta" potrebbe essere costituita da una distinzione sociale anziché artificiale o letteraria, e quindi la lingua standard in questi casi può identificarsi col socioletto della classe di élite.

La linguistica moderna afferma che lo status sociale di "lingua" non è unicamente determinato da criteri linguistici, ma è anche il risultato di uno sviluppo storico e politico. Il croato ed il serbo diventarono lingue scritte sviluppando due tradizioni letterarie indipendenti, addirittura con l'uso di alfabeti differenti, e sono quindi considerate lingue indipendenti dai rispettivi parlanti, sebbene in realtà siano molto simili.

Il linguista yiddish Max Weinreich pubblicò l'espressione, "A shprakh iz a dialekt mit an armey un a flot" ("Una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina"), illustrando il fatto che le lingue si creano per assimilazione. Questa è forse la dichiarazione più citata di un'analogia che è stata attribuita ad altri autori. (Weinreich dichiara esplicitamente di non averla ideata.) Qualcuno ha suggerito che la formulazione iniziale fosse di Hubert Lyautey come

« "Une langue, c'est un dialecte qui possède une armée, une marine et une aviation." ("Una lingua è un dialetto che possiede un esercito, una marina ed un'aviazione.") »

 

Fattori politici [modifica]

A causa della politica e dell'ideologia, la classificazione delle diverse parlate come dialetti o lingue e il loro rapporto con altri tipi di idioma, può essere controversa, e i verdetti inconsistenti. L'inglese ed il serbo-croato sono un valido esempio. Sia l'inglese che il serbo-croato hanno due varianti principali (British English ed American English, serbo e croato, rispettivamente), insieme ad altre varianti minori. Per ragioni politiche, la scelta di classificare queste varietà come "lingue" o "dialetti" porta a risultati inconsistenti: British e American English, parlati da stretti alleati politici e militari, sono quasi universalmente considerate varianti di una lingua unica, mentre le lingue standard di Serbia e Croazia, le differenze tra le quali sono del tutto paragonabili alle differenze tra le varianti dell'inglese, sono considerate da molti linguisti della regione come lingue distinti.

Gli esempi paralleli abbondano. In Libano i "Guardiani dei Cedri", un partito politico di destra fortemente nazionalista (principalmente cristiano) che si oppone ai legami del paese col mondo arabo, sostiene che il "libanese" debba essere riconosciuto come lingua separata dall'arabo ed ha finanche premuto per la sostituzione dell'alfabeto arabo con un revival dell'antico alfabeto fenicio. In Spagna, il catalano ed il valenziano vengono ufficialmente trattate come idiomi (minoritari) distinti, sebbene si tratti - secondo le dichiarazioni ufficiali della stessa Regia accademia della lingua valenziana, istituzione che regolamenta l'uso del valenziano - della stessa lingua, che ha storicamente assunto denominazioni differenti. La Regia accademia della lingua valenziana parla di una "lingua pluricentrica" - cioè con un continuum linguistico-dialettale sottoposto a norme (specialmente nel campo della regolamentazione fonetica) parzialmente differenti (come è il caso del fiammingo e l'olandese). Ciononostante, esiste nella Comunità valenziana un diffuso movimento (il blaverismo) che nega l'unità della lingua e afferma che il valenziano è, non solo giuridicamente, ma anche linguisticamente una lingua separata e differente dal catalano. Altro esempio è il moldavo: tale lingua non esisteva prima del 1945 e la comunità linguistica internazionale resta scettica sulla sua classificazione. Dopo l'annessione da parte dell'Unione Sovietica della provincia rumena Bessarabia, successivamente ribattezzata Moldavia, fu imposto l'alfabeto cirillico per la scrittura del rumeno, e numerose parole slave furono importate nella lingua, nel tentativo di indebolire qualsiasi senso di identità nazionale condivisa con la Romania. Dopo che la Moldavia ottenne l'indipendenza nel 1991 (e cambiò nome in Moldova), tornò ad un alfabeto latino modificato, come rifiuto delle connotazioni politiche dell'alfabeto cirillico. Nel 1996, però, il parlamento moldovo, citando timori di "espansionismo rumeno", rifiutò una proposta del presidente Mircea Snegur di ritornare al nome di lingua romena, e nel 2003 fu pubblicato un dizionario "rumeno-moldavo" , con l'intento di dimostrare che i due paesi parlassero lingue diverse. I linguisti dell'Accademia Rumena reagirono dichiarando che tutte le parole moldave erano anche parole rumene. Anche in Moldova, il presidente dell'Istituto di Linguistica dell'Accademia delle Scienze, Ion Bărbuţă, descrisse il dizionario come un'"assurdità" con motivazioni politiche.

In contrasto, le lingue parlate del Cinese Han sono usualmente denotate come dialetti (talvolta addirittura nel senso stretto di "variante") di una lingua cinese, per promuovere l'unità nazionale, benché siano tra loro mutualmente non intelleggibili senza un'adeguata istruzione o esperienza verbale.

Il significato dei fattori politici in un qualsiasi tentativo di rispondere alla domanda "cos'è una lingua?" è abbastanza grande da mettere in dubbio la possibilità di una definizione strettamente linguistica, senza un approccio socioculturale. Questo è illustrato dalla frequenza con cui l'aforisma discusso precedentemente dell'esercito e della marina viene citato.

 

Il punto di vista della linguistica storica [modifica]

Molti linguisti storici considerano ogni forma verbale come un dialetto del mezzo di comunicazione più antico da cui si è sviluppata. Questa prospettiva vede le lingue neolatine moderne come dialetti del latino, il greco moderno come dialetto del greco antico, ed il pidgin Tok Pisin come dialetto dell'inglese.

Questo paradigma non è esente da problemi. Mette al primo posto le relazioni tassonomiche; i "dialetti" di una "lingua" (che può essere a sua volta un "dialetto" di una "lingua" più antica) potrebbero essere mutuamente intellegibili o meno. Inoltre, una lingua genitrice potrebbe dar luogo a parecchi "dialetti" che a loro volta si suddividono numerose volte, e alcuni "rami" dell'albero cambiano più rapidamente di altri. Ciò può dare origine alla situazione dove due dialetti (definiti secondo questo paradigma) con una relazione genetica alquanto lontana sono più facilmente comprensibili l'uno con l'altro di dialetti più strettamente imparentati. Questo schema è chiaramente presente nelle lingue neolatine, dove l'italiano e lo spagnolo hanno un grado elevato di mutua comprensibilità, che nessuno dei due condivide con il francese, nonostante ciascuna delle due lingue sia tassonomicamente più vicina al francese che all'altra. Il francese ha subito cambiamenti più rapidi dello spagnolo o dell'italiano.

 

Concetti di dialettologia [modifica]

Alcuni concetti di dialettologia:

 

Mutua intellegibilità [modifica]

Alcuni hanno tentato di distinguere i dialetti dalle lingue dicendo che i dialetti sono mutuamente comprensibili mentre le lingue no. Ma questo concetto è meno nitido di quanto possa sembrare. I parlanti dell'italiano e dello spagnolo, ad esempio, potrebbero riuscire a comprendere una porzione considerevole dell'altra lingua, mentre i parlanti del lombardo e del siciliano, due dialetti che durante il fascismo erano considerati varianti dell'italiano, possono incontrare barriere considerevoli alla mutua comprensione, decisamente ardue per parlanti che si accingono all'altro dialetto senza averlo potuto ascoltare per sufficiente tempo, se non addirittura decisamente insuperabili per parlanti con istruzione medio-bassa. In generale comunque in Italia l'apprendimento di un "dialetto" diverso dal proprio passa sempre per una qualche forma di progressiva istruzione impartita oralmente, tipicamente in lingua italiana in quanto assai spesso unico comune anche se parlato a sua volta in diverse varianti.

 

Diglossia [modifica]

Un altro problema ha luogo in caso di diglossia, parola usata per descrivere una situazione dove, in una data società, esistono due lingue strettamente apparentate, una di elevato prestigio, generalmente usata dal governo e nei testi formali, ed una di basso prestigio, solitamente la lingua vernacolare parlata. Un esempio di ciò si ha per il sanscrito, che era considerato il modo di espressione corretto nell'India settentrionale, ma accessibile solo dalla classe superiore, ed il pracrito che era la parlata comune ed informale. Così accade anche in Italia, dove molti parlano in dialetto come lingua, appunto, di dialogo, mentre usano l'italiano come lingua di alto registro.

 

Continuum dialettale [modifica]

Un continuum dialettale è un'area linguistica le cui varianti geograficamente adiacenti sono mutuamente comprensibili, ma la comprensibilità decresce stabilmente al crescere della distanza tra le diverse varianti, in modo tale che i parlanti di aree lontane non potendosi capire vicendevolmente faticano a considerare i propri rispettivi idiomi come "varianti" di una stessa lingua (o famiglia linguistica) ma al contrario li considerano dialetti (se non lingue) indipendenti. Un esempio ben noto è il continuum afrikaans-olandese-frigio-tedesco, un'ampia rete di dialetti con quattro standard letterari riconosciuti. Anche se l'olandese standard ed il tedesco non sono mutuamente intellegibili, una catena di dialetti li collega, senza rotture nell'intellegibilità fra due dialetti adiacenti lungo il continuum. Una rete di dialetti esiste analogamente fra le lingue slave orientali, fra cui il russo, il bielorusso e l'ucraino sono riconosciuti come standard letterari. Anche il serbo-croato si può vedere come una rete di quattro dialetti importanti e tre lingue letterarie. Le lingue neolatine -- portoghese, castigliano, catalano, provenzale, francese, occitano, corso, sardo, siciliano, napoletano, italiano, ligure, piemontese, lombardo, veneto, emiliano, romancio, friulano, ma non il romeno-moldavo che è geograficamente isolato -- formano, a grande scala, un altro continuum ben noto e studiato, pur con alcune zone di marcata separazione.

 

Diasistema [modifica]

Un diasistema si riferisce ad una singola lingua genetica che possiede due o più forme standard. Un esempio è l'hindi-urdu o l'hindustano, che abbraccia due varietà standard principali, urdu ed hindi.

 

Pluricentrismo [modifica]

Una lingua pluricentrica è una lingua con diverse versioni standard, come l'inglese, il castigliano ed il portoghese.

 

Il sistema Ausbausprache - Abstandsprache - Dachsprache [modifica]

Un paradigma analitico sviluppato da linguisti professionisti è noto come sistema Ausbausprache - Abstandsprache - Dachsprache. Si è dimostrato popolare tra i linguisti dell'Europa continentale, ma non è altrettanto conosciuto nei paesi di lingua inglese, soprattutto tra i non linguisti. Anche se è solo uno di molti paradigmi possibili, ha il vantaggio di essere costruito da linguisti professionisti allo scopo di analizzare e categorizzare le varietà linguistiche, ed ha il vantaggio di sostituire parole cariche come "lingua" e "dialetto" con i termini tedeschi di Ausbausprache, Abstandsprache, e Dachsprache, parole che non sono (ancora) caricate di connotazioni politiche, culturali, o emotive. Potrebbe rivelarsi un utile strumento per guardare controversie linguistiche antiche ed avvelenate sotto una lente diversa.

 

Il dialetto in Italia [modifica]

Forte di una radicata tradizione verbale ma anche letteraria, il dialetto in Italia è servito nel tempo da spunto per la realizzazione di molti lavori teatrali entrati poi stabilmente nel repertorio di uno specifico genere chiamato teatro dialettale.

 

Valore culturale del dialetto [modifica]

Un valore particolare al dialetto è stato attribuito solo in tempi relativamente recenti: vale a dire da quando si è avuta piena consapevolezza della predominanza di una lingua, quella nazionale, su ogni altro tipo di parlata. Affinché i dialetti non scomparissero diventando lingue morte, si è tentato e si tenta di studiare e recuperare appieno il significato storico ed il senso culturale della parlata locale, anche in chiave di un recupero delle radici e dell'identità propri di ogni regione. Tra i principali autori di questo recupero, si pone il glottologo e studioso di dialettologia Gaetano Di Massa, autore in particolare di ricerche ed opere in vernacolo delle province di Frosinone e Latina.

 

Status di lingua o dialetto nelle pagine della Wikipedia in lingua italiana [modifica]

Circa il problema del discrimine tra "lingue" e "dialetti", la wikipedia in lingua italiana adotta come criterio di distinzione le modifiche di standardizzazione ISO 639-1, ISO 639-2 e ISO 639-3, definendo "lingue" gli idiomi in qualche modo ascrivibili alle "lingue" riconosciute in queste codifiche (ossia quelle a cui è assegnato un codice), e definendo "dialetti" tutti gli altri idiomi. Per effetto di tale sistema di classificazione tutte le "lingue" del territorio italiano riconosciute come tali dallo stato italiano vengono indicate con lo stesso appellativo di lingua perché sono tutte anche individuate negli standard ISO sopraindicati, tuttavia tale appellativo è esteso anche a vari altri idiomi d'Italia, politicamente riconosciuti come "dialetti" ma indicati nella Wikipedia italiana con l'appellativo di "lingua" perché anche essi individuabili negli standard ISO (ad esempio il veneto e il siciliano).

 

Dialetti e lingue minori in territorio italiano [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Lingue parlate in Italia.
Per approfondire, vedi la voce Elenco dei dialetti d'Italia.

Mappa dei dialetti in Italia

Una pur sommaria suddivisione dei dialetti italiani può essere tassonomicamente così riassunta: (l'elenco rispetta la convenzione di Wikipedia sull'uso dei termini "lingua" e "dialetto")

 

Penisole linguistiche [modifica]

 

Isole linguistiche [modifica]

 

Voci correlate [modifica]

 

Collegamenti esterni [modifica]

Grazie a http://www.ugodugo.it/cunte.php
Poesia dialettale

U lucignele

‘Mbusse ‘ent’all’oglie
brucia nu lucignele.
Luce spanne attuorne
e murèa deségna
mbacce a mure scure:
Ombre longhe, ombre corte.
Facce larghe e attrappite
a le paréte appiccecate vire.
Suspira avvote ‘lla vamparèlla
avvote sfrija vulésse vulà.
Accusì ‘šta vita
‘šta vita noštra
corre luntane all’infinità.
E’ n’altaléna che fa
saglie-é-scigne
vola ‘ent’u biélle
sprufonna ‘ent’u male.
E che ‘mporta sé u štuppine
è de canape o line
e sé la carta è roscia o turchina?
Quanne l’oglie arriva a la fina
la luce ze štuta e ze ne va!
Chélla che rèšta fa brutta fina,
è la luce che sécuta a cammenà.
Corre e va! Corre e va!
Corre chiù de n’aréoplane
e te porta luntane
…all’Etèrnità.


1996

Il lumicino
Immerso nell’olio/ brucia un lumicino/ Luce spande intorno/ e ombre disegna/ sulle pareti scure/ Ombre lunghe, ombre corte/ Facce larghe ed invecchiate/ alle pareti appiccicate vedi/ Sospira a volte quella fiammella/ a volte frigge vorrebbe volar/ Così questa vita/ questa vita nostra/ corre lontano all’infinito/ E’ un’altalena che fa/ sali e scendi/ vola nel bello/ sprofonda nel male/ E cosa importa se lo stoppino/ è di canapa o di lino/ e se la carta è rossa o turchina/ Quando l’olio arriva alla fine/la luce si spegne e se ne va/ Ciò che resta fa una brutta fine/ E’ la luce che seguita ad andar/ Corre e va! Corre e va!/ Corre più di un aereoplano/ e ti porta lontano/ all’Eternità.


Férme e zitte

E’ passata la vita
rencurrènne na méta
che nen me recorde
né me ne vé’ mmènte u nome.
Ogni vota che štéva
p’arrevarla, z’alluntanava
cummé na buttiglia a mmare
che ‘rréca méssagge
pe caccherune ca pozza
menìrce a salvà.
E’ passata ‘šta vita
e l’illusione ca la méta
è vicina ze sfuma
e z’alluntana.
‘Nze lotta cchiù.
Ze so’ scunucchiate
le forze ‘é chi c’éva cunfurtà
e séme sbandate cumme
a gregge sènza pecurare.
La méta è sèmpe luntana
e chhiù cunfusa m’appare.
I’, pérò, férme e zitte
da ‘štu pošte aspètte
ché a la gènta torna la mémoria
prima ché na nova štrujjetoria
nen torna a farce reflètte.

La gènta scorda…
Prieste scorda…
(oh, quanta vote haje magnate
pane ‘nsuonne e me so’ sbauttite
da u passà d’apparécchie a šturme!).
I’, pérciò, férme e zitte aspètte
caccherune ca métte judizie
e me reporta ammènte
u nome ‘é ‘lla méta
ca me ‘ngenna ‘mpiette.
2002
FERMO E ZITTO
E’ trascorsa la vita/ rincorrendo una meta/ di cui non mi ricordo/ né mi viene a mente il nome/Ogni volta che stavo/ per raggiungerla, si allontanava/ come una bottiglia a mare/ che reca un messaggio/ per qualcuno che possa/ venire a salvarci/ E’ passata questa vita/ e l’illusione che la meta/ è vicina sfuma/ e si allontana/ Non si lotta più/ Si sono perse/ le forze di chi ci doveva confortare/ e siamo sbandati come/ il gregge senza pecoraio/ La meta è sempre lontana/ e più confusa mi appare/ Io però fermo e zitto/ da questo posto aspetto/che alla gente torni la memoria/ prima che un’altra distruzione/ non torni a farci riflettere/ La gente scorda…/ ( oh quante volte ho mangiato/ pane in sogno e mi sono impaurito/ dal passare di stormi d’aerei)/ Io però fermo e zitto aspetto/ qualcuno che metta giudizio/ e mi ricordi/ il nome di quella meta.


20 So’ turnate
Vint’anne so’ passate da quanne
ce mbarcamme pe l’Amèreca.
Recorde, pare ca fusse iére,
tate, mamma e nu’, cinche nennille.
Ke na cascetèlla ncuolle
attaccata che na capisciola
scignèmme a la štaziona.
Ciaccumpagnanne tutte l’amice
e quanne u tréne frišchiatte e partètte
nen sapèane s’u fazzulètte
l’avèana sventulijà o se ze l’avèana purtà
all’uocchie d’addò le štizze
scignèane a ‘mbonne la camicia.
E m’arrecorde quanda speranze,
quanda prumesse hai’ fatte a l’amice:
A chi ‘pprumettive la chiamata
na vota ca fusse arrevate,
a chi ‘pprumettive le dollere,
a chi sigarètte, a chi ciucculate.
Ma v’assicure nen v’haie scurdate.
Tanta lacreme haie penate
pe quanda vote v’haie penzate!
E nen ve ne diche quanne la séra
m’arretruave štrutte, štanche, sgrenate
sott’a le cupèrte, nen facév’aute
a penzà a u juorne ca fusse turnate.
Quille juorne paréva ca fusse sèmpe dumane.
E a dumane a dumane so’ passate vint’anne.
Vint’anne ru vì e mò so returnate
e finalmènte ‘štu suonne
pare ca z’è avverate.
Mò te revére Campuasce mie’
allungate da le Cése a San Giuuanniélle,
da le Camperèlle a le Limete
e me pare nu criature ca retrove crisciute
e spassianne pe ‘sse vije me sènte sperdute.
Ma po’ le piére, sule sule, me puortene
‘ncoppa le Munte.Saglie e scégne
scale e scalélle e revére
Pennine, Sanbartulumè, u Ponte Brušchie
e Sampaule e Santantuone.
Me retrove arzille
nnant’ u ciocchere appicciate
e a cantà pe’ Caitanèlla “ Oi Nénna-nénna”
e pe’ Ncurnatèlla “ Oi Peppenèlla”.
Ogni porta me recorda n’amiche
nu zie, na zia, na cummara,
pe’ dice tutta na štoria.
Da chélla funestra nen sènte chiù
Ncurnatèlla che canta…
Prima, pure de notte geranne pe ‘sse vije
nen te sentive maie sule,
‘nsacce, parèa ca štive sèmpe ‘ncumpagnija !
Parèa ca n’aute spirete abbetava pe ‘sse vije!
Camine e nen sacce, pare ca me sènte sbàuttite,
cumme se pe dént’a ‘sse vije,
che pe vint’anne me so’ purtate appriésse
chine de cante, de risa e pure de chiagne,
ze siéntene mò sule štrusce de muorte.
Mò tutt’è zitte e musce!
E pure se nu criature chiagne spurcellute
nnant’a la casa, u core nen me s’allatta cchiù,
bèncunte, quille Campuasce ca me so’
purtate mpiétte vint’anne pe’ l’Amèreca…
….E’ muorte!!!


1984
SON TORNATO
Vent’anni son passati da quando/ c’imbarcammo per l’America/ Ricordo pare fosse ieri/ babbo, mamma, e noi, cinque bimbi/
Con una cassetta in spalla/ legata con una fettuccia/ scendemmo alla stazione/ Ci accompagnarono tutti gli amici/ e quando il treno fischiò e partì/ non sapevano se i fazzoletti/ li dovavano sventolare o se li dovevano portare/ agli occhi da dove le lacrime/
scerndevano a bagnar la camicia/ E mi ricordo quante speranze/ quante promesse ho fatto agli amici/A chi promisi la chiamata/ una volta che fossi arrivato/ a chi promisi i dollari/ a chi sigarette, a chi cioccolato/Ma v’assicuro non vi ho scordato/Tante lacrime ho penato/ per quante volte vi ho pensato/ E non vi dico quando mi ritrovavo strutto, stanco, affaticato/ sotto le coperte, non facevo altro/ che pensare al giorno che fossi tornato/ Quel giorno pareva che fosse sempre domani/( E a domani a domani son passati vent’anni/
Vent’anni lo vedi, e ora sono tornato/ e finalmente questo sogno/ pare che si sia avverato/ Ora ti rivedo Campobasso mia/ allungata da Cese a San Giovannello/ da le Campere a Limiti/ e mi sembri un ragazzo che ritrovo cresciuto/ e passeggiando per le tue strade mi sento perduto/ Ma poi i piedi da soli mi riportano sui Monti/Salgo e scendo scale/ e scalette e rivedo Pennini/ San Bartolomeo, Il Ponte Bruschi e San Paolo e Sant’Antonio/ Mi ritrovo gagliardo davanti al ciocco/ acceso e a cantar per Gaetanella /” Nennanenna” e per Incoronatella “Peppenella”/ Ogni porta mi ricorda un amico/ uno zio,una zia, una comare/ per dire tutta una storia/ Da quella finestra non sento più/ Incoronatella che canta…/ Prima pure di notte girando per quelle strade/ non ti sentivi mai solo, non so/ pareva che eri sempre in compagnia/ Pareva che un altro spirito albergava per quelle strade/ Cammino e non so, pare che mi sento impaurito/ come se dentro a quelle strade/ che per vent’anni mi son portato dietro/piene di canti, di risa e pure di pianti/ si sentono ora solo fruscii di morti
/ Ora tutto è zitto e triste/ E pure se un bimbo piange nudo/davanti casa, il cuore non si intenerisce più/ dici bene, quella Campobasso che mi son/ portato nel cuore vent’anni per l’America…/ E’ morta!




La ‘ntratura

Sembrava na prucessiona

a veré ( da la Porta ‘e Sant’Antuone )

‘Ndré che purtave u patre

a canosce la nennélla so’.

Nnante jve isse

che nu mazze de sciure rusce

e che ru patre affianche.

Apprièsse secutavene

la mamma che le zijane

e po’, tutt’ammischiate,

frate e sosore,

fratecucine e sorecucine,

tutte misse ‘mbèllacopia

che nu carofene rusce mpiétte.

Réntra la casa la nènna

štèa spianne la menuta.

La purgessiona arrevata,

a la porta ha vattute

e la nènna tutt’allamparita

‘rrét’u ciardine è scappata

pecchè apparènne scurnosa

chiù bèlla mprissiona facésse.

Po’ la mamma è curruta

a chiamarla e ninamènte

z’è appresentata

che l’uocchie rerènne

‘e cuntentézza e facènne le fuse

cumm’a na attélla siamésa.

Po’ u priore, chiamate è menute,

e u cuntratte ha štennute

‘lencanne a puntine

chélla ca isse purtava

e chélla ca éssa purtava.

Ramaie pariénte

la fèsta z’aprètte

e ‘nnant’all’uocchie

ballà te verive

saucicce e presutte

mmescuotte e tentiglia

ca le stélle fa verè a pariglia.

(1958 rivista 1984)
L’entratura

Sembrava una processione/ a vedere ( da Porta Sant’Antonio)/ Andrea che portava il padre/ a conoscere la ragazza sua/ Davanti andava lui/ con un mazzo di fiori rossi/ e col padre accanto/ Appresso seguivano/ la madre con gli zii/ e poi tutti insieme/ fratelli e sorelle/ cugini e cugine/ tutti vestiti a festa/ e con un garofano rosso al petto/ Dentro casa stava/ la ragazza spiando l’arrivo/ La processione arrivata/ ha bussato alla porta/ e la ragazza tutta arrossata/ dietro al giardino è scappata/ perché apparendo scornosa/ più bella impressione facesse/ Poi la mamma è corsa a chiamarla e subito/ lei si è presentata/ con gli occhi ridenti/ di contentezza e facendo le fusa/ come una micetta siamesa/ Poi il Priore chiamato è venuto/ ed il contratto ha steso/ elencando a puntino/ ciò che lui portava/ e ciò che lei portava /Ormai parenti/ la festa s’è aperta/ e davanti agli occhi/ ballare ti vedevi/ salsicce e prosciutti/ biscotti e tintiglia/ che le stelle fa veder a pariglia.

Glossario

tentiglia – vino di tintiglia – particolare vitigno anticamente molto diffuso nel Molise.

fratecucine e sorecucine- cugini e cugine.


Tèrra mulesana
Quant’è bèlla
la tèrra d’u Mulise,
pure s’è chiéne
de vrécce e malajèrva,
che le muntagne aute,
che la néva ghianca
e che lu mare pure,
sèmpe azzurre.
E la gènta, le paisane mije,
tutta gènta bona e bèlla.
Gènta ‘ngènua, attaccata
a la tèrra e a la fatija,
gènta ca scégne da la muntagna,
gènta cu core spezzate!
Sì, u sacce, o paisane mije,
la tèrra noštra è povera,
ma bèlla cumme a éssa
‘ntèrra nen ce ne šta.
E vére ancora da la funèštra mia
chélla muntagna ghianca
d'andò na vota vedèa
u lupe ca scegnèa
chiane chiane
tutt’affamate
a ‘štu paése spaisate.
Ma la puurtà e la caraštija,
la fame e la ngurdenija d’u renare,
mannene ‘šta bona gènta
assai luntane
e ngopp’a ‘šta tèrra bèlla,
sana, aspra e forte
‘nce rèšta ché u lupe affamate.
1960
TERRA MOLISANA
Quanto è bella/ la terra del Molise/ pure s’è piena/ di pietre e malerba/ Con le montagne alte/ con la neve bianca/ e col mare pure/ sempre azzurro/ E la gente, i paesani miei/ è tutta gente buona e bella/ Gente semplice, attaccata/ alla terra e al lavoro/ gente che scende dalla montagna/ gente col cuore spezzato/ Sì lo so o paesani miei/ la terra nostra è povera/ ma bella com’è essa/ in terra non ce ne sta/ E vedo ancora dalla finestra mia/ quella montagna bianca/ da dove una volta vedevo/ il lupo che scendeva/ piano piano/ tutto affamato/ a questo paese disabitato/ Ma la povertà e la carestia/ la fame e l’ingordigia del denaro/ mandano questa buona gente/ assai lontano/ e sopra questa terra bella/ sana, aspra e forte/ non ci resta che il lupo affamato.
Nota: cuore spezzato= distrutto in quanto molte famiglie sono state smembrate dall’emigrazione




A la Fota
E’ nu pulmone rehonfie d’aria
mmiéz’a la prolva de le cave
ch’ammascichene la muntagna
a juorne a juorne e sènza posa.
Mmiéz’a le frasche de cèrque
e de gagge spenose
ché da ‘uaglione me saziavene de panéccasce (*)
è tutte nu liétte de jèrva.
Le ciérre aute fin’a ‘nciéle
so’ sponde e spundélle
addò ‘uaglione menive a rusciulijarme
che nénna štrétta a ‘štu core
ke la verrutézza d’u prim’amore.
Cantavene l’auciélle la matenata
e le turturèlle ‘ntriccianne vole
dicèane a u sèrpe gelusone:
Falle fa l’amore,va…falle fa l’amore!
Farfalle grosse quant’e nu quadèrne
veštite rosce, gialle, azzurre e ciclamine
sembravene fatine a la matina.
E pe l’aria nu profume ‘e viole
ze spannèa ‘nziéme a quille de la rosa
e tu, amore, jve la sposa
ch’arrecrijave u munne d’addore
che la freschézza de le vint’anne tuo’.
A ‘uardà chiss’uocchie
pure l’acqua frésca murmuriave
e pe nn’ spurcà ‘sse labbre z’acchiariva
facènne verè ‘nfunne la farina.
Cumm’éva bèlla, cumm’éva bèlla
chéll’acqua de la funtanèlla!
Funtanèlla de la Fota che cantave
a quištu core la canzona de l’amore,
fammela sentì ancora,
fammela sentì ancora ‘lla canzona,
sénnò i’ more pe ‘šta nuštalgija ‘e té!
La luna a séra ze mettèa
‘ncopp’u palche de le Munte,
accumpagnata da la vrézza ‘ntra le rame
e da u ciacciaccià de la ciuétta
cantav’a tutte na štrufetta
e le štélle tutt’in cor’
‘ncuraggiavene a fa l’amore.
Funtanèlla de la Fota, tu che miésce
l’acqua bèlla, fammela resentì,
fammela resentì ‘lla canzuncèlla.

1984
ALLA FOTA
E’ un polmone gonfio d’aria/in mezzo alla polvere delle cave/ che masticano la montagna/ giornalmente e senza sosta/ Tra le frasche di querce/ e di acacie spinose/ che da ragazzo mi saziavano di “pane e cacio”/ è tutto un letto di erba/ I cerri alti fino al cielo/ sono sponde e spondelle/ dove da ragazzo venivo a rotolarmi/ con l’amata stretta a questo cuore/ con la gagliardia del primo amore/ Cantavano gli uccelli la mattinata/ e le tortorelle intrecciando voli/ dicevano al serpe gelosone/ Fa lli fare all’amore/ Farfalle grosse quanto un quaderno/ vestite di rosso, giallo e ciclamino/ sembravano fatine al mattino/ E per l’aria un profumo di viole/ si spandeva insieme a quello della rosa/ e tu, amore, eri la sposa/ che rallegravi il mondo d’odore con la freschezza dei tuoi vent’anni/ A guardar i tuoi occhi/ pure l’acqua fresca mormorava/ e per non sporcar le tue labbra si rischiarava/ facendo vedere sul fondo la farinella/ Com’era bella, com’era bella/ quell’acqua della fontanella/ Fontanella della Fota che cantavi/ a questo cuore la canzone dell’amore/ fammela sentir ancora/ fammela sentir ancora quella canzone/ senno’ io muoio per la nostalgia di te/ La luna a sera si poneva/ sopra il palco dei Monti/ accompagnata dalla brezza tra i rami/ e dal ciacciaccià della civetta/ cantava a tutti una strofetta/ e le stelle tutte in coro/ incoraggiavano a far l’amore/ Fontanella della fota tu che versi /l’acqua bella, fammela risentir/ fammela risentir quella canzoncella.
(*) paneccasce: fiori di acacia.


Jèrva

Jèrva che triéme
a l’aliggià d’u viénte,
quanta sentemiénte
‘štu core te’ pe tè.
Štésa cumm’a nu mare
l’onna te ze ‘ncréspa
mèntre la bèštia annaspa
e cchiù z’attacca a té.
Jèrva, jèrva chiara,
jèrva vérde, jèrva scura,
jèrva profumata,jèrva recamata,
oh quanta vote
haje amate premènne
‘ncoppe a té!
De mènta o de tim’,
de ruta o de reddica,
de ‘ramégna o de papagne,
quante te ze magnene
vivene grazie a té!
Rént’a la massarija
è pronta ‘na recotta,
oh quanta panzarotte
z’ignene grazie a té!
Là pe la pratarija
allatta la pecurèlla,
joca la ‘uagliuncèlla
currènne ‘ncopp’a té.
Jèrva, jèrva bèlla,
jèrva sana, jèrva santa,
oh quante ze so’ sanate
avènne ferucie ‘e té!
Rirre la margarita
tutta reveštita ‘e pèrle
mèntr’i’ amore pènze a té:
M’ame, nen m’ame…
Promosse, nen promosse...
Vincésse, nen vincésse…
Quanta désidèrie haje
puošte ‘mbracce a té!
Jèrva, jèrva amica,
jèrva ca nen chiagne
quanne prém’u piére
‘ncopp’a té, quante
me manche ca quasce
me scapp’u chiagne
quann’accirene a té.
Là na stalluccia,
là nu ‘rattaciéle,
là nu ciumiénte ‘nzicche
‘ppoja ‘ncopp’a té.
Uommene scutate!
Barate a chélla che fate
ca se ‘ccusì secutate
‘nn’acceréte sulamènte a mé!

1984
ERBA
Erba che tremi a l’aleggiar/ del vento quanti sentimenti/ questo cuore nutre per te/ Stesa come un mare/ l’onda ti si increspa/ mentre la bestia annaspa/ e più si lega a te/ Erba erba chiara/ erba verde erba scura/ erba profumata erba ricamata/ Oh quantevolte/ ho amato premendo/ sopra te/ Di menta o di timo/ di ruta o di ortica/ di gramigna o di papavero/ quanti ti mangiano/ vivono grazie a te/ Dentro la masseria/ è pronta una ricotta/ oh quanti panzarotti/ si riempiono grazie a te/ Là per la prateria/ allatta la pecorella/ gioca la bambinella/ correndo sopra te/ Erba erba bella/ erba sana erba santa/ oh quanti si son curati/ avendo fiducia di te/ Ride la margherita/ tutta rivestita di perle/ mentr’io amore penso a te/ M’ama non m’ama/Promosso non promosso/ vincerò non vincerò/ quanti desideri ho/ posto tra le tue braccia/ Erba erba amica/ erba che non piangi/ quando premo il piede/ sopra te quanto/ mi manchi che quasi/ mi scappa il pianto/ quando uccidono te/ Là una casetta/ là un grattacielo/ là un avanzo di cemento/ poggia sopra te/Uomini ascoltate/ Badate a ciò xhe fate/ perché se così continuate/ non uccidete solamente me.





I’ chi so’

I’ chi so’,
chi voglie èsse’,
chi créde d’èsse’?
Niénte.
Però nu niénte
ché ha fatte sèmpe
u duvére suo’
che tutta l’anema,
servènne la gènta.
Ogge chi so’?
Niénte.
So’ nu niénte
ché dice grazie
pe’ ‘llu ziche
‘e vita che lle rèšta.


2002
IO CHI SONO
Io chi sono/ chi voglio essere/ chi credo d’essere/ Niente/ Però un niente/ che ha fatto sempre/ il suo dovere/ con tutta l’anima/ servendo la gente/ Oggi chi sono/ Niente/ Sono un niente/ che dice grazie/ per quel poco/ di vita che gli resta.




U GLIOMMERE

Quanne nasce l’ome
ficchia la manuccia rénd’u déstine
e piglia nu gliommere.
Ke ddu déta ‘cchiapp’u cape
e via via lu sfile…
Ze sberrita via facènne
u gliommere, chiane chiane,
nu poche a la vota.
E allora ze accorge
chi l’ha ‘vute luonghe
chi l’ha ‘vute curte
chi u file l’ha ‘vute a petacciélle
chi u ha ‘vute chine ‘e nurrechiélle
e chi, imméce,u file sfila lisce lisce.
Chéssa è la sciorta nostra!
Però nisciune po’ pò ricere
ca u gliommere suo’ éva
sule nurreche o tutte lisce
e s’éva curte po’, sappie isse
ca u riéste ze ru trove
stepate…‘mparavise.


2004
IL GOMITOLO
Quando nasce l’uomo/ introduce la mano nel destino/ e prende un gomitolo./ Con due dita prende il
capo/ e via via lo sfila…/ Si dipana via facendo / il gomitolo piano piano/ un poco alla volta/
E allora ti accorgi/ chi lo ha avuto lungo/ chi lo ha avuto corto /chi il filo l’ha avuto a pezzettini/
chi l’ha avuto pieno di nodini/ e chi invece il filo lo ha avuto che fila liscio liscio/ Questa è la sorte
nostra!/ Però nessuno poi può dire/ che il suo gomitolo era/ solo di nodi o tutto liscio/ e s’era corto poi
sappia lui / che il resto se lo trova/ conservato… in Paradiso.


Sott’a la cerqua

‘Ssettate a la sèggia
sott’a na cerqua
nu viécchie scôta
le zirle de l’auciélle
ché là fanne nide.
Nu libre sfoglia
e tra le déta ‘nzecchite
vota ‘lle paggene ‘ngiallite.

Ze férma nu mumènte
cumme se vulésse
recumponne u tiémpe,
pènza… la mane ‘nfronte
pe fermà u penziére.

Z’acciglie, n’atu mumente…

Ciarla la pica
‘ncima all’arbure…
chiacchiere antiche!
E u viecchie torna
a sfrunnà ‘lle paggene ,
‘nnante e ‘rréte,una a una,
chiane chiane,chiane.

Ha recapate u cape, finalmente!

Sott’a la cerqua antica
‘šta séra i’ vére
nu viécchie che sfoglia
u libre gialle de la vita.

2002
SOTTO LA QUERCIA
Seduto sulla sedia/ sotto una quercia/ un vecchio ascolta/ lo zirlare degli uccelli/ che là fanno nido/ Un libro sfoglia/ e tra le dita insecchite/ volta le pagine ingiallite/Si ferma un momento/ come se volesse/ ricomporre il tempo/ pensa…la mano alla fronte/ per fermare il pensiero/ Si acciglia, un altro momento./ Ciarla una gazza/ in cima all’albero/ chiacchiere antiche/ E il vecchio torna/a girare quelle pagine/ avanti e indietro/ una ad una, pianopiano,piano (lentamente). Ha ritrovato il capo ( della matassa), finalmente./Sotto la quercia antica/ questa sera io vedo/un vecchio che sfoglia/ il libro giallo della vita.

Desperazione

E’ morta! E’ morta!
Cumm’haja fa!
Cumm’haja fa!
‘Štu ninne ‘nzine
cu port’affà!
Ze lamentava pe la vija
‘na uagliona tutta sola
e chiagnéa che ru core
pùurèlla e resperata
p’u marite soccopate.
L’egoisme lamentava
šta štrujènne
la spècia umana.
‘ccire terra, ‘ccire sciume,
‘ccire pure piézze ‘e giuvene.
I’ nen sacce proipa,boh!
Andò va ru munne mò.
‘Nu signore che passava
vulètte sapè
che l’attreštava,
chi éva morta(?)
sé la mamma o na sora
o se fusse na cummara
p’u dulore che lamentava.
La ‘uagliona desperata
che na lacrema sciupata
“ Sciè scelate – respunnètte –
nne ru vire tutt’attuorne
šta nu munne de cecate
e la speranza z’è crepata !”


1994
DISPERAZIONE
E’ morta! E’ morta!/Come devo fare/Come devo fare/ questo bimbo in grembo/ perché lo porto?/ Si lamentava per la strada/ una ragazza tutta sola/ e piangeva di cuore/ poverina e sconsolata/ per il marito disoccupato/ L’egoismo lamentava/ sta struggendo/ la specie umana/ uccide terra, uccide fiumi/ uccide pure pezzi di giovani/ Io non so proprio,boh!/ dove va il mondo ora/ Un signore che passava/volle sapere/ cosa la rattristava/ chi era morta/ se la mamma o una sorella/ o se fosse solo una comare/ per il dolore che lamentava/ La ragazza disperata con una lacrima sciupata/ ! Sei scemo- rispose-/non lo vedi tutto intorno/sta un mondo di ciechi/ e la speranza è crepata!”

Séra d’aušte

Ché fèšta ‘n ciéle!
Chiovene pèrle e diamante
‘ncopp’a la muntagna dištante.
‘Uagliune auzene mane
a ‘nzignà u mištére ‘n ciéle:

una là, là n’auta e po’…
po’ u cunte ze pèrde luntane.
So’ tante a ‘nzignà
le štélle cadènte
ché lucene ‘nciéle d’éštate.
So’ tante a sperà
ché nu désidèrie z’avvére ‘n’ištante.
La luna ‘rrét’a la casera gialla
ze fa roscia de fuoche
e canta all’amore.
Svigliete core mi’
canta pure tu
‘nziéme a la luna ‘sta šéra!
Ma ‘mbambalite, i’ rèšte
a ‘uardà la luna fatata
e le štélle che ballene
e cantene ‘ént’a la nuttata.
‘Šta séra me sènte ‘uaglione
che rèšta ‘ncantate
a la voce che conta
u cunte de la fata,
mèntre la luna d’aušte
acchiara la notte
a le ‘nnammurate.
2002
SERA D’AGOSTO
Che festa in cielo/ Piovono perle e diamanti/sulla montagna distante/ Ragazzi alzano la mano/ ad indicare il mistero in cielo/una là, là un’altra e poi…/ poi il conto si perde lontano/ Son tanti ad indicare/ le stelle cadenti/ che luccicano in cielo d’estate/ Son tanti a sperare/ che il desiderio si avveri una volta/ La luna dietro la casa gialla/ si fa rossa di fuoco/ e canta all’amore/ Svegliati cuore mio/ canta pure tu/ insieme alla luna ‘sta sera/ Ma confuso io resto/ a guardare la luna affatata/ e le stelle che ballano/ e cantano nella nottata/ Questa sera mi sento ragazzo/ che resta incantato/ alla voce che narra/ il racconto della fata/ mentre la luna d’agosto/ rischiara la notte/ agli innamorati.

DULORE

Quanne ‘ssa facce de céra
na spina ze sènte
e arrescigne le riénte
e nu pungeche ‘ngènne
rént’u core,
allora so’ i’ che resènte
u dulore
e te vasce ‘sse gote
t’assughe le lacreme d’ore.
Tu cuntènta
repiglie u culore
e doce t’arape all’amore.

2005
DOLORE
Quando cotesta faccia di cera/ una spina si sente/e stringe i denti/ e un punto brucia/ nel cuore/ allora sono io che risento / il dolore/ e ti bacio le gote / t’asciugo le lacrime d’oro/ Tu contenta / riprendi il colore/ e dolce t’apri all’amore.

Transumanza

Ché è ‘štu rumore de passe
‘štu scampanijà leggiére
che férma u suonne e u penziére
e štraporta l’anema pe la vija?
Ché è ‘šta museca doce e antica
ca me rapisce e me métte
na gulija de cerca’ la natura?
So’ le pašture ché da la Puglia
puortene le bèštie a la muntagna.
Passene lamentose vacche pècure e crape
appriésse a u capemandra.
Štanne attiénte le cane
a la pècura sbandata.
Arréte u mule sbatte le zuocchele
ferrate e ségna u passe e dà core
all’ajne frische nate
ché chiama ancora mammamè.
Voce ze richiamene ne la nuttata
e penziére vanne luntane a la sposa lassata.
So’ le voce de le pašture
che vanne pe le tratture
secutanne u richiame fatate
e la voce de le patre
e fanne la transumanza.

2002
TRANSUMANZA
Cos’è questo rumore di passi/ questo scampanio leggiero/ che ferma il sonno e il pensiero/ e ti porta l’anima per la via?/ Che è questa musica dolce e antica/ che mi rapisce e mi mette/ una voglia di cercar la natura?/ Sono i pastori che dalla Puglia/ portano le bestie alla montagna/ Passano lamentose vacche pecore e capre/ appresso al capomandria/ Stanno attenti i cani/ alla pecora sbandata/ Dietro il mulo batte gli zoccoli/ ferrati e segna il passo e dà cuore/ all’agnello appena nato/ che chiama ancora mammamè (voce onomatopeica che sta per mamma mea)/ Voci si richiamano nella notte/ e pensieri vanno lontano alla sposa lasciata/ Sono le voci dei pastori/ che vanno per i tratturi/ seguendo il richiamo fatato/ e la voce dei padri/ e fanno la transumanza.



Chiove

Chiove e štizze sbattene
mbacce a le vrite.
U nase squacciate a la laštra,
passene pe’ cape penziére:
quille è muorte ‘e subbete,
u tale ze n’è jute k’u tumore,
zembrosie ha tuote l’ajdds,
là è scuppata l’atommeca…
Mbacce a le vrite
štizze sbattene e ze mpèrlene.
La pecundrija m’abboglie e pènze:
ajdds, vruscele, tumore,
atommeca, droga, diossina,
quanta ‘ndruglie avveliénene
‘šta vita noštra longa
quant’a na sciammata ‘e frusce.
E fru-fru me scorre pe le ‘rine
u tremuricce che ncaténa u core.
Atommeca…Aidds… Tumore…
Oddije! Ma ce sarà dumane
pe le ninne nuoštre
na spéra ‘e sole?
E ‘ntante fore chiove,
le stizze sbattene
mbacce a le vrite
e…necheléjene!

1987
3° Classificato Premio Cremonese 1987
Motto: Sul mio capo le pene del mondo.
Giudizio della Giuria presieduta da Sabino D’Acunto:
“ Una poesia che si cala nel vivo della nostra dura attualità e nella sua economia informativa lancia segnali che rimandano il lettore alla lacerante realtà del contesto sociale nel quale viviamo ( chiove ). La tematica come fatto storico si inserisce in una tipicità contenutistica essenziale dove anche un fenomeno naturale diventa, per la condizione umana, una metafora.
PIOVE
Piove e gocciole battono/ sui vetri/ Il naso schiacciato alla lastra/ passano per capo pensieri/quello è morto d’infarto/ il tale se n’è andato col tumore/ sempronio ha preso l’AIDS/ là è scoppiata l’atomica/Sui vetri/ gocciole sbattono e si imperlano/ La depressione mi avvolge e penso/aids,brufoli, tumori,/ atomica,droga,diossina/ quanti intrugli avvelenano/ questa vita nostra lunga/ quanto la fiammata di un fuscello/E fru-fru mi scorre per le reni/ il tremore che blocca il cuore/ Atomica…AIDS…Tumore…/Mio Dio! Ma ci sarà domani/ per i nostri bimbi/ un raggio di sole?/ E intanto fuori piove/ le gocciole battono/sui vetri/e brillano.




L’angiulille de la scola

Ottobre nu dulore ci ha lassate
e rént’u core na frana z’è ‘ncrijata,
pecchè de štu Muliše amar’
u Signore le mèglie
figlie z’ha chiamate.
Štèane a la scola ‘ncumpagnia
a lègge e scrive de štoria e poésia
quanne la tèrra tréma
e nne dà scampe ‘rrubbanneze
la vita de tutte quante.
Vintisètte uagliune bèll’assaie
vintisètte angiulille allarganne l’ale
e che lore la maéštra a vole ze menaie
ca avèane fatte patte
de nne separarze maie.
Mò San Giuliane chiagne
la Santa e l’Angiulille suo’
speranne ché la tèrra ‘ntréma chiù.
Vulésse sapé, Signore, pecchè
a ‘šta terra te piglie le mèglie
figlie suo’? Pecchè la vita
sparagne a brejante e assassine
ché de malefatte štrujjene
u munne ca scié fatte tu?
Mò pe ‘lle uagliune
le mamme scunzulate
chiagnene e ze štrujjene
e nen ce šta parola
che fréna ‘llu dulore.
Nuèmbre a chiéne mane
le lacreme recuoglie
e tu, Signore, ‘n ciéle,
che te scié pigliate l’Angele
acquiéta de ‘šte mamme
le péne e lu dulore
e guarda ke l' amore
a chi è remašte orfene
de la Santa de la scola.

2002
GLI ANGIOLETTI DELLA SCUOLA
Ottobre un dolore ci ha lasciato/ e dentro al cuore una frana si è creata/ perché di questo Molise amaro/ il Signore i migliori/ figli a lui ha chiamato/ Stavano a scuola in compagnia/ a leggere e scrivere di storia e poesia/ quando la terra trema/ e non dà scampo rubandosi/ la vita di tutti quanti/ Ventisette bambini belli assai/ ventisette angioletti allargarono le ali/ e con loro la maestra a volo li seguì/chè avevano fatto patto/ di non separarsi mai/ Ora S.Giuliano piange/ la Santa e gli Angioletti suoi/ sperando che la terra non tremi più/ Vorrei sapere Signore perché/ a questa terra ti prendi i migliori/ figli suoi? Perché la vita/ risparmi a briganti e assassini/ che di malefatte distruggono/ il mondo che hai creato tu?/ Ora per quei bambini/ le mamme sconsolate/ piangono e si struggono/ e non c’è parola/ che freni quel dolore/ Novembre a piene mani/ le lacrime raccogli/ e tu, Signore, in cielo/ che ti sei preso gli Angeli/ acquieta di queste mamme/ le pene e il dolore/ e guarda con amore/ a chi è rimasto orfano/ della Santa della scuola.


All’avv. Tommaso Bucci a cui tanto piacque questa poesia
La ficétra e la nénna

Na ficétra ‘e chiuppe ché z’arrecriave
a zumpà fin’all’ulme de na štrepparèlla
‘n faccia a la riva d’u sciume,
sènte na nénna strujerze appujata
appiére d’u tronche nuduse.
- Pecchè chiagne nénna?- addummannatte l’auciélle.
- U spose m’ha lassata e mò so’ remašta sola
e u dulore me préme mpiétte
e me ne voglie ji’, me voglie accirre.-
- Maronna mè, scié pazza – arrespunnètte l’auciélle.
- Pure u chiuppariélle mò fa l’anne
facèa lu štésse a la caruta de le foglie.
Lassa ji’ ‘sse penzate. Cunzuolete!
U dulore ché tu chiame amore
è cumm’a la foglia de la noce:
Verzechèja nnascosta sott’a le lacreme
d’u viérne, ‘ngiglia a primavéra c’u sole
cucènte e ze fa arzilla e sboccia.
All’éstate canta e rirre pe la fèšta
ca le fanne le grille.
Ze štufa all’autunne ngiallite
e ze ne va pe la vija de le recuorde.


1984
LA FICETRA E LA FANCIULLA
Una ficetra di pioppo che si divertiva/ a saltare fino all’olmo di una stradina/in faccia alla riva del fiume/ sente una fanciulla struggersi appoggiata/ ai piedi del tronco nodoso/ Perché piangi fanciulla? Chiese l’uccellino/ Lo sposo mi ha lasciata ed ora son rimasta sola/ e il dolore mi preme in petto/ e me ne voglio andare, mi voglio ammazzare/ Madonna mia sei pazza rispose l’uccellino/ Pure il pioppino or fa un anno/ faceva lo stesso alla caduta delle foglie/ Lascia stare questi pensieri.Consolati/ Il dolore che tu chiami amore/ è come la foglia del noce/Verzica nascosta sotto le lacrime/dell’inverno, ingiglia a primavera con il sole/ cocente e si fa gagliarda e sboccia./ All’estate canta e ride per la festa/ che le fanno i grilli/Si stufa all’autunno ingiallito/ e se ne va per la strada dei ricordi.




Na séra a Surriénte

N’arche ‘e paravise ze ‘nzinua
mmiéz’all’onna d’u mare
e l’aštre d’argiénte me guarda
e parla a ‘štu core
parole d’amore.
Sciure d’arance ‘é ciardine
spannene pe l’aria l’addore
e fronne ‘é limone
spiene luccele ‘é lampare luntane.
Amara è ‘št’ora pe chi šta luntan’!
E nne me pare vére
ca štènghe a Surriénte
paése de le nnammurate.

1987
UNA SERA A SORRENTO
Un arco di paradiso si insinua/ in mezzo all’onda del mare/ e l’astro d’argento mi guarda/ e parla al mio cuore/ parole d’amore/ Fiori d’arancio di giardini/ spandono per l’aria l’odore/ e foglie di limoni/ spiano lucciole di lampare lontane/ Amara è quest’ora per chi sta lontano/ E non mi pare vero/ che sono a Sorrento/ paese degli innamorati.


Mulisane p’u munne

Désidèrie ‘nganne
e speranze cuvate:
u pane.
Tu vai luntane
pe’ paisce sperdute
o mulisane.
Sule,
sènza na mamma
che te recumponne u liétte.
Sule,
sènza surrisce de ninne
ché t’appiccia u piétte.
Sule,
sènza na sposa
che te vascia ‘mmocca.
Trište,
trište e sule
chiagne nnascuoste
e nn’ lu dice maie.
Luntane,
luntane tu štaie.
U paése nell’uocchie
l’amore mpiétte
e le speranze cuvate.
Luntane tu štaie
pe’ t’abbuscà u pane.

2002-10-09.
MULISANE P’U MUNNE

Desideri in gola/ e speranze covate/ il pane/ Tu vai lontano per paesi sperduti/ o molisano/ Solo/ senza una mamma/ che ti ricompone il letto/Solo, senza sorriso di bimbo/ che ti accende il petto/ Solo/ senza una sposa/ che ti bacia sulla bocca/ Triste/ triste e solo/ piangi di nascosto/ e non lo dici mai/Lontano/ lontano tu stai/Il paese negli occhi/l’amore nel petto/e le speranze covate/Lontano tu stai/ per guadagnarti il pane.


Tèrra di Lunigiana

N’haje vište de tèrre
sparze p’u munne
da quanne so’ nate.
Ze so’ ‘mbriacate chišt’uocchie
de paisce pettate,
ma qua so’ remašte ‘ncantate
e forze štrijate
pe quanta culure
té’ matra natura.
‘Mpaštata ‘e surrise
pettata de rosa
me pare na sposa
‘šta terra a verè.
Ddu’ sciume pescuse
ze štiénnene a mare
e dall’acqua trasale
na museca arcana.
La gènta te parla
cu core e surriše
te canta na štoria,
te conta de vita.
Castiélle ‘mpuštate,
muséie alleštite,
auciélle che cantene
tra caštagne adducite.
Ohi gènte menite,
menite a ‘uardà,
ca quište è paése
da Fata crijate
e secure truuate
la tanta sperata
Félicità.

1987
TERRA DI LUNIGIANA
Ne ho viste di terre/ sparse per il mondo/ da quando son nato/Si sono ubriacati questi occhi/ di paesi dipinti/ ma qui son rimasto incantato/e forse stregato/ per quanti colori/ ha madre natura/ Impastata di sorrisi/ dipinta di rose/ mi sembra una sposa/ questa terra a vederla/ Due fiumi pescosi/ si stendono a mare/ e dall’acqua trasale/ una musica arcana/ La gente ti parla/ con cuore e sorriso/ ti canta una storia/ ti racconta la vita/ Castelli impostati/ musei allestiti/ uccelli che cantano/ tra castagni dolcissimi/ Oh gente venite/ venite a guardare/ che questo è paese/ da Fata creato/ e sicuro trovate/ la tanto sperata/ Felicità.


PENZIERE

Cumme a štreppune ‘nzecchite
penziére vu remenite
e l’anema me turmentate.
Štrade bbrecciate, piére nure
gènte affamate, cose perdute,
famiglie pèrze e ‘nnucènze vennute.
Quanta scure a luce vu repurtate!

Mò che u brutte è luntane
e l’anema pare rasserenata
so’ cose che tutte ze so’ scurdate.
E ‘stu core è preoccupate.

Quante vulésse ca chélla speranza,
ca bruciava ‘mpiétte a chi remanètte
e ché maneche affuciate armava,
turnasse a arde rent’a le piétte
‘e ‘šta giuventù,
sanghe d’u sanghe nuostre,
da nu stesse tradita e abbandunata.


2006

Pensieri
Come sterpi secchi/ pensieri voi ritornate/ e l’animo mi tormentate./ Strade brecciate, piedi nudi/ gente affamata, cose perdute/ famiglie distrutte e innocenze vendute./ Quanto buio riportate a luce!/ Ora che il brutto è lontano/ e l’anima rasserenata/ son cose tutte dimenticate./ Quanto vorrei che quella speranza/ che bruciava nei petti a chi scampò al destino/ e che maniche rimboccate armava/ tornasse ad ardere nei cuori/ di questa gioventù/ sangue del nostro sangue/ da noi stessi tradita e abbandonata.




Nu’ ddu’

Nu pire e nu mile,
na curnacchia e nu cuorve,
ddu’ core,
‘na museca sola:
Nu’ ddu’.


2002
NOI DUE
Un pero e un melo/ una cornacchia e un corvo/ due cuori/ una musica sola/ Noi due.
Racconti dialettali, tratti da "Le cunte de tatone "
(traduzione " I racconti del nonno" )

Premetto che la maggior parte di questi racconti sono di natura popolare e rispecchiano quelli che mi raccontava mia madre quand'ero bimbo, che ho trascritto con alcune licenze che mi son permesso, mentre altri, ad esempio Argo, britt, Lampo, La trappola delle pecore, ecc. sono stati ideati da me, ma seguendo lo stile con il quale mi narrava la mamma.

Argo. Parla dell'intelligenza e dell'affetto di un cane da caccia.

Lampo. Altra storia di cani.

Britt.Parla di altro cane affettuoso ed intelligente.

La mugliéra d'u spèllaciucce. Storia d'altri tempi.

Ntruvede Tresotta! Cronaca di un pignoramento di inizio Novecento.

U ciucce, la scigna, u cane e u vove. Storia di uomini ed animali.

U uaglione e l'aine sènza féchete. Un fatterello con molta moralità.

Le cunte de Vittore u cacciatore. Le (verità) allegre dei cacciatori.

La trappule de le pecure. Una storiella della transumanza.

Quanne vé Bavote.Le promesse di mamma.

U cunte de ze Pèppe. Storiella d'altri tempi.

Catarina e u ciucce che parla. Storia di una credenza popolare.

Ncurnata e la sèrpa Bellina. Storia di una povera ragazza di campagna.

Paccariélle. Parla di un incidente di caccia.

Stanzelàe e u ciuccecapetuoste. Si dice che se un cane morde il padrone non fa notizia, ma se avviene il contrario sì. Questo racconto parla di un fatto veramente accaduto: a Campobasso un uomo ha morso il proprio asino!

U fatte d'u moneche che cacatte u liétte. Storia di briganti e un frate cercatore.

Menellicche e la discesa dello Spirito Santo. Curioso incidente durante una predica.

Nu brutte schérze. Uno scherzo di pessimo gusto.

U merecane che z'éva 'nnammurate de la morta. Storia di spiriti agitati.

U fantasme d'u cummènte. Una bella trovata ai danni dei frati.

U puorche 'é Pisciariélle. Una allegra brigata.

Mazze e panèlle... Il rimprovero di un figlio alla mamma.

La gatta che ze vuléva maretà... Furbizia di gatti.


____________Regole dialettali

PREMESSA
Mi corre l’obbligo di dire due parole al fine di dare un valido aiuto a chi dovesse accingersi a leggere questo mio lavoro dialettale.
Premetto che scrivo il dialetto fin da bambino, come dimostra qualche poesiola datata 1949, che ho lasciato per testimoniare alcuni valori che hanno fatto l’educazione della mia generazione ( rispetto per i poveri, per gli anziani, per le donne, per la religione, per lo Stato, per la natura) tanto per indicarne alcuni.
Io sono un tecnico e non un uomo di scuola, ma nonostante ciò, ho capito, fin da piccolo, che scrivere il dialetto significava riprodurre i suoni verbali sulla carta. Cresciuto, miei unici maestri sono stati Francesco D’Ovidio, Giuseppe Altobello, Nicolino Fiorella, che fu direttore del giornale dialettale “ U Mazzamaurielle “. E pare che abbia appreso bene la loro lezione.
Questo lo devo precisare per far sapere che non sono approdato al dialetto così, tanto per aderire all’ultima moda. Da poco tempo sono apparse alcune grammatiche, tra le quali anche una sul dialetto di Campobasso, che ho apprezzato, pur non condividendo alcune considerazioni ivi contenute: a) l’origine del dialetto, che l’autore fa derivare dall’italiano, mentre per me il dialetto è una lingua romanza; b) l’uso della “j greco “ o "j lungo"; c) l’articolo indeterminativo.Per questi argomenti ho polemizzato apertamente con costui..

Però, poiché ne ho l’occasione, devo precisare che, secondo me, il dialetto campobassano e, per esteso, quello di molti paesi della Provincia, ha i seguenti articoli indeterminativi: nu e na e non un, uno, una; poi ha i numeri une, ddù e tré… e non ( une e rrù, che non ho mai sentito pronunciare da alcuno, e tré; però è vero che ha ddurece o rurece, vintirù e non vintirru e trentarrù, come si potrebbe intendere in quel testo ), e via. Se dico, ad esempio un uomo, in dialetto dirò nu ome e quindi n’óme, dove nu è articolo indeterminativo e quindi, poiché óme inizia con vocale, si elide la u e si mette l’apostrofo.
Bisogna tener presente che nu e na derivano dal latino unus, una,unum , che hanno perso dapprima la "s" finale e, successivamente, la iniziale "u"; infatti noi diciamo nu ciucce, nu cavalle, na crape, per indicare un asino, un cavallo, una capra. Quindi non occorre la paresi (‘) prima della enne come usa fare la maggioranza di coloro che scrivono il dialetto, poiché, come ho detto prima, la u iniziale l’ha persa già dal latino, da cui trae origine.
Altro motivo di divergenza, dicevo, è l’uso della J con funzione di consonante o di semiconsonante. A dire il vero l’autore mi rimproverava “ tu usi la gei “, già da questa affermazione si notava che lui non aveva considerato la “ j greco “ o" j lungo" come dir si voglia, che ha ben altro suono rispetto alla gei inglese, che ha il suono della nostra lettera g , un po’ più dolce come Jocher pronuncia giochèr, Jolly pronuncia giolli, e gli facevo notare che la “ j greco “, intanto è usata nel dialetto perché esso è una lingua romanza, vale a dire derivata direttamente dal latino e quindi non dall’italiano, come qualcuno ha sostenuto pubblicamente. Per quanto riguarda la “j greco” rimando il lettore a consultare il vocabolario della lingua italiana Palazzi, che riporta, dopo la lettera I, la lettera J, con alcune sufficienti spiegazioni che vanno a vantaggio della mia tesi.
Per quanto riguarda l’uso della j greco, faccio qualche altra considerazione:
il pronome personale io nel nostro dialetto è "ije"; se scrivo i soltanto, dico “ ì “ ( pronuncia secca!); se scrivo “ie” dovrei leggere “i(e) emettendo un suono unico, smorzato,essendo la (e) finale atona, come dicono nel basso Molise (senti Termoli, S. Martino in P., Larino); per dire io in campobassano noi diciamo ije , cioè emettiamo due suoni distinti: prima la “i” poi la “je”, dove la seconda (j) è in funzione di semiconsonante .
Per esempio noi diciamo in lingua italiana “malattia”, emettendo i seguenti suoni: ma- la- ttia, ponendo l’accento un po’ più lungo sulla "i" e uniamo direttamente il suono della a, e non pronunciam la sillaba ja; in dialetto noi diciamo “malatija”, se fate attenzione noi pronunciamo due volte il suono i, cioè emettiamo i seguenti suoni: ma-la ti-ja , pronunciando prima ti e poi la sillaba ja ( formata dalla semiconsonante J e dalla vocale a), chiaro?
Ciò premesso e mi scuso ancora per la polemica, devo precisare che:
la e congiunzione ,quantunque non vi abbia posto accento grave, si legge come la "e" congiunzione dell’Italiano, per non far confondere, come facilmente potrebbe accadere, con la è voce del verbo essere;
la é ovunque posta si legge e con accento grave, come mela, pera, cera;
la è con accento aperto, si legge come la “ è del verbo essere”, o di edera, di “ c’era una volta…”;
la o, si legge o con accento aperto, dolce, quantunque abbia indicato la ò accentata in alcune parole; ciò l’ho fatto solo per quelle parole che in altri dialetti, specie del nord, si usano pronunciare con suono grave;
la ó con accento grave, si pronuncia tutte le volte che la parola richiede un suono più acuto, come ad es. póllo, sole, giovane;
la š seguita dalla t, come sto, si legge sce, quindi dovendo leggere sto, pronunciamo questi suoni: sce e to , ritengo scorretto scrivere come fanno alcuni “scto”,poiché per leggere “sce” occorre la e atona.
Uso la K (kappa) solo per indicare la preposizione con, che regge il complemento di compagnia o quello di mezzo, per distinguerlo dalla che congiunzione o pronome relativo.
Queste precisazioni ritengo che siano bastevoli per poter leggere correttamente il nostro dialetto anche dagli appassionati dialettali di altre regioni.
Qualcuno sostiene di scrivere normalmente senza accentazioni perchè la scrittura è una cosa e la fonetica è altra; ma io ritengo che l’accentazione aiuta molto chi voglia leggere bene il dialetto, poiché anche nell’ambito dello stesso territorio, alcune parole variano solo per il suono di una vocale. Comunque, poi, ho notato che taluni maestri che sostengono quella tesi, nei loro scritti, si contraddicono e usano regolarmente le accentazioni e, spesso, anche in maniera errata.
Ugo D'Ugo

Quante è bélla la terra d'u Mulise pure se chiéna de vrécce e mala jèrva, ke le muntagne aute, ke la néva ghianca e ke u mare pure sèmpe azzurre ...
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Romanesco nell'arte

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Il dialetto romanesco, tradizionale di Roma, ha una sua importanza autonoma, sia letteraria che "culturale".

 

[modifica] Letteratura in dialetto

In ambito letterario gli scrittori più famosi tra quelli che lo hanno usato sono Giuseppe Gioachino Belli, Trilussa, Cesare Pascarella e Mario dell'Arco.

Un elenco più ampio comprende i seguenti autori ed opere:


 


 

 

[modifica] Letteratura sul dialetto

 

[modifica] Il romanesco nello spettacolo

In ambito culturale (prendendo il termine con un'accezione ampia) ha importanza nell'ambiente cinematografico e televisivo; infatti, vista l'ampia produzione a Roma di film e programmi TV, si ha spesso l'uso del romanesco in quanto dialetto in qualche modo vicino. In particolare con il neorealismo, il romanesco è stato utilizzato per rappresentare efficacemente una parlata di taglio popolare, anche in contrapposizione alla paludata ampollosità degli usi precedenti; in questo senso il romanesco fu oggetto di un uso di vasta scala, grazie alla sua vicinanza con la lingua nazionale (cui solo il napoletano veniva fatto seguire, secondo per importo d'utilizzo e di materiale artistico) e perciò ad una supposta sua migliore e più vasta comprensibilità rispetto ad altri dialetti.

A questo si aggiunga la tradizione delle compagnie teatrali e di avanspettacolo cittadine. Bisogna però dire che in realtà quello che si trova nei mezzi di comunicazione ormai non è romanesco ma italiano regionale romano, ovvero una parlata italiana con semplici inflessioni dialettali. Alcuni attori noti (anche) per la parlata romanesca sono Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Gigi Proietti, Carlo Verdone.

Il capostipite comunque dello spettacolo teatrale, di rivista e poi cinematografico, è stato Ettore Petrolini.

Il romanesco vero è ormai quasi perduto per la scolarizzazione, l'influenza dei mezzi di comunicazione e soprattutto l'arrivo di grossi flussi migratori in città da molte regioni italiane sin dall'unità d'Italia.


 

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