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deciso a seguito di discussioni di usare nella nomenclatura delle pagine
il termine
lingua per quelle riconosciute come tali nella codifica
ISO 639-1,
ISO
639-2 oppure
ISO
639-3, approvata nel 2005. Per gli altri idiomi viene usato il
termine
dialetto.
Mappa dei dialetti in Italia
La lingua napoletana (napulitano) è un idioma romanzo, per oltre un secolo anche lingua ufficiale del regno di Napoli. Il volgare pugliese[1][2], altro nome con cui è conosciuto storicamente il napoletano e i dialetti meridionali[3], sostituì il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli, dall'unificazione delle Due Sicilie, per decreto di Alfonso I, nel 1442. Nel XVI secolo re Ferdinando il Cattolico impose il castigliano come nuova lingua ufficiale e il napoletano di stato sopravviveva solo nelle udienze regie, negli uffici della diplomazia e dei funzionari pubblici. Il cardinale Girolamo Seripando, nel 1554, stabilì poi che in questi settori venisse sostituito dal volgare toscano.[4] E' oggi considerato una lingua regionale o minoritaria, anche alla luce del cospicuo patrimonio letterario e artistico, dal Cortese al Basile al De Filippo, o della contemporanea vitalità internazionale della canzone napoletana, e un apposito decreto legge della regione Campania ne propone la rivalutazione sociale e civile[5].
Le origini e la storia [modifica]Il napoletano, come l'italiano, è una lingua derivata dal latino. Sono state ipotizzate anche tracce della lingua parlata in Italia centro-meridionale prima della conquista romana, l'osco (ma anche successivamente, iscrizioni osche si rinvengono a Pompei, ancora nel 79 d.C., per esempio), che è lingua italica (quindi imparentata al latino, ma da questo distinto però contemporanea ad esso), e del greco, parlato a Napoli fino al II-III sec. Il napoletano ha inoltre subìto nella sua storia, come molte altre lingue, influenze e "prestiti" dai vari popoli che hanno abitato o dominato la Campania e l'Italia centro-meridionale, i coloni greci ed i mercanti bizantini nell'epoca del Ducato di Napoli fino al IX secolo, e, più recentemente, i normanni, i francesi gli spagnoli e perfino gli americani, durante la seconda guerra mondiale e la conseguente occupazione di Napoli, hanno contribuito con qualche vocabolo. Tuttavia, soprattutto per quanto riguarda lo spagnolo, è errato attribuire esclusivamente all'influenza spagnola (Napoli fu sotto diretto dominio spagnolo per oltre due secoli, dal 1503 al 1707) qualsiasi somiglianza tra il napoletano e quest'idioma: infatti, trattandosi di lingue ambedue romanze o neolatine, la maggior parte degli elementi comuni vanno fatti risalire al latino volgare (in particolare la costruzione dell'accusativo personale indiretto e l'uso di tenere e di stare in luogo di avere e essere, e così via.). Con il Regno aragonese di Napoli si propose il
napoletano come lingua dell'amministrazione, senza mai imporre l'aragonese
o il
catalano, ma il tentativo abortì con la deposizione di
Federico e l'inizio del viceregno. Nella prima metà dell'Ottocento il
Regno delle Due Sicilie usava di fatto come lingua amministrativa e
letteraria l'italiano e quindi il napoletano non ha mai avuto condizione
di lingua ufficiale. Del resto anche il
Regno di Sardegna non ufficializzò mai né il piemontese né l'italiano,
anche se la lingua più parlata era il francese, per i suoi usi
amministrativi [senza fonte].
Il napoletano nella letteratura e negli studi linguistici [modifica]
Prime testimonianze [modifica]Il napoletano (come il siciliano, il veneziano e altre varietà italoromanze) possiede una ricchissima tradizione letteraria. Si hanno testimonianze scritte di napoletano già nel 960 con il famoso Placito di Capua (considerato il primo documento in lingua italiana, ma di fatto si tratta della lingua utilizzata in Campania dalla quale deriva il napoletano) e poi all'inizio del '300, con una volgarizzazione dal latino della Storia della distruzione di Troia di Guido Giudice delle Colonne.
Scuola «siciliana» [modifica]
Sono storicamente considerati versi in lingua napoletana le poesie di Giacomo da Lentini, Rinaldo d'Aquino, Pier delle Vigne, Giacomino Pugliese e Guido delle Colonne. I critici italiani contemporanei assemblano queste opere per tema, denominando la corrente letteraria che costituiscono «scuola siciliana», considerata la prima espressione artistica di rilievo della futura lingua italiana. La Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis inizia proprio con un analisi sulla produzione degli scrittori federiciani, dove tanto coloro che adottarono il volgare pugliese quanto quelli che adottarono il volgare siciliano sono denominati siciliani, perché con tale accezione si connotavano, secondo il De Sanctis, coloro che provenivano dal Regno di Sicilia. Un'impostazione, a cui la maggiorparte della critica italiana rimane fedele, che non tiene conto delle differenze specifiche fra i vari gruppi di poeti, riducendo l'importante patrimonio letterario meridionale al prodromo che avrebbe poi aperto la strada allo «stilnovismo», attraverso la «transizione toscana», in un'interpretazione costruita sull'impronta dei modelli dialettici dell'idealismo e dello storicismo di stampo hegelista. I siciliani costituirebbero un'importante svolta poetica rispetto alla tradizione provenzale, a cui si ispirarono, per aver sublimato ulteriormente le strutture simboliche dei trobadori, estraniando le tematiche cortesi dai motivi politici e religisi che invece colorivano la poesia occitana. I toscani però, che spesso copiarono i siciliani, poterono evolvere ulteriormente l'esperienza meridionale, privilegiati dalla familiarità con la realtà cittadina e comunale, dove l'identità culturale era fortemente condizionata dall'appartenenza a fazioni politiche o dalla connivenza con corporazioni economiche: così la poesia italiana si arricchì di tutte le innovazioni tematiche e spirituali proprie dei primi ambienti borghesi, tutti indaffarati a portare a termine i disegni escatologici della storia. D'altra parte la poesia meridionale finì con il cristallizzarsi entro alcuni stereotipi, perché i letterati del Regno di Sicilia erano fortemente condizionati dal sistema centralista e burocratico dello stato unitario. Più recentemente alcuni autori stanno mettendo il luce differenze specifiche, rifiutando di considerare lo «stilnovismo» come il superamento della poesia meridionale: i rimatori in volgare pugliese sarebbero perciò ispirati da tematiche cortigiane e dai modelli culturali ghibellini, come la centralità del potere laico, da cui dipenderebbe quello religioso, le politiche sociali e finanziarie; così coloro che scrissero in siciliano fecero propria la tradizione popolare della Sicilia che esprimeva in contrasti amorosi le continue lotte fra fazioni e gruppi politici che per secoli hanno spaccato l'isola, ora araba, ora ortodossa, ora cattolica, con il trionfo finale della civiltà e della tradizione locale contro usurai, feudatari e latifondisti.
Prosa [modifica]La letteratura napoletana parte con Giulio Cesare Cortese e Giambattista Basile, vissuti nella prima metà del Seicento. Basile è autore di un'opera famosa come Lo Cunto de li Cunti, ovvero lo trattenimiento de le piccerille, tradotta in italiano da Benedetto Croce, che ha regalato al mondo la realtà popolare e fantasiosa delle fiabe, inaugurando una tradizione ben ripresa da Perrault e dai fratelli Grimm.
Cultura popolare [modifica]Negli ultimi tre secoli è sorta una fiorente
letteratura in napoletano, in settori anche diversissimi tra loro, che in
alcuni casi è giunta anche a punte di grandissimo livello, come ad esempio
nelle opere di
Salvatore di Giacomo,
Raffaele Viviani,
Ferdinando Russo,Eduardo
Scarpetta,
Eduardo de Filippo,
Antonio De Curtis. Va segnalata infine la ripresa dell'uso del napoletano nell'ambito della musica pop, musica progressiva e dell'hip hop, almeno a partire dalla fine degli anni '70 (Pino Daniele, poi ripresa anche negli anni '90 con 99 Posse, Almamegretta, Co'Sang) in nuove modalità di ibridazione e di commistione con l'italiano, l'inglese, lo spagnolo e altre lingue. Anche nel cinema e nel teatro d'avanguardia la presenza del napoletano è andata intensificandosi negli ultimi decenni del '900 e nei primi anni del XXI secolo. La documentazione sul napoletano è ampia, ma non
sempre a un livello scientifico. Vocabolari rigorosi sono quello di
Raffaele D'Ambra (un erudito
ottocentesco) e quello di
Antonio Altamura (studioso
novecentesco). Interessante è anche la grammatica del Capozzoli (1889).
Linguistica [modifica]Gli studi più recenti hanno dedicato al napoletano e ai dialetti campani una certa attenzione. Per il napoletano antico si segnalano i lavori di Vittorio Formentin sui Ricordi di Loise de Rosa, di Rosario Coluccia sulla Cronaca del Ferraiolo, di Nicola De Blasi sulla traduzione del Libro de la destructione de Troya, di Marcello Barbato e Marcello Aprile sull'umanista Giovanni Brancati. Sui dialetti moderni, tra gli altri, si segnalano i lavori di Rosanna Sornicola, di Nicola De Blasi, di Patricia Bianchi e di Pietro Maturi dell'Università di Napoli Federico II, di Edgar Radtke dell'Università di Heidelberg, di Francesco Avolio sui confini dei dialetti campani e di Michela Russo, dell'Università di Paris VIII, su aspetti della fonetica come la metafonia. Una rivista, diretta da Rosanna Sornicola, il Bollettino Linguistico Campano, si occupa prevalentemente del napoletano. Da alcuni anni è stato attivato un insegnamento universitario di Dialettologia campana presso la facoltà di Sociologia della Federico II, affidato a Pietro Maturi.
Cenni di fonetica [modifica]Spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l'accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano schwa e che nell'Alfabeto fonetico internazionale è trascritto col simbolo /ə/ (in francese lo ritroviamo, ad esempio, nella pronuncia della e semimuta di petit). Nonostante la pronuncia (e in mancanza di convenzioni ortografiche accettate da tutti) spesso queste vocali sono trascritte sulla base del modello della lingua italiana, e ciò, pur migliorando la leggibilità del testo e rendendo graficamente un suono debole ma esistente, favorisce l'insorgere di errori da parte di coloro che non conoscono la lingua e sono portati a leggere come in italiano. Nell'uso scritto spontaneo dei giovani (SMS, graffiti, ecc.), come ha documentato Pietro Maturi, prevale invece l'omissione completa di tale fono, con il risultato di grafie a volte poco riconoscibili ma marcatamente distanti dalla forma italiana (p.es. tlefn per "telefono"). Altri errori comuni, dovuti a somiglianze solo apparenti con quest'ultima lingua riguardano l'uso errato del rafforzamento sintattico che segue, rispetto all'italiano, regole proprie e molto diverse, e la pronuncia di vocali chiuse invece che aperte, o viceversa, l'arbitraria interpretazione di alcuni suoni. Alcune ulteriori differenze di pronuncia con
l'italiano sono:
Cenni di grammatica [modifica]
La grammatica napoletana è abbastanza complessa e distinta rispetto a quella italiana. Proviamo ad accennarne alcune regole esemplificative, confrontandole con le corrispondenti norme grammaticali in altre lingue, senza per questo sottendere necessariamente un rapporto di influenza o derivazione.
Similitudini con lingue straniere [modifica]Nella lingua napoletana troviamo moltissime parole simili o talvolta uguali a lingue straniere. Solitamente sono scritte in modo diverso ma spesso la pronuncia è molto simile o identica. Ciò è dovuto in parte alle conservazioni greche e latine e in parte alle diverse dominazioni che le Due Sicilie hanno subito. Troviamo in essa parole derivate dalle lingue castigliana, catalana, francese, araba (l'arabo ha influenzato il napoletano anche nella cucina, per via dei numerosi scambi commerciali che il Regno delle Due Sicilie intratteneva con l'area afro-mediterranea). Qualche parola deriva addirittura dall'inglese (anche con l'Inghilterra il Regno intratteneva rapporti commerciali) alcune delle quali introdotte durante l'occupazione americana della II guerra mondiale e forse per commistione linguistica con termini usati da emigranti in nazioni anglofone.
Esempi [modifica]
† Tradotto letteralmente "orecchioni", soprannome che gli spagnoli diedero agli inca a causa delle grosse orecchie che si foravano e allungavano, e caratterizzati spesso da comportamenti omosessuali.
Lingua internazionale [modifica]All'estero il napoletano è considerata una lingua a tutti gli effetti, infatti parecchi libri di scuola del Nord e del Sud America considerano il napoletano lingua ufficiale della Campania o in generale del Sud Italia.[senza fonte] Più celebre in tutto il mondo è la canzone napoletana, che non solo è strettamente legata agli stereotipi più diffusi della cultura italiana negli Stati Uniti e nei paesi di cultura anglosassone, ma ha anche imposto slang e parole internazionali, come 'O sole mio, 'O surdato 'nnammurato o Funiculì funiculà. Non si dimentichino nemmeno i numerosi prestiti alle lingue internazionali generalmente considerati come italianismi, da pizza, maccaroni a tarantella.
Note [modifica]
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