Romanticismo****
Emozioni di Quartiere
Google
 
Web Iaphet.com
La Poesia
Depressione Solitudine Adolescenza   AnimaGemella
Dediche Serenate Frasi Amore Psicologia
Psicologi   Sociologia  
Salutation Depresion Boulimie Adolescence
Anorexie Seduction Saint Valentin Chat
Passion Libertè Amitié Beau
Psychologie Sociale Sappho Vers Poetique
Il mio libro
Elli's Book
Poesie Romantiche All my poetries translate in Other language
Poesie del Poeta Italiano Iaphet Elli www.iaphet.com
A B C D E F G H I L M N
O P Q R S T U V Z X Y W
1 2 3 4 5 6 7 8 9
10 11              
©Iaphet Elli www.iaphet.com
________Piove:
Piove…
Ruggine,
Strade inondate
Un cielo grigio
Ora è precipitato,
In noi le notti
I pensieri chiusi nei borsoni,
Uomini persi.
Nel vento, che
Il giorno diventato notte
Nei pensieri nostri porta
Milioni di gocce,
Bagnano
Trasparenti volti,
Occhi…
Le cui tende abbassate sono;
Calata la notte,
Una porta s’apre
Una mano
Un aiuto,
Vien in istrada…
Una nuova stanza.

__________Una pagina:
Una pagina,
Parole di un giorno
Una boccetta d’inchiostro…
Pezzo di lettera
Parte di un sentimento di ritorno, e
Alla fine riposto
In un cassetto.
Quei numeri superati
Il tuo diario
Un anno fa’…
Un cuore spezzato
Ricordi brutti sfumati, da…
Un fiume di vita,
Nelle vene tue
Nel mentre di tutto
Scorreva.
Penso, nella notte...
guardando fuori,da una finestra d'albergo
montagne...lassù,fili tirati
nuvole di vari formati.
Si muovono,
cosa sia tutto ciò?
forse la notte stà entrando nei nostri corpi,oppure
il giorno si stà dileguando.
Forse.
Forse la notte ce le ricordiamo come il lampione di strada,
un'idea per ogni linea tracciata...
Forse,ma il forse non ha storia!
Sono affacciato alla finestra ,e
ancora penso
la notte non mi fà più paura:
Il giorno con i suoi rami,
tra le piccole luci,
mi stà a poco a poco abbracciando!
___________Uomo di Periferia:

Una pianta ,

rami spogli,

foglie cadute...

in un un invisibile guerra!

Linfa, di ciò che fu,

ora, è di ghiaccio.

Immobile!

Una pianta, senza Vita:

Una persona..di Periferia.

____Poesia

Poesia :

Un aiuto

Un aiuto…

Natale,

Lungo i marciapiedi

La neve, che

Scende…

Il freddo

A poco a poco ti prende;

Cammina,

Un sogno nel cielo

Prende il volo

Senza mai prendersi un giorno di riposo!

Lungo i binari del tempo

Tra le luci…

Gente sommersa

Nei locali

Il suo salvagente cerca.

Questa notte, che

Le case rende ricche

Per le strade

Eternamente…

Sole scorrono

Anime povere

Senza un passato, e

Un ricordo.

_____La Pianta dei Sogni

Seduto,

Un lembo di pianta, dal finestrino

Ora scendere vedo,

Aiuto!

Mi chiede…

Un braccio allungato,

una propaggine di vita, per

non vedere l'ultima pagina

di quella, che

poteva essere storia infinita.

S'arriccia, e si dimena

Da una costruzione…

Lentamente scende, come

Un frullatore!!

Tremendo dolore;

Non posso far nulla!

Attimi infiniti, come

L'eternità d'un sogno che

Mai arriva, mentre

Qui l'arrivo è prossimo

Alla parola fine.

Stop!!!!

Questo film, la pianta dei nostri sogni,

ha cessato d'esistere,

ultimo ciak,

solo, il buio…

ora è eterno.

Il passato

È come un libro,

bisogna voltar pagina.

La vita

È un mare

In cui le gocce del pianto vanno ad infrangersi contro il muro

E il vento lasciare andare via;

la strada  è un corso

eventi in continua evoluzione

con la notte a vedere  le anime spegnersi

e di giorno smarrirsi agli angoli di un boccale di whisky.

I giorni d’oggi

Con le loro interminabili corse

E giri di parole, assomigliano

Più a un circuito,

Che gira intorno alla vita,

che a una frazione

di una spettacolare fuga verso il futuro.

Polvere di stelle…

Tratti di vite disperse

Cadono sui miei occhi

Incendiandosi come ciocchi, di

Questa foresta, che

Il corpo invade,

Luccicanti pianeti

Raccolti in reti…

L’universo,

Sempre più solo e perso,

Raccoglie…

I nostri gracili sentimenti.

**** Un Pescatore**** (Poesie presenti nel libro di Iaphet Elli)

Seduto su di uno scoglio…

Un Pescatore guarda

Guizzar fuori un tonno,

Sguardo malinconico

D’un uomo

Che credea d’esser quasi morto.

Un’onda che il vento alza

Con il mar nella sua forza

Ascolta il passar

Di questa piena

Che il pescator solea veder

Dall’alto altare

Tristizia amara d’uomini

A fondo andare.

La notte fari illuminati

Giovine anime salpano,

Corpi spirati

Di solitudine vanno.

Navi cariche di speranze vuote

Ritornando al porto

Otri magre scaricano…

Un filo di speranza sempre più corto.

Iaphet Elli ™Copyright

__________Primavera

Una mano,
due persone senza parole...
un solo sguardo
una foglia,caduta, su
questo terreno d'autunno.

S'accartoccia,
sguardi freddi
senza energia;

S'apre,
prende colore,
cinque...
sono le speranze.

E' primavera (...)
s'intrecciano,come
due mani di...
un inverno ormai passato.

____Pentagramma

Una musica,

note di dolore rotte

frasi nel vento

linee, per fili entrano…

un’anima curando.

Quei puntini neri

Un foglio bianco tracciano

Truccano, di notte volti andati

Persi…tra gli occhiali

Maschere di un mondo, che

L’oscurità rende stracc

La mia giornata in prospettiva

Abbiamo zaini…

Come geometri, i nostri progetti ivi

Sono riposti…

Disegnati su un diario

Simile ad un tracciato,

la mia giornata in prospettiva.

Iaphet Elli ™Copyright

____Pacchi

Per le strade, vagano

Portano storie…

Pagine di un libro, che

Ancora non c’è, ma

In tutti i cuori

Esiste!

Dentro…

Sogni raccolti

Divisi in cartoni,

S’aprono…

A nuovi orizzonti.

Piccoli Corpi

Mai più persi

Queste vie che

In noi si rifugiano...

Piccoli corpi

Di sogni

Grandi…come cuori;

Insegne…

Perse e lasciate

Tra le piante di quella giungla;

Un tempo,

Ieri erano

I volti d’occhi lasciati…

Ripescati, da

Un porto…

é riaffiorato un corpo,

Un sogno

Diventato uomo.

Parchi

Parchi,

Giardini,

Queste nostre idee

Chiuse da un recinto

Attraversato da strade

Divise in quartieri,

Diversi pensieri.

Persone condivise da

Una città,

In sé semafori

Chi accesi

Chi spenti,

Persone semplici

Aprono le mani,

Queste vie, che

Il traffico blocca e

Il cuore riapre.

Poesia

Poesia…

Parole, come pietre

Riposte in un quadro,

Un dipinto

Nel cuore nato,

Colori sfociati

Da idee

Per strade, uomini qualunque

Pescati…

Occhi, dentro…

Tradotto

L'astratto nel concreto,

Diviso

L'amore dall'odio;

Poesia,

La notte fugge via,

Nel cielo

Sopra di te

Solo le stelle…

Illuminano

Quella luce, che

Si nasconde e,

S'intravede a gocce.

Polvere di stelle…

Polvere di stelle…

Tratti di vite disperse

Cadono sui miei occhi

Incendiandosi come ciocchi, di

Questa foresta, che

Il corpo invade,

Luccicanti pianeti

Raccolti in reti…

L’universo,

Sempre più solo e perso,

Raccoglie…

I nostri gracili sentimenti.

Prendo una penna

Prendo una penna

Questa sera, e

Ti scrivo buona notte.

Quante stelle vedo…

Fuori,

La mia finestra,

Lo sguardo

Verso il domani,

Quello che non vedo, ma sarà!

Un enigma…

Un punto di domanda.

Un foglio, ora

Della notte s’impregna

Digitando...

una stella

Lo illumina d’idee,

Dentro me…

Vissute,

Taciute,

Mentre…

I giorni trascorrevano nelle strade,

A piedi

Senza un mezzo che li aiutasse

A creare…

Un nuovo pianeta.

Ti sto pensando

Dolce stella,

Radicandoti…

Le tue foglie m’abbracciano,

mai ingiallendo

Il foglio….

Con te

Il mio ricordo.

Parole come pietre

Poesia…

Parole, come pietre

Riposte in un quadro,

Un dipinto

Nel cuore nato,

Colori sfociati

Da idee

Per strade, uomini qualunque

Pescati…

Occhi, dentro…

Tradotto

L'astratto nel concreto,

Diviso

L'amore dall'odio;

Poesia,

La notte fugge via,

Nel cielo

Sopra di te

Solo le stelle…

Illuminano

Quella luce, che

Si nasconde e,

S'intravede a gocce.

™Copyright

Parola d'Amore

Notte…

Frasi lette

Dal dolore rotte,

Fogli trascritti anni addietro

Idee…

Mai cancellate

Rivedute su nastri…

Memorizzate,

Parole trafitte dal vento

Tagliente come astri

Nel nostro universo

Una voce sento

A me Vicino

Tu!

La mia parola d’amore.

Il mio Paradiso

Tu!

L’infinito…

Un puntino, io

Nel tuo cuore m’aggiro;

Un’anima sola

In un’astronave,

A piccoli passi

Leggera

Per anni

Vola,

Il suo nido cercando

Tu!

Il mio paradiso.

Un parco

Un parco

Nella notte

Ragazzi giovani…

Una canzone

Disperato,

Una luce che

Va’ spegnendosi dentro lentamente

Fioca

S’accende…

Laggiù, oltre…

L’immenso blu.

Piove

Piove…

Ruggine,

Strade inondate

Un cielo grigio

Ora è precipitato,

In noi le notti

I pensieri chiusi nei borsoni,

Uomini persi.

Nel vento, che

Il giorno diventato notte

Nei pensieri nostri porta

Milioni di gocce,

Bagnano

Trasparenti volti,

Occhi…

Le cui tende abbassate sono;

Calata la notte,

Una porta s’apre

Una mano

Un aiuto,

Vien in istrada…

Una nuova stanza.

Parole di un giorno

Una pagina,

Parole di un giorno

Una boccetta d’inchiostro…

Pezzo di lettera

Parte di un sentimento di ritorno, e

Alla fine riposto

In un cassetto.

Quei numeri superati

Il tuo diario

Un anno fa’…

Un cuore spezzato

Ricordi brutti sfumati, da…

Un fiume di vita,

Nelle vene tue

Nel mentre di tutto

Scorreva.

Puntini Neri

Questa notte

Luci alla ribalta

Frasi lasciate lassù

In cerca d’Una prima occupazione,

Piccole voci s’alzano

L’azzurro cielo

Puntini neri tingono;

Piccole note

Una canzone compongono…

Un mondo…

Cupo in volto.

Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da
 http://it.wikipedia.org/wiki/Psicosi

Cronologia  http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Psicosi&action=history

Psicosi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

Questa voce riguardante un argomento di psicologia necessita di essere "wikificata", ovvero formattata secondo gli standard di Wikipedia (vedi l'elenco delle voci da wikificare). Modifica questa voce (anche se non sei esperto di psicologia) seguendo le linee guida di Wikipedia e poi rimuovi questo avviso. (voce segnalata nel mese di settembre 2006) Vedi anche: Progetto psicologia Segnalazione di Alessio Facchin 00:54, 10 set 2006 (CEST)

Il termine "psicosi" fu introdotto nel 1845 da von Feuchtersleben con il significato di "malattia mentale o follia". È un grave disturbo psichiatrico, espressione di una grave alterazione dell'equilibrio psichico dell'individuo, con compromissione dell'esame di realtà, inquadrabile da diversi punti di vista a seconda della lettura psichiatrica di partenza e quindi del modello di riferimento. I sintomi psicotici sono ascrivibili a disturbi di forma del pensiero, disturbi di contenuto del pensiero e disturbi della sensopercezione.

Disturbi di forma del pensiero: alterazioni del flusso idetico fino alla fuga delle idee e all'incoerenza, alterazioni dei nessi associativi come la tangenzialità, le risposte di traverso, i salti di palo in frasca;

Disturbi di contenuto del pensiero: ideazione prevalente delirante;

Disturbi della sensopercezione: allucinazioni uditive (a carattere imperativo, commentante, denigratorio o teleologico), visive, olfattive, tattili, cenestesiche, geusiche.

Tali sintomi possono presentarsi in diverse condizioni: - in corso di disturbi mentali organici secondari a malattie internistiche o neurologiche (Lupus Eritematoso Sistemico, endocrinopatie, uremia, porfiria, Sindrome di Wilson, corea di Huntington, lesioni del lobo temporale e parietale, epilessia, abuso di sostanze come alcool, amfetamina, cocaina, cannabis e allucinogeni); - in corso di disturbi cognitivi correlati alla demenza; - in corso di disturbi dell'umore; - in corso di quadri schizofrenici; - in corso di quadri schizoaffettivi; - psicosi acute: schizofreniformi, reattive brevi, cicloidi,puerperali, ecc.; - in corso di disturbi deliranti (di tipo paranoide); - in corso di disturbi di personalità.

Le psicosi hanno un'incidenza tra i 15 e i 54 anni di 1,5-4,2/100.000. Variano per gravità e prognosi in base alle caratteristiche del disturbo e in base alle caratteristiche dell'ambiente in cui vive la persona. Gli studi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'International Pilot Study of Schizophrenia e il Collaborative Study on Determainants of Outcome of Severe Mental Disorders (WHO, 1973; WHO, 1979; Jablensky e coll., 1992; Leff e coll., 1992), condotti su 1400 individui osservati in un tempo superiore ai 20 anni, mostrano che la schizofrenia è ubiquitaria e che i contesti sociali diversi determinano esiti sociali diversi. Non sono risultate aree geografiche con incidenza particolarmente alta per disturbi psicotici. Una prognosi decisamente migliore si è evidenziata per i soggetti appartenenti ai paesi in via di sviluppo. È risultato inoltre che i quadri clinici che si manifestano in maniera acuta presentano una evoluzione migliore di quelli con esordio insidioso e progressivo. Tuttavia la tendenza ad un esito migliore nei paesi in via di sviluppo è comunque stata riscontrata sia per i quadri clinici a esordio acuto, tanto per quelli a esordio progressivo.

L'eziologia del disturbo è, come per molte condizioni in medicina, molteplice e in larga parte ignota. Da un punto di vista psicobiologico, la sintomatologia psicotica trova una possibile causa in alterazioni organiche a vari livelli, da una predisposizione genetica, all'alterato funzionamento di neurotrasmettitori quali la dopamina, la serotonina, il Glutammato, il GABA, l'NMDA, i peptidi endogeni e altri ancora. Da un punto di vista fenomenologico, Karl Jaspers parla di esperienze psicotiche quando vengono vissute come incomprensibili per il soggetto per le modalità con le quali scaturiscono dall'attività psichica, facendo declinare le condizioni ontologiche dell'esistenza (tempo, spazio, coesistenza, progettualità). Secondo Otto Kernberg la psicosi si distingue dalla nevrosi per la "diffusione dell'identità" e la messa in atto di meccanismi di difesa primitivi (idealizzazione primitiva, identificazione proiettiva, negazione, onnipotenza, svalutazione) che proteggono l'individuo dalla disintegrazione e dalla fusione di sé con l'oggetto, con regressione di fronte all'interpretazione. Altro elemento distintivo è la perdita del contatto con la realtà, che invece è conservato nella nevrosi. La psicoanalisi interpreta le psicosi con una rottura dell'Io con la realtà esterna, dovuta alla pressione dell'Es sull'Io. L'Io cede all'Es per poi recuperare parzialmente la costruzione di una propria realtà attraverso il delirio, recuperando il rapporto oggettuale (Freud). Secondo Melanie Klein, le psicosi sono legate alla caduta nella posizione schizoparanoide della prima infanzia. Secondo Carl Gustav Jung, nelle psicosi si ha il sopravvento di complessi autonomi inconsci sul complesso dell'Io, che non riesce a mantenere il controllo sulle formazioni inconsce. L'indirizzo sociale della psichiatria esprime anche un'interpretazione legata al contesto che, come si è visto, risulta determinante per l'integrazione di queste persone e la loro riabilitazione.

 

Voci correlate

Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da  http://fr.wikipedia.org/wiki/Po%C3%A9sie_arabe

Cronologia   http://fr.wikipedia.org/w/index.php?title=Po%C3%A9sie_arabe&action=history

Poésie arabe

Un article de Wikipédia, l'encyclopédie libre.

 

La poésie arabe est d'une immense richesse et pourtant souvent méconnue dans le monde occidental. D'une part, il est très difficile de faire une bonne traduction permettant de rendre la musicalité et la beauté des vers arabes. D'autre part, les préjugés actuels envers le monde arabe empêchent beaucoup de se souvenir que la civilisation arabe plus que millénaire est aussi une des plus raffinées et qu'elle fut aussi source d'inspiration pour de nombreux poètes d'occident, fascinés par l'orient et les mythes des mille et une nuits le peuplant...

La poésie arabe puise dans le monde qui l'entoure. Elle célèbre le désert, non pas dans sa sécheresse mais dans sa richesse, la solitude qu'il permet autorisant l'homme à rêver, réfléchir, les oasis qu'il abrite étant semblables à autant de paradis sur terre, l'éloignement ravivant le souvenir des êtres que l'on aime... La poésie arabe célèbre l'amour, la beauté, le désir sans pudeur, sans fausse honte. Les jeunes filles y sont des fleurs, des gazelles que l'on courtise, à qui l'on chante des louanges. Les fabuleuses descriptions sont un plaisir pour tous les sens : les yeux ne peuvent se lasser de se repaître de la beauté qui est dévoilée par les vers, l'odorat se réjouit de toutes les saveurs et parfums qui embaument les poèmes, on sent la fraîcheur d'une oasis, on entend les oiseaux piailler et surtout la musicalité des vers. Les vers sont écrits pour être lus, les poètes jouent avec les mots, créant des nouveaux mondes, de nouveaux édens...

Cette maîtrise des mots permettant d'éveiller tous les sens est aussi mise au service de la satire ou de l'ironie. Certains poèmes s'adressent à des personnes particulières, parfois pour l'encenser, parfois au contraire pour la critiquer. Les poètes sont rois et se permettent de critiquer n'importe qui, les plus grands n'échappant pas à leurs charmants sarcasmes s'ils leur déplaisaient...

La poésie arabe, même plusieurs fois centenaire, est incroyable de liberté et modernité...

La poésie arabe est traditionnellement découpée en cinq périodes :

  • l'époque primitive (du Ve siècle à l'hégire)
  • l'époque musulmane (622-750)
  • le modernisme et le néo-classicisme (750-900)
  • le provincialisme (jusqu'à la fin du XVIIIe siècle)
  • l'ère contemporaine (depuis le milieu du XIXe siècle)

 

Quelques poètes [modifier]

 

Le mètre arabe [modifier]

Les mètres les plus utilisés dans la poésie arabe ont été codifiés au VIIIe siècle par Al-Khalil bin Ahmad et n'ont presque pas changés depuis. Le mètre se base sur la longueur des syllabes, il y a des syllabes courtes (une consonne suivie d'une voyelle courte) et des syllabes longues (une voyelle suivie d'une consonne ou d'une voyelle longue). Ainsi la poésie arabe ne s'appuie pas seulement sur la longueur des vers et les rimes mais sur un certain rythme interne à chaque ligne (bayt). Chaque bayt est divisée en deux moitiés (shatr) qui correspondraient aux vers de la poésie française.

Les différents mètres se distinguent les uns des autres par le nombre de syllabe et l'ordre, l'alternance de syllabes courtes et longues. Mais il existe souvent plusieurs variations d'un même type de mètre puisque deux syllabes courtes peuvent être substituées par une longue par exemple...

Voici quelques noms de mètres : tawil, kamil, wafir, radjaz (forme souvent employée lors d'improvisations), hazaj, basit, khafîf, sarî', moudari...

Pour plus de détails sur la notion de mètre bâtis sur des oppositions entre syllabes brèves et longues, consulter cette section de l'article sur le vers.

 

Bibliographie [modifier]

  • La Poésie arabe, de René R.Khawam (Éditions Phébus)
  • Ors et Saisons. Une Anthologie de la Poésie arabe classique, de Patrick Mégarbané et Hoa Hoï Vuong (Éditions Actes Sud, Sindbad)
Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da
 http://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia

Cronologia  http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Psicologia&action=history

Psicologia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

Indice

[nascondi]

 

Definizione

 

Etimologia

Il termine psicologia deriva dal greco psyché (ψυχή) = spirito, anima e, iconograficamente, farfalla in quanto molte decorazioni dei vasi greci raffigurano l'anima come esalata nell’istante della morte con l'immagine di una farfalla - e da logos (λόγος) = discorso, studio.

 

Semantica del termine

in tale accezione la Psicologia è lo studio dello spirito o dell'anima. Il significato del termine, protrattosi immutato dal XVI secolo al XX secolo, è cambiato in modo significativo negli ultimi cento anni, adeguandosi alle nuove prospettive e alla moderna metodologia.

La psicologia può essere definita come la scienza che studia i rapporti che intercorrono tra un essere vivente e se stesso e i rapporti che intercorrono tra un essere vivente e l'ambiente in cui vive. Rapporti che si possono esprimere in termini di esperienza e comportamento.
Ha per oggetto di studio fenomeni e processi quali l'intelligenza, la memoria, le emozioni, le motivazioni, le opinioni, le abitudini, i sentimenti, il pensiero eccetera; in sintesi tutto quanto attinge alla "mente" nella sua accezione più ampia, sia per ciò che chiaramente dipende dal sistema nervoso che per quanto è squisitamente legato alla soggettività individuale o all'interazione sociale.

La psicologia moderna è una scienza composita, i cui metodi di ricerca vanno da strettamente sperimentali (di laboratorio o sul campo) a etnograficamente orientati (ad esempio: alcuni approcci della psicologia culturale); da strettamente individuali (ad esempio: studi di psicofisica, psicoterapia individuale) a metodi con una maggiore attenzione all'aspetto gruppale e sociale (ad esempio: la psicologia del lavoro che impiega i cosiddetti 'gruppi focali'). Queste diversità di approccio hanno causato un proliferare di discipline psicologiche e di matrici culturali che tendono a sostenere punti di vista diversi e spesso in conflitto tra loro.


 

 

Cenni storici

 

I precursori

La nascita della psicologia può essere fatta risalire al XVI secolo, con il tedesco Melantone, latinista e grecista. Per lui la psicologia era l’insieme di conoscenze filosofiche, letterarie e religiose sull’animo umano.

Nel 1690 John Locke, filosofo inglese, pubblica il Saggio sull’intelletto umano in cui cerca di ricostruire il funzionamento della mente, per capire come nascono i nostri contenuti mentali, astratti e complessi. Per lui all’origine delle idee c'è l'esperienza, e studia il comportamento animale e umano. Egli vuole arrivare a capire quale sia il modo migliore per ragionare. La mente viene però analizzata solo attraverso ragionamenti e osservazioni, senza esperimenti.

Il tentativo di studiare la mente di Locke non avrà successo in psicologia, anche se molti filosofi prenderanno spunto da lui per dare una base solida ai propri ragionamenti.

 

La nascita della psicologia scientifica

La psicologia scientifica moderna nasce nella seconda metà dell'Ottocento.

Tra il 1850 e il 1870 fisici e medici si occupano dello studio della psiche: le sensazioni, le emozioni, le attività intellettive. Gli scienziati applicarono allo studio della mente le metodologie che già applicavano alle scienze naturali, ma senza rendersi conto che stavano creando una nuova scienza, la moderna psicologia scientifica, in cui fusero le scienze naturali con lo studio della mente.

Nel 1872 Charles Darwin pubblica L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali in cui descrive per la prima volta le somiglianze che dimostrano come uomini e animali comunicano sensazioni e manifestano e emozioni mediante il comportamento e il movimento di parti del corpo. Nasce così la teoria fisiologica delle emozioni: per Darwin le emozioni sono scariche di energia che attraversano l'organismo, scatenate da stimoli esterni. La paura è il brusco cambiamento fisiologico che un organismo incontra in presenza di un ostacolo. I movimenti con cui noi esprimiamo un'emozione, sono residui di quei movimenti che un tempo usavamo per uno scopo preciso. E così la pensa anche l’etologia. Quindi, per Darwin si comunica anche attraverso il corpo. La CNV, o comunicazione non verbale, è diventata importante dopo le ricerche con le api di Karl Von Frisch.

Tra il 1860 e il 1870, Franciscus Donders studia i tempi di reazione, cioè il tempo che un individuo impiega per rispondere allo stimolo. Ancora oggi si usano per valutare le persone idonee alla guida di autobus ed autocarri. Donders li studiò per misurare le attività mentali. Più sono i passaggi mentali per rispondere a uno stimolo e più tempo viene impiegato per rispondere. Ci sono tre esperimenti tipici.

  1. esperimento studia quanto tempo occorre a un individuo per tirare una leva quando vede una luce.
  2. esperimento studia quanto tempo occorre a un individuo per tirare una leva quando vede una luce intensa e non debole.
  3. esperimento: oltre che a reagire a uno stimolo, l’individuo deve anche scegliere se tirare o no la leva.

La differenza tra il secondo e il primo caso era la scelta di tirare o no la leva.

Gustav Theodor Fechner laureato in medicina, è passato alla storia della psicologia, per aver fondato la psicofisica. Egli studiò per sette anni il rapporto tra gli stimoli fisici e sensazioni mentali. In Germania vi erano conflitti sul meccanicismo, che considerava tutti i fenomeni pari a quelli fisici, mentre il vitalismo considerava tutti i fenomeni appartenenti alla vita e alla mente. Fechner studiava il rapporto mente-corpo, per risolvere la questione tra vitalismo e meccanicismo.

Ernst Weber aveva notato che la risposta agli stimoli varia a seconda della loro intensità. Nasce la legge di Weber-Fechner la quale afferma che la soglia sensoriale differenziale varia a seconda della grandezza degli stimoli, ed è proporzionale alla loro intensità. Quindi, essa serve per dire che la sensibilità di un corpo aumenta se gli stimoli aumentano di intensità.

Il merito di aver fondato la psicologia come disciplina accademica, va a Wilhelm Wundt, in Germania, che tra il 1858 e il 1862 scrisse il libro Contributi alla teoria della percezione sensoriale e più tardi il suo Manuale di psicologia. Nel 1875 divenne professore di filosofia a Lipsia, dove fondò il suo laboratorio nel 1879. Nonostante vi fossero ancora termini fisiologia e filosofia, Wundt voleva fare psicologia. Al laboratorio affluirono allievi e osservatori di tutto il mondo. Veniva studiata la psicofisica ed i tempi di reazione. Era nata la psicologia come disciplina scientifica ed accademica. La cultura di Wundt, la biologia, la fisica, la filosofia, gli avevano permesso di sintetizzare la nuova disciplina.

Nello stesso periodo Hermann Ebbinghaus realizza il primo importante lavoro sulla memoria. Hermann Ebbinghaus fu il primo ad effettuare un lavoro di psicologia sperimentale. Egli si era interessato alla psicologia per caso, trovando un libro di Fechner. Ebbinghaus si occupò della memoria, lo studio alla quale si erano applicati Aristotele e molti filosofi, studiandola nel laboratorio di Lipsia, dove oltre a studiare sensazioni, percezioni, non si studiavano il pensiero, l’apprendimento, la volontà e la memoria. Egli imparava a memoria gruppi di consonanti e vocali senza senso. Combinandole, ottenne 2 300 sillabe. Per impararle, leggeva ripeteva dall'inizio alla fine, e se si inceppava nella ripetizione, leggeva il resto e poi tutto, e così riprovava a ripetere tutte le sillabe. Si può memorizzare attraverso tre tipi di prove:

  • di rievocazione, con la quale gli viene chiesto a un individuo di ripetere ciò che ha memorizzato
  • di riconoscimento, l'individuo deve riconoscere cose già viste o sentite tra altre
  • di riapprendimento, Ebbinghaus usò queste prove, infatti nella prima seduta imparava delle sillabe, nella seconda, imparava la medesima lista, questa volta per imparare la seconda lista gli occorreva un tempo molto minore rispetto alla prima.

Ebbinghaus arrivò ad alcune conclusioni.

  • Effetto del superapprendimento: a forza di ripetere la memoria migliora (aumentando il numero di ripetizioni, aumenta anche la memoria).
  • Curva dell'oblio: al trascorrere dei giorni la memoria diminuisce.
  • Apprendimento massivo e distributivo: più sedute sono più efficaci di una lunga seduta singola.
  • Effetto seriale: la memorizzazione dipende da come sono messe le sillabe, infatti quelle in fondo e le prime si memorizzano meglio di quelle di mezzo.

Nella Germania dell'800, che era diventato il principale centro scientifico del mondo, molti allievi di Wundt fondarono laboratori e scuole. Tra esse la scuola di Wurzburg che, con Kulpe, introdusse il metodo di introspezione (dal latino guardare dentro), consistente nell'osservazione delle nostre esperienze personali e interiori. Kulpe utilizzò l'introspezione (tra la fine del XIX secolo ed il primo decennio del XX) per indagare sperimentalmente sugli stati di coscienza che appaiono irriducibili alle immagini mentali e alle sensazioni, così come risulta per esempio durante i giudizi comparativi fra i pesi di due oggetti.

In precedenza questa tecnica veniva usata molto poco con Wundt, perché vi era la preoccupazione che la descrizione di fatti troppo personali facesse perdere di vista gli obiettivi. I soggetti riferivano allo psicologo fatti interiori, con cui egli cercava di non interferire, chiedendo fatti semplici, senza andare a riallacciarli con il passato. A Wurzburg, oltre che limitarsi a studiare le sensazioni, si comincia a studiare pure il pensiero, e si studia ciò che accade nella mente in qualunque momento.

 

L'approccio filosofico: la scuola di Brentano

Più o meno negli stessi anni Franz Brentano propone un approccio filosofico alla psicologia con la sua scuola di Brentano (prima a Wurzburg e poi a Vienna).

Brentano può essere considerato il secondo padre della psicologia (insieme a Wundt). La sua scuola influenzò Sigmund Freud e precorse i concetti della psicologia della Gestalt e della Psicologia sociale.

 

La scuola americana

Con la diffusione della psicologia gli Stati Uniti subentrarono alla Germania verso la fine del XIX secolo. Edward Titchener (1867-1927), inglese, terminò gli studi a Lipsia. Dopo aver studiato con Wundt, a soli 25 anni si trasferì negli Stati Uniti, a Ithaca, per diffondere la psicologia. Egli tradusse il manuale di Wundt in inglese, scrisse anche altri manuali e diresse una rivista di psicologia. Inoltre fondò una scuola, basata sullo strutturalismo, ovvero sulla descrizione di come è formata la mente. La psicologia ritrae la sua struttura, la mente è formata da tanti pezzi che la compongono come un mosaico di sensazioni, emozioni, concetti, il lavoro dello strutturalista è analizzare tutti questi affetti, emozioni, concetti.


 

 

Lo strutturalismo

Al laboratorio di Lipsia approdarono molti ricercatori, attratti dall'idea di una psicologia come disciplina sperimentale indipendente. Colui che più di tutti apprese la lezione dello sperimentalismo wundtiano fu l'inglese Edward Bradford Titchener. Titchener tradusse in inglese l'opera di Wundt, nascondendo di proposito l'eclettismo e le numerose componenti non sperimentalistiche. La riflessione sui testi wundtiani fu per lui il punto di partenza verso l'elaborazione di un sistema personale che va sotto il nome di strutturalismo o esistenzialismo titcheneriano o introspezionismo, e trova il proprio manifesto in The Postulates of a Structural Psychology (1898) e A Textbook of Psychology (1910). Titchener lavorò in campo teorico e sperimentale per oltre trentacinque anni, pubblicando dieci libri e oltre duecento articoli, soprattutto sull'American Journal of Psychology, che rappresentò per anni la bandiera della psicologia scientifica in terra americana. Lavorò nella sua università alla costituzione di un gruppo selezionato di allievi che volle contrassegnare con il nome di "sperimentalisti". Scrisse quattro volumi conosciuti come i manuali titcheneriani di laboratorio, contenenti istruzioni relative alla conduzione dell'esperimento psicologico nei suoi aspetti tecnici e strumentali. Con la morte di Titchener rimasero alcuni allievi, fra essi va ricordato Boring, padre della moderna storiografia psicologica.

 

La scuola sovietica

 

Riflessologia

Intanto, in Russia stavano nascendo altre scuole, più interessate ai riflessi. Per questo si fa riferimento a queste scuole come riflessologia russa. La scuola più importante fu quella di psicologia dell'apprendimento fondata da Ivan Pavlov, noto per i suoi studi sulla digestione.

Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo, Ivan Petrovic Pavlov (1849-1936), insegnante all'accademia militare di Pietroburgo, si dedicava a ricerche sui riflessi nervosi. A Pavlov non andava molto a genio la psicologia, perché secondo lui era basata su discorsi fumosi e poco rigorosi. Egli cominciò a studiare il condizionamento classico, ovvero una forma semplice di apprendimento. Il condizionamento classico si distingue da quello operativo, utilizzato dagli americani. Per Pavlov un individuo per imparare deve essere ricompensato e punito. Per i suoi esperimenti egli utilizzava dei cani, esponendoli a stimoli, a cui essi avrebbero dovuto rispondere attraverso la salivazione. Egli deviava la saliva dall’interno per farla affluire in appositi contenitori. Tramite fistole salivari creava un contatto del cavo orale con l’esterno. Essi venivano messi in delle apposite torri del silenzio. Attraverso chirografi, Pavlov registrava la quantità di saliva prodotta in ogni momento. Se si metteva del cibo in bocca al cane, esso rispondeva con la salivazione, mentre il chirografo incrementava la quantità di saliva. Fin qui tutto è normale e non vi è nulla di strano, perciò viene chiamato riflesso incondizionato o assoluto; questo avviene quando uno stimolo proveniente dall’esterno causa una reazione all’interno di un organismo. Pavlov notò che i cani salivavano anche quando sentivano i passi del cameriere che arrivava per dar loro il cibo. Nel momento in cui sentiva i passi avvicinarsi, il cane immaginava il momento in cui avrebbe avuto il cibo in bocca, si aveva una salivazione psichica. Il riflesso condizionato, era invece quel riflesso che dipendeva dalla situazione. Grazie al condizionamento classico, le risposte degli individui possono essere determinate anche da alcuni stimoli che non sono importanti. Pavlov associò il cibo ad altri stimoli come un campanello o delle luci. Il cane si adattava all’ambiente del laboratorio poiché ad alcuni stimoli come il campanello, dopo la salivazione veniva dato il cibo al cane. Pavlov studiò tutte le risposte condizionate e gli stimoli. Così vennero fissati i principi del condizionamento classico, che ottiene una risposta nota da un nuovo stimolo.


 

 

Scuola storico-culturale

La scuola pavloviana fu considerata in Occidente la scuola psicologica sovietica per eccellenza. La rivoluzione ebbe, come è noto una profonda influenza sulla cultura, l'arte, la filosofia e la scienza nel nuovo stato sociale. Le questioni da affrontare erano sia teoriche (rapporti tra psicologia e marxismo, psicologia e scienze naturali), sia pratiche (quale ruolo doveva avere la psicologia nella società comunista, quali compiti doveva svolgere lo psicologo nelle scuole, nelle fabbriche, negli ospedali). Lev Vygotskij nato nel 1896 a Gomel, scrisse La tragedia di Amleto (nel 1915) e La psicologia dell'arte. Nel 1924 entrò a lavorare all'Istituto di psicologia di Mosca, dando inizio alle ricerche sui processi cognitivi che furono alla base della scuola storico-culturale. A soli trentotto anni morì di tubercolosi.

La prima formulazione sistematica dei concetti e metodi della teoria storico-culturale venne data negli Studi sulla storia del comportamento (1930), trattazione suddivisa in tre parti, ciascuna delle quali esamina le funzioni psichiche dei primati, del bambino e dell'uomo adulto, con l'illustrazione dei metodi impiegati e degli esperimenti condotti. Il problema principale affrontato è il rapporto tra il comportamento degli animali e quello dell'uomo, da una parte, e lo sviluppo delle funzioni psichiche dal bambino all'uomo dall'altra. La prospettiva è di tipo evolutivo, sia in senso filogenetico (animale-uomo), sia in senso ontogenetico (bambino-uomo). Lo studio evolutivo mostra che vi è una continuità strutturale e funzionale e una serie di momenti critici che distinguono nettamente i vari comportamenti. I riflessi condizionati possono essere comuni agli animali e all'uomo, ma mentre per i primi costituiscono l'unità fondamentale di comportamento, per il secondo sono solo i processi più elementari e rappresentano i processi meno tipici.

Tra animali e uomini vi è una specie di salto nelle modalità di interazione con l'ambiente. L'uomo usa gli strumenti intesi come utensili e simboli, in primis il linguaggio. L'uso degli strumenti è appreso nel contesto sociale durante lo sviluppo. Nei primi anni di vita il bambino usa i simboli (sia nel senso di parole che di regole dell'attività comportamentale) in base all'interazione che ha con i propri genitori o con gli altri adulti nella vita quotidiana. In seguito userà i suoi simboli senza bisogno degli altri.

In "Pensiero e linguaggio", uno dei classici della psicologia dei processi cognitivi, Lev Vygotskij elabora una teoria che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento fondamentale. Il pensiero ed il linguaggio hanno due radici genetiche differenti. Sia nel bambino che nell'animale ci sono forme evolute di attività intellettiva relative alla soluzione di problemi e all'adattamento all'ambiente. Queste attività possono essere indipendenti dal linguaggio. Il bambino può usare forme primitive di linguaggio senza implicare processi intellettivi o di pensiero, ma per comunicare stati emotivi, richiamare l'attenzione dei genitori. Intorno ai due anni il pensiero e linguaggio iniziano ad interagire. Il linguaggio diventa il mezzo per comunicare il proprio pensiero agli altri e strumento di regolazione del comportamento. Una distinzione importante, ripresa da membri della scuola storico-culturale e in particolare da Lurija, è quella tra linguaggio come strumento di comunicazione e come strumento di regolazione del comportamento. Le due funzioni del linguaggio si sviluppano in tempi diversi, la funzione comunicativa si sviluppa intorno ad un anno e mezzo ­ due anni, la funzione regolativa intorno ai quattro anni.

Un aspetto importante di questa teoria è l'interiorizzazione:

  1. Primo stadio: il linguaggio è espresso a voce alta per comunicare con altri viene chiamato (linguaggio egocentrico)
  2. Stadio successivo: viene usato interiormente come strumento di regolazione delle proprie azioni

L'interiorizzazione è quindi un processo graduale che si compie non prima dei 7 anni. E' sulle fasi di sviluppo che si centrano le critiche di Vygotskij a Jean Piaget. Molti autori contemporanei hanno concentrato la loro attenzione sulla polemica Vygotskij-Piaget, perché attraverso essa è possibile impostare un discorso assai più generale su tutto lo sviluppo mentale del bambino.

Secondo la teoria espressa da Piaget in Il linguaggio e il pensiero del fanciullo (1923), il linguaggio egocentrico del bambino è la manifestazione immediata dell'egocentrismo, che è un compromesso tra l'autismo iniziale e la progressiva socializzazione del pensiero infantile, mentre per la teoria di Vygotskij si ha invece una considerazione del tutto opposta: il linguaggio egocentrico del bambino rappresenta uno dei fenomeni di transizione dalle funzioni interpsichiche a quelle intrapsichiche e cioè un passaggio da forme di attività sociale a forme di attività interamente individuale.

Per Vygotskij il linguaggio è una funzione psichica complessa che si sviluppa nel bambino nell'interazione con l'ambiente sociale, è una funzione interpsichica, che mette in rapporto una persona con l'altra. Successivamente diviene una funzione intrapsichica che permette di regolare dall'interno i propri processi cognitivi e il proprio comportamento. Per Piaget il percorso è l'opposto. Da funzione interna e propria del bambino, il linguaggio diviene gradualmente una funzione socializzata. Per la teoria storico-culturale, lo sviluppo di funzioni complesse come il linguaggio ha come condizione necessaria l'interazione dell'individuo con l'ambiente sociale.

La struttura del linguaggio è innata, ma la lingua che un individuo parla è determinata dall'ambiente sociale e dalla cultura in cui l'individuo nasce e cresce. V. distingue: il linguaggio interiore abbreviato, dal linguaggio esteriore che usiamo quando parliamo con un'altra persona è più disteso e completo.

Dopo i lavori degli anni tra il 1925 e il 1935 vi fu un rallentamento dovuto alla svolta politico-culturale dello stalinismo e alla graduale egemonizzazione della scuola pavloviana. La ripresa avvenne nella seconda metà degli anni '50, con la riedizione di alcuni scritti psicologici di Vygotskij. Lurija si interessò dei processi emotivi e dinamici. Durante la seconda guerra mondiale cominciò ad interessarsi delle lesioni cerebrali, con tutta una serie di opere tra cui funzioni corticali superiori nell'uomo 1962.

Le funzioni cerebrali che mediano funzioni psichiche complesse non sono traducibili nei termini di riflessi condizionati, ma sono sistemi funzionali, sistemi di interazione cerebrale molto più complessi, la cui organizzazione, in accordo con la teoria generale storico-culturale, si sviluppa in stretta relazione con l'ambiente.

Il linguaggio, per esempio, non ha come struttura fisiologica di base il riflesso condizionato come sostenevano i pavloviani, ma risulta dall' interazione di strutture celebrali diverse che si sviluppa e modifica nel corso dell'ontogenesi. Data questa stretta relazione tra cervello e ambiente, si spiega come le lesioni cerebrali producano disturbi differenziati da individuo a individuo a seconda delle loro abitudini, della loro lingua, della loro cultura.

 

La psicoanalisi

Per approfondire, vedi la voce Storia della psicoanalisi.

 

La psicoanalisi di Freud

Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo nasce a Vienna la psicoanalisi, fondata da Sigmund Freud. La psicoanalisi si rivelerà una disciplina con una propria autonomia e fecondi risultati in molte altre discipline. L'idea freudiana di un inconscio che, senza che ce ne rendiamo conto, ci impone delle scelte, è ormai diffusa anche nell'uso comune. Dalla psicoanalisi nasceranno, tra l'altro, molte teorie terapeutiche.

 

La psicologia analitica

Tra i discepoli di Freud il più famoso fu Carl Gustav Jung, che si occupò delle dinamiche di gruppo e introdusse per primo il concetto di inconscio collettivo. Nel 1913 fondò la sua scuola di psicologia analitica, a tutt'oggi vitale.

 

La psicologia contemporanea

 

Il comportamentismo

Per approfondire, vedi la voce Comportamentismo.

Una definizione che si dà oggi della psicologia è quella di scienza che studia il comportamento umano in prospettiva di stimolo?risposta, incluse le funzioni psichiche ed i processi mentali quali intelligenza, memoria, percezione e le esperienze soggettive come i sentimenti, le emozioni, le aspettative, le motivazioni sia coscienti sia inconsce.

Le sfere o strati, pur raggruppando complessi di attività e di contenuti con diversi gradi di coscienza in una integrazione sintetica, hanno proprietà impersonali, che servono solo per lo studio di modalità generali dell'attività psichica. Con ciò però non si esaurisce la psicologia. Accanto all'analisi dei singoli elementi dell'attività mentale, lo studio psicologico dell'individuo in quella sua totalità che lo caratterizza come singolo tipo. Questa branca della psicologia, denominata "tipologia", studia le caratteristiche dei singoli individui da vari punti di vista; nelle loro qualità intellettive e affettivo-volitive.

In questi concetti generali dell'attività psichica si usano le seguenti distinzioni:

  • contenuti psichici o di coscienza: l'elemento che è oggetto in un determinato istante di una funzione;
  • funzioni psichiche: modalità specifiche dell'attività cosciente indipendentemente dal loro contenuto;
  • meccanismi psichici: modalità specifiche dell'attività dell'inconscio;
  • sfere o strati: insieme di funzioni e meccanismi ravvicinabili in un piano (per es. sfera affettiva, conoscitiva, ecc.);
  • tipo psicologico: l'insieme di caratteristiche individuali intellettive e affettivo-volitive che può schematizzarsi in un modello astratto (personalità).

 

Il costruttivismo

Per approfondire, vedi la voce Costruttivismo (psicologia).

Un approccio psicologico alternativo al comportamentismo è quello costruttivista. Il costruttivismo, prima che considerare una realtà esterna alla mente, considera le costruzioni mentali con cui essa si adegua alle esperienze percepite. E' un approccio filosoficamente rivoluzionario, visto che rifiuta l'idea che ci sia a priori un mondo esterno alla mente.

Il costruttivismo, oltre ad essere un approccio teorico, ha applicazioni terapeutiche e pedagogiche.

 

Prospettive teoriche e terapeutiche attuali

(in ordine alfabetico)

 

Prospettive prevalentemente teoriche e di ricerca

 

Prospettive prevalentemente terapeutiche e di intervento

 

Voci correlate

Collegamenti esterni

È in fase di allestimento il Progetto Psicologia. Partecipa anche tu!

Scienze sociali
Antropologia | Archeologia | Diritto | Economia | Educazione | Linguistica | Psicologia | Scienze della comunicazione | Scienze politiche | Sociologia | Storia
Scienza
Antropologia | Archeologia | Arte e Musica | Astronomia e Cosmologia | Biologia | Chimica | Ecologia e Ambiente | Economia | Fisica | Informatica e Telecomunicazioni | Ingegneria e Tecnologia | Matematica e Geometria | Medicina e Fisiologia | Paleontologia | Psicologia e Scienze cognitive | Geografia e Scienze della Terra | Scienze dello spazio | Scienze naturali | Scienze politiche | Statistica e Scienze sociali | Storia della scienza
Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da  http://fr.wikipedia.org/wiki/Art_po%C3%A9tique

Cronologia  http://fr.wikipedia.org/w/index.php?title=Art_po%C3%A9tique&action=history

Art poétique

Un article de Wikipédia, l'encyclopédie libre.

 

L'art poétique est la conception que se fait une personne ou un groupe de personnes de l'écriture de la poésie, à une époque donnée. Dans une même culture, cette conception varie en fonction de l'évolution historique et sociale. L' Art poétique de Boileau, à l' Art poétique d'Horace sont des exemples d'arts poétiques

Un art poétique est en général un ensemble de règles dont la finalité serait de produire la beauté.

Sommaire

[masquer]

 

Histoire des arts poétiques [modifier]

Du Moyen Âge à l'époque dite « classique  », la poésie a toujours été soumise à un art de dire qui avait pour objet de trouver le beau mesuré selon la rigueur de la soumission à la règle poétique, bien entendu, mais aussi à la règle sociale. Le poète fut tour à tour le protégé du seigneur, du prince ou du roi. Le XVIIIe siècle ne pensa pas que les Lumières pussent venir de la poésie et la négligea, même si Géraud Valet de Réganhac publia une traduction en prose et en vers français de l' Art poétique d'Horace.

Les bouleversements politiques et sociaux qui eurent lieu à la fin du XVIIIe siècle et tout au long du XIXe siècle, l'avènement de la société industrielle ont suscité une mise en question radicale de l'homme, qui éprouva soudain un doute vis-à-vis du monde et de lui-même. Le principe de l'unité éclata et la poésie rendit compte de cet éclatement. Les romantiques ont lancé le premier cri d'alarme pour dénoncer les contraintes d'un art qui ne pouvait plus satisfaire l'expression de la multiplicité des apparences découvertes. Mais ils restèrent encore soumis à la loi du vers, au régime du genre.

Dans la seconde partie du XIXe siècle, un phénomène nouveau se fait jour: le vers régulier disparaît. Lautréamont donne une œuvre inclassable qu'il intitule Chants. Rimbaud écrit une série de textes qu'il rassemble sous le titre de Une saison en enfer. C'est tout à la fois un poème, une confession, une contestation, une réflexion, une critique. Désormais, les poètes ne recherchent plus les thèmes dits « poétiques » (l'amour, la mer, la mort, etc.) ou bien encore à correspondre à une règle formelle. « Il faut être absolument moderne », déclare Rimbaud.

Charles Baudelaire réfléchit sur cet art poétique nouveau, dont il est l'un des premiers théoriciens: « La modernité c'est le transitoire, le fugitif, le contingent (...) ». C'est le quotidien transfiguré par le regard ou pris tel quel dans un discours qui ferait « éclater le discours ordinaire » (Jean-Claude Renard). D'une part, le laid peut être beau et tout devient passible de poésie. D'autre part, le poète n'est plus rivé au savoir-faire; il est tout à la fois producteur et produit du monde qui l'entoure. « Écrire, c'est plus que connaître analytiquement : c'est refaire » (Francis Ponge). L'écrivain va donc chercher à s'approprier de nouvelles techniques. Rimbaud veut « inventer [...] de nouvelles langues ». Lautréamont est à la recherche d'une « poétique future ». C'est ainsi que le langage devient une arme. Le poète s'efforce de trouver un « langage qui coupe la respiration, qui racle, raille, tranche. Une armée de sabres. Un langage de lames exactes [...] poignards infatigables, éclatants, méthodiques » (Octavio Paz). Pour l'acquérir, il reconsidère en premier lieu les mots. Il ne peut, en effet, promouvoir un monde nouveau avec des mots usés qui ont perdu toute signification. Le sens premier de ces mots doit être retrouvé pour produire ce que Pierre Reverdy appelle « un effet effervescent », provoquant sur le lecteur un choc. Le poète doit oublier le sens commun déformé par l'usage pour retrouver celui qui s'écarte le moins possible de ce qu'il nomme.

Pourtant, il est sûr, comme le dit Georges Ribemont-Dessaignes, qu'« on ne mange pas le mot pain, qu'on ne boit pas le mot vin ». Le mot ne devient ce qu'il nomme qu'au prix d'un pari incroyable que le poète s'efforce de tenir à tout instant: « Confondons, confondons sans vergogne la Seine et le livre qu'elle doit devenir » (Francis Ponge). L'échec semble alors le lot du poète: « Ce n'est pas sous cette forme-là que je pouvais dire ce que je croyais avoir à dire, ce que j'aurais tant aimé dire; sous cette forme-là, je ne pouvais dire que ce que je n'avais pas à dire, que j'aurais tant aimé ne jamais dire » (Reverdy).

Mais le poète n'est pas toujours attaché à la difficulté d'écrire. Il la résout dans l'oubli des mots, qui alors se forment et s'assemblent d'eux-mêmes ; ils produisent des images dans lesquelles ils proposent une réalité jamais vue, toutes les combinaisons étant possibles depuis que Lautréamont a pu dire: « Beau comme [...] la rencontre fortuite, sur une table de dissection d'une machine à coudre et d'un parapluie.» Dans l'image, il n'est plus de contraintes ; la liberté peut s'exercer sans entraves.

L'efficacité de l'image surréaliste tient dans son extrême concentration, dans l'exactitude de sa forme.

« L'image réconcilie les contraires, mais cette réconciliation ne peut être expliquée par des mots - sinon ceux de l'image, qui ont cessé d'être des mots. L'image est ainsi un recours désespéré contre le silence qui nous envahit chaque fois que nous tentons d'exprimer la terrible expérience de ce qui nous entoure et de nous-mêmes (…) Tel est le sens ultime de l'image : elle-même » (Octavio Paz).

Pour André Breton, l'écriture automatique (dictée intérieure, automatisme de l'inconscient) reste une exigence : elle doit fonctionner comme machine de guerre contre l'esthétique bourgeoise, contre le travail volontaire et réglé du poète. Au cours de l'évolution historique du mouvement surréaliste, certains (Louis Aragon, Paul Éluard), nostalgiques des formes traditionnelles du travail poétique, se sont écartés de la pratique stricte de l'écriture automatique.

Dans le monde occidental, l'art poétique a connu une évolution semblable à celle de la peinture. Jusqu'au XIXe siècle, la fonction de la peinture était principalement de représenter le monde, en conformité avec la théorie de la mimésis, inspirée d'Aristote. L'invention de la photographie a retiré à la peinture son rôle utilitaire. Les peintres abandonnent alors peu à peu la référence à une réalité extérieure : les impressionnistes décomposent la lumière ; les cubistes déconstruisent l'espace ; les abstraits représentent l'acte même de peindre, faisant de la peinture le seul sujet. Ainsi de la poésie : à l'époque romantique, elle cesse peu à peu de chercher son but ailleurs qu'en elle-même jusqu'à devenir « poésie pure ». Dès lors, elle n'a plus d'autre visée que celle de constituer un langage poétique. Paul Valéry, en commentant le travail de Stéphane Mallarmé, explique cette évolution : « Il avait compris de fort bonne heure que le Fait poétique n'est autre que le langage même, et se confond avec lui …» (Variété)

 

Types poétiques [modifier]

 

Bibliographie [modifier]

  • J.-M. Gleize, La poésie. Textes critiques : XIVe-XXe siècles, Paris, Larousse, 1995 (Textes essentiels), (ISBN 2-03-741020-4).
  • Giorgio Agamben, "Stanze", Rivages, Poche, 1998.

 

Voir aussi [modifier]

 

Liens [modifier]

Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Passione_%28sentimento%29
Cronologia/Autori: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Passione_%28sentimento%29&action=history

Passione (sentimento)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

Passione deriva dal termine latino patior, che significa che significa soffrire, provare o patire. In altre parole, si tratta di un insieme di condizioni caratteristiche di un atteggiamento passivo dell'individuo, per opposizione agli stati di si è attivamente la causa. Tale senso del termine è rimasto ed un nuovo significato ne è derivato: la parola passione è adoperata difatti, oggigiorno anche per riferisi ad un'emozione che è più forte di noi, che in un certo senso si subisce, come nell'espressione "avere una passione per qualche cosa". La passione amorosa è il paradosso che vede la ragione scontrarsi con il desiderio dell'altro.Il bisogno della presenza è così forte da trasformarsi in assenza, questo proprio perché la sensazione che soggiace al sentimento passionale è il pensare di non conscere mai abbastanza l'oggetto dei propri desideri. L'oggetto/soggetto passione è indecifrabile e mai conoscibile fino in fondo. Se si tratta di una persona spesso si pensa: " i suoi occhi mi dicono tutto ma non arrivo mai alla soluzione", "lo sento". Un'enigma, un mistero che mai finirà. La passione è una "stregoneria" da cui non si può fuggire. La passione è qualcosa che si subisce ma per quanto razionalizzata è impossibile sfuggirvi. Il classico finale è la morte per delitto passionale, come ultimo ricongiungimento di due soggetti che mai fino in fondo hanno potuto fondersi, se non attraverso la dolce morte.

 

[modifica] Voci correlate

 

[modifica] Altri progetti

Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da  http://Organizzazione_borderline_di_personalit%C3%A0
Cronologia/Autori: http://it.wikipedia.org/Organizzazione_borderline_di_personalità

Organizzazione borderline di personalità

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Vai a: Navigazione, cerca

L'Organizzazione Borderline di personalità è un tipo di struttura di personalità, considerata patologica, comune a tutti i disturbi di personalità.

Indice

[nascondi]

[modifica] La nascita della definizione "Borderline"

Negli anni 50 un sempre più nutrito gruppo di psicoterapeuti e clinici tentò di creare una classificazione diagnostica per una serie di disturbi mentali che non sembravano soddisfare i criteri propri né delle nevrosi né delle psicosi. Si trattava di persone con gravi instabilità dell'umore, notevoli difficoltà nelle relazioni oggettuali e soprattutto problemi di integrazione nella società. La descrizione dei comportamenti sintomatici creò molte perplessità di tipo nosologico, dal momento che questi pazienti presentavano un quadro clinico ben più drammatico delle nevrosi, pur non rispettando i criteri di inclusione in una diagnosi di psicosi, soprattutto per l'inalterato contatto con la realtà. In quel periodo perciò fiorirono delle classificazioni speciali per questo genere di disturbo, come preschizofrenia (Rapaport e Gill), stati al limite e personalità caso al limite (Rangell, 1955).

[modifica] L'intuizione di Otto Kernberg

Negli anni 60 Otto F. Kernberg, psichiatra e psicanalista, sviluppò un modello teorico descrittivo di questi disturbi basato sulla teoria della psicanalisi; in particolare, sull'ipotesi di ricerca detta Teoria delle relazioni oggettuali. L'approccio di Kernberg consiste nell'evitare di concentrarsi sulla mera descrizione sintomatica, che la psichiatria tradizionale considerava come fattore più importante per la classificazione dei disturbi mentali. Il terapeuta cercò invece di spiegare i diversi sintomi introducendo l'idea di una struttura profonda della personalità che può essere descritta nel suo funzionamento. Coniò la definizione di organizzazione di personalità borderline per indicare uno dei tre principali modelli di funzionamento (disadattivo) del'io (gli altri due sono l'organizzazione nevrotica e l'organizzazione psicotica delle personalità). L'organizzazione borderline è un tipo di funzionamento del carattere individuale di natura cronica che, a parte l'insieme di sintomi a cui può dare luogo, si caratterizza per l'impiego sistematico di un certo gruppo di meccanismi di difesa che Kernberg considera più "primitivi" rispetto a quelli di tipo nevrotico. La personalità borderline che ne risulta presenta un disturbo delle relazioni oggettuali, sintomi di diffusione o dispersione dell'identità individuale, e caratteristiche individuali "di tratto", alcune delle quali potrebbero essere cioè di natura genetica. I criteri seguiti da Kernberg per la descrizione dell'organizzazione borderline sono perciò di duplice natura: da un lato esiste un'analisi descrittiva, mutuata dalla psichiatria, che elenca i sintomi e le caratteristiche di personalità; dall'altro lato viene proposta un'analisi strutturale, "psicanalitica", dell'Io. Nello specifico, Kernberg individua una forma di «debolezza dell'Io», che si manifesta in una difficoltà nel differimento della scarica pulsionale. L'Io di un paziente con organizzazione borderline, inoltre, tende ad utilizzare massicciamente due meccanismi di difesa arcaici come la scissione e l'identificazione proiettiva. Il pensiero di queste persone, poi, sembra «primitivo» (come nelle fasi precoci dello sviluppo), caratteristica che deve aver sollevato, negli anni 50, il serio dubbio che questo genere di disturbi potesse essere una forma di psicosi.

[modifica] Il contrasto Kernberg-Kohut sul Disturbo Narcisistico di Personalità

Con la definizione borderline, Kernberg intendeva riferirsi perciò ad un'organizzazione di personalità, con diverse "tipologie", tutte caratterizzate da un grado evidente di pervasività e cronicità, e tutte in qualche modo incompatibili con il funzionamento sociale. Un altro autore illustre in quegli anni, Heinz Kohut, si occupava dei cosiddetti Disturbi Narcisistici di Personalità, che identificavano una serie di difficoltà relazionali e profondi deficit nello sviluppo narcisistico. Fra questo autore e Kernberg si creò una forte polemica relativa all'effettiva classificazione di questo genere di disturbi. Per Kernberg i pazienti definiti "narcisistici" presentavono una particolare tipologia della sua Organizzazione Borderline di Personalità. Effettivamente alcune caratteristiche evidenziate per i pazienti di Kohut rispondevano a buona parte della definizione diagnostica proposta da Kernberg, a parte alcuni riferimenti alla gravità del disturbo in generale: per Kohut questi pazienti sono in grado di "funzionare" nella vita di tutti i giorni, integrandosi perfettamente, dal momento che il nucleo centrale del loro problema stava in un dotato di un'organizzazione narcisistica arcaica, un profondo deficit affettivo. Ciò che emerse da questa querelle fu una certa perplessità circa la sua correttezza, dal momento che i pazienti dell'uno risultavano essere molto diversi da quelli dell'altro: Kohut curava professionisti che lamentavano senso di vuoto, forme di depressione e difficoltà relazionali, mentre Kernberg si occupava di pazienti a volte antisociali, aggressivi, con una precisa struttura di personalità.

[modifica] I Disturbi di Personalità

Più avanti, si preferì fare affidamento al concetto di Disturbo di personalità, come classe specifica di disturbo mentale strutturale, comprendente diverse "organizzazioni". Oggi, nel manuale di classificazione diagnostica DSM-IV-R i Disturbi della Personalità sono inclusi in un Asse diagnostico specifico (l'Asse II), e comprendono il Disturbo narcisistico di personalità ed il Disturbo borderline di personalità, quest'ultimo sostanzialmente come descritto da Kernberg, anche se in origine l'autore aveva in realtà inteso proporre una classe (organizzazione) di disturbi "a metà", sul bordo di confine (borderline) fra nevrosi e psicosi.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_borderline_di_personalit%C3%A0"

Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da  http://it.wikipedia.org/wiki/Povert%C3%A0

Cronologia  http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Povert%C3%A0&action=history

Povertà

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 
« Nulla è scandaloso quanto gli stracci e nessun crimine è vergognoso quanto la povertà. »
« La vita è una cella un po' fuori dell'ordinario, più uno è povero più si restringono i metri quadrati a sua disposizione. »

La povertà è la condizione di singole persone o collettività umane nel loro complesso, che si trovano ad avere, per ragioni di ordine economico, un limitato (o del tutto mancante nel caso della condizione di miseria) accesso a beni essenziali e primari ovvero a beni e servizi sociali d'importanza vitale. La povertà diventa pauperismo quando riguarda masse che non riescono più ad assicurarsi i minimi mezzi di sussistenza: è questo un fenomeno collegato a una particolare congiuntura economica che porta al di sotto del minimo di sussistenza una gran parte della popolazione.[1]

Nomade mendicante in una via di Roma

Nel cartello esibito sono indicate le situazioni interconnesse alla condizione di povertà: malattia, abbandono, fame, mancanza di un lavoro, della casa

La povertà in linea generale tende ad essere di grado più elevato nelle aree rurali che in quelle urbane dove vi sono maggiori opportunità di fonti di reddito: inoltre nelle zone rurali, la povertà si accompagna ad un isolamento sociale maggiore di quello che la povertà di per sè determina. In genere però la povertà urbana può causare maggiori problemi rispetto a quella rurale: si vedano ad esempio i problemi sanitari che caratterizzano le baraccopoli o gli slums nei paesi in via di sviluppo.

La durata della povertà è un elemento molto importante per quanto riguarda la posizione sociale delle persone che non viene intaccata in casi di durata breve della situazione d'indigenza.

Le famiglie povere sono di norma quelle più numerose con un numero elevato di figli e di persone conviventi nello stesso ambito famigliare. La numerosità della famiglia assolve ad un compito di assistenza per la vecchiaia dei genitori. Una funzione analoga di assistenza e di mutuo soccorso vengono svolte dalla ‘famiglia allargata’.

Il lavoro minorile è una fonte di reddito spesso essenziale per le famiglie povere, ma spesso causa un difetto dell' istruzione determinando una sorta di circolo vizioso della povertà.

La posizione della donna riguardo alla situazione di povertà è spesso svantaggiata rispetto a quella dell’uomo, in termini sia di cultura e partecipazione alla vita sociale sia di carichi di lavoro e, talvolta, di disponibilità di cibo e altri beni essenziali.(cfr.Rapporto sulla povertà e le disuguaglianze nel mondo globale a cura di Nicola Acocella, Giuseppe Ciccarone, Maurizio Franzini,Luciano Marcello Milone, Felice Roberto Pizzuti e Mario Tiberi. Edito a cura della Fondazione Premio Napoli. 2004 p.219)

Per approfondire, vedi la voce Povertà delle donne.

 

Povertà ed emarginazione [modifica]

Indice

[nascondi]

Slum (Delhi, 1973)

La povertà costituisce la principale causa, ma non l'unica, di esclusione sociale o emarginazione: la peculiarità è che l'estromissione dall'accesso a beni e servizi essenziali deriva (quasi sempre "de facto", in rari casi anche "de iure") dalla scarsità di mezzi economici.

Ciò vale a distinguerla da altre situazioni in cui la privazione ha origini diverse come i casi di discriminazione su base etnica, religiosa, sessuale, etc... (pur esistendo situazioni in cui tali condizioni si sovrappongono ed aggravano fra loro). Si parla di povertà anche in termini "relativi", con riferimento alle situazioni di rilevante disparità di reddito e potere d'acquisto fra singoli e gruppi sociali nella stessa comunità nazionale o locale.

 

Povertà e miseria [modifica]

« Noi non ci occupiamo dei poverissimi. Questi sono inimmaginabili e li possono avvicinare solo gli esperti di statistica o i poeti. La nostra storia tratta della gente di buona famiglia, o di coloro che sono obbligati a far finta di esserlo. »

Il termine "povertà" può comunque assumere molteplici significati ed essere impiegato con diverse accezioni.
Quando la povertà assume connotazioni estreme di assenza di beni materiali primari si parla allora di miseria, termine che assume oltre a quello economico e sociale, come quello di povertà, anche un valore immateriale indicante sia un' estrema infelicità sia una condizione spirituale di grettezza e meschinità morale.

Il più delle volte nei vari significati i due termini vengono comunemente indicati come equivalenti essendo la differenza genericamente indicata in una accentuazione delle caratteristiche negative della miseria rispetto a quelle della povertà.[2]

Mentre esiste un termine di riferimento che si vuole oggettivo, un criterio in effetti puramente normativo, per caratterizzare una situazione di povertà rifacendosi alla cosiddetta soglia di povertà , per cui chi vive in condizioni tali da non raggiungere il minimo per la sopravivenza (che secondo la Banca mondiale viene indicato nell'avere due dollari per persona al giorno) può essere indicato in condizioni di povertà non vi sono indicatori certi dello stato di miseria che del resto ha un aspetto molto più evidente dello stato di povertà che può, entro certi limiti, essere mascherato [3] come quando si parla ad esempio di "una dignitosa povertà" mentre una "dignitosa miseria" è un'espressione improponibile.

 

Storia sintetica della povertà [modifica]

La storia della povertà coincide evidentemente con quella dell'umanità. Uomini dalle condizioni disagiate rispetto ad altri in una situazione sociale per vari motivi più favorevole, sono stati presenti in tutte le società organizzate. È evidente che il concetto di povertà è un concetto relativo nel senso che in una ipotetica società di poveri il meno povero assume la dignità di ricco. La povertà quindi come tale è in connessione con il concetto di ricchezza per cui ad esempio sociologi ottocenteschi hanno sostenuto la tesi che è la stessa ricchezza nell'ambito dell'economia industriale a produrre la povertà.

 

La povertà nel mondo antico romano [modifica]

Belisario, cieco e mendicante, riceve l'elemosina da uno dei suoi soldati.

[4]

La situazione dei poveri nel mondo antico romano divenne particolarmente grave in coincidenza con la crisi dell'Impero . Fino ad allora le stesse classi sociali più ricche avevano provveduto ad attenuare le condizioni dei poveri allo scopo di evitare sommovimenti sociali: periodiche elargizioni di beni, soprattutto alimentari, riuscivano così a conservare l'ordine sociale.
Già in epoca repubblicana la plebe era riuscita ad ottenere la difesa dei loro diritti mediante la creazione di un'apposita magistratura a loro riservata, quella dei tribuni della plebe che avrebbe dovuto proteggere coloro che come unica fonte di reddito avevano la loro prole, i proletari.
Nell'età imperiale gli elementi più disagiati della popolazione, assumendo il ruolo di clientes, sostenitori di una casata gentilizia, riuscivano ad avere i beni essenziali per la sopravvivenza in cambio del loro appoggio politico. Le classi elevate consideravano con un certo disprezzo queste torme di poveri che con le loro sportulae (ceste) si presentavano periodicamente a ricevere quanto pretendevano. Si trattava di un ceto cittadino parassitario che il sistema economico romano basato sulla produzione schiavistica permetteva di sostenere. Quando però Roma, per la stessa estensione dei confini imperiali, sarà costretta a rinunciare alle guerre di conquista ed espansione e quindi ad acquisire nuovi schiavi, allora comincerà ad emergere il problema della povertà e dei rimedi da mettere in atto per la sua soluzione.

Nell'età di Diocleziano il regime fiscale colpì pesantemente le campagne in modo particolare i coloni che cominciarono ad abbandonarle per fuggire dall'oppressione delle tasse. Il mondo contadino comincia ad essere afflitto pesantemente da miseria e malattie. "Il lamento inusitato " (Gregorio di Nissa, Sermo de pauperibus amandis, II) di bande di poveri si ode nelle campagne abbandonate, negli agri deserti. La miseria coesiste spesso con le malattie, in particolare la lebbra considerata una conseguenza di colpe morali. La guarigione comporterà quindi l'intervento del santo che liberi dai demoni della malattia l'ammalato e li ricacci nei loro covi (in A.H.M.Jones, Il Tardo Impero Romano, trad.it. Il Saggiatore, Milano,1974, vol.III, "Agri deserti", pp.1256-58.)

L'oppressione fiscale fu la causa del brigantaggio di contadini poveri e di rivolte, come quelle delle Bagaudae in Gallia e Spagna, per ribellarsi allo Stato e alla Chiesa cattolica che li perseguitava per la loro adesione all'eresia donatista.

In questo periodo nasce la figura del patronus ,un capo militare che in cambio del sostentamento dato ai soldati protegge i villaggi contadini dall'esattore delle tasse.

 

Il vescovo, buon patronus [modifica]

Sant'Ambrogio, mosaico nella chiesa di Sant'Ambrogio, Milano

La figura del patronus si estende dalla campagna alle città dove viene impersonata dal vescovo che proteggeva i contadini poveri che in occasione di carestie affluivano nelle città a mendicare il pane. A Milano è Ambrogio che difende i poveri della città che gli aristocratici vorrebbero espellere: « ...se tanti coltivatori sono ridotti alla fame e tanti coloni muoiono, il nostro approvvigionamento di grano sarà gravemente rovinato: noi vogliamo escludere proprio coloro che normalmente ci forniscono il nostro pane quotidiano» (De Officiis Ministrorum,III)

Ambrogio rappresenta il buon patronus difensore dei pauperes Christi ai quali egli stesso devolvette gran parte del proprio patrimonio imitato da molti nobili di famiglia senatoria, convertitisi al cristianesimo.

Questa carità degli uomini di Chiesa, come ha osservato Giardina indeboliva il potere delle classi dominanti che riempivano le sportulae dei clientes : «Il dono pagano era destinato alla città, al popolo inteso come insieme dei cittadini, i donatori cristiani indirizzavano invece la loro carità ai poveri, intesi come categoria sociale e morale, non civica» (A.Giardina, Melania la santa, in Roma al femminile, a cura di A.Fraschetti, Laterza,1994, p.249.)

Nel De Nabuthae Historia, Ambrogio sostiene che è vero che la ricchezza è in sè può essere causa di perdizione, ma il ricco può guadagnarsi la pietà di Dio: «tu dici: demolirò i miei granai; il Signore ti risponde: cerca piuttosto che quanto è contenuto nel granaio è destinato ai poveri, fa in modo che codesti tuoi magazzini riescano utili agli indigenti. Ma tu insisti: ne farò di più grandi e lì raccoglierò tutto quello che i campi hanno prodotto per me. E il Signore risponde: spezza il pane che è tuo all'affamato. Tu dici: porterò via ai poveri la loro casa. Il Signore invece ti chiede: conduci a casa tua i poveri che non hanno un tetto"(X,44).»

Ambrogio rifiuta la convinzione generalizzata del suo tempo che vedeva nel povero un maledetto dalla divinità. I poveri vanno distinti in meritevoli e non meritevoli: «ma forse dirai anche tu quello che avete l'abitudine di dire in queste occasioni: 'non abbiamo diritto di fare regali a colui che Dio ha tanto maledetto da volere che vivesse in miseria', invece, non è vero che i poveri sono maledetti; al contrario è detto beati i poveri perché‚ di essi è il regno dei cieli . Non a proposito del povero ma a proposito del ricco la Scrittura dice che 'Chi accaparra il grano per alzarne il prezzo verrà maledetto'. E poi non stare ad indagare i meriti delle singole persone. La misericordia è abituata a non giudicare il merito della gente, ma a venire incontro alle necessità altrui; ad aiutare il povero, non a soppesare la pura giustizia. Sta scritto 'Felice colui che pensa al bisognoso e al povero'; chi ne ha compassione, chi si sente partecipe della medesima natura con lui, chi comprende che il ricco e il povero sono ugualmente creature del Signore, chi sa di santificare i propri raccolti, se ne riserva una porzione per i poveri. Insomma dato che hai per fare del bene, non rimandare dicendo: 'darò domani': potresti anche perdere la possibilità di donare. È pericolosa qualsiasi dilazione nel salvare gli altri; può accadere che, mentre tu continui a rinviare, quello muoia. Preoccupati piuttosto di arrivare prima che muoia; può accadere infatti che quando arriva il domani, l'avarizia ti trattenga e le promesse siano annullate». (De Nab., VIII,40)

 

La povertà nel Medioevo [modifica]

Nel medioevo il patrimonio della Chiesa, enormemente accresciuto per le donazioni dei re franchi, era espressamente definito come proprietà dei poveri che si doveva amministrare con la cura del pater familias, imponendo a tutti di non pesare su di esso qualora non ci fossero stati i requisiti della povertà, e difendendolo anche con minacce di sanzioni come la scomunica. Solo chi non poteva sostenersi con il proprio lavoro aveva il diritto di ricorrere alle proprietà ecclesiastiche. Anche il clero si doveva sostenere con il proprio lavoro: «Il chierico provveda al vitto e al vestito con un lavoro artigianale o contadino...anche il chierico erudito nella Parola di Dio» (IV concilio di Cartagine del 398). Chi attenta al patrimonio dei poveri è da considerarsi necator pauperum, assassino dei poveri come affermano molti concili della Gallia nei secoli VI-XI che stabiliscono anche che nessuno, neppure i vescovi possono alienare né vendere nessun bene che sia stato dato alla Chiesa perché con questi beni vivono i poveri (canone IV del concilio di Adge dell’anno 506), altrimenti saranno considerati anch'essi necatores pauperum e subiranno la scomunica.

 

Povertà e malattia [modifica]

Lebbroso, pauper cum Lazaro, che suona la campana per avvertire della sua presenza (pagina di un manoscritto del XIV secolo)

Nel XII secolo la condizione di povero incomincia ad essere distinta tra coloro che avessero scelto la povertà come un mezzo per arrivare a Dio, i pauperes cum Petro, com'erano i frati mendicanti di San Francesco, e quelli che erano poveri per necessità: i pauperes cum Lazaro, dei quali si dovevano occupare la Chiesa e i buoni cristiani. I teologi discutono inoltre se si dovessero beneficiare solo i veri poveri escludendo i falsi poveri o tutti indistintamente. Sostenevano gli studiosi di teologia che se il povero riceveva l'hospitalitas, in questo caso non si facevano distinzioni, poiché questa era una sorta di assistenza sociale per tutti i bisognosi, se invece il povero era oggetto della liberalitas, quindi della beneficenza, in questo caso bisognava operare una distinzione tra i veri e i falsi poveri.

Un segno per identificare il vero povero dal falso è la malattia: al concetto di pauper si associa quello di infirmus e il termine di pauper infirmus indica il povero che a causa delle gravi carenze alimentari è affetto da malattie come la peste, il vaiolo e la lebbra. (V. Paglia, op. cit., pp. 191-192). Il povero quindi coincide con il malato che deve essere accolto e aiutato.

San Domenico di Guzman fa la carità ai "buoni poveri"

La distinzione tra la condizione di povero e malato incomincia a definirsi nel periodo che va dal XIII al XIV secolo quando la diffusione della lebbra divenne endemica in coincidenza con l'aumento della popolazione e degli scambi commerciali e con il fenomeno delle crociate che avevano messo l'occidente in stretto contatto con il vicino Oriente, la terra del morbus phoenicius (malattia fenicia), la lebbra (cfr. Ospedali e città. L’Italia del centro Nord, XII-XVI secolo, a cura di J. Allen Grieco, L. Sandri, Firenze 1997).

Incominciano a diffondersi i lebbrosari che raccolgono coloro destinati alla morte fisica e a quella civile. Ubicati nei sobborghi o fuori dalle città i lebbrosari incominciano a diventare luoghi di separazione tra i sani e i malati: che la Chiesa considerava nel duplice aspetto della conseguenza del peccato originale: il peccatore che soffre nella carne e la figura del Cristo che con la sofferenza redime. Il lebbroso era quindi il maledetto ma anche l'amato da Dio (in J.C.Schmitt, La storia dei marginali, in La nuova storia, a cura di J. Le Goff, Milano 2002, p.271). Il lebbrosario viene organizzato quindi come un monastero (hospitale purgatorii) spesso intitolato a San Lazzaro: quello che Gesù aveva resuscitato, come raccontava l'evangelista Giovanni, o il Lazzaro di cui i cani leccano le piaghe, com'è detto nel vangelo di San Luca (in F. Bèriac, La paura della lebbra, in Per una storia delle malattie, op. cit., Bari 1986, p. 173)

 

Povertà e ribellione [modifica]

Gioacchino da Fiore

Nel Medioevo quindi i poveri sono riconosciuti come tali e sono integrati nella società medioevale che dibatte sull'elemosina e sull'assistenza dei poveri, sul valore morale e religioso della povertà che troverà il suo massimo rappresentante in San Francesco d'Assisi , (1181/1182 - 3 ottobre 1226), pauper cum Petro, il poverello di Dio, fondatore dell'Ordine mendicante. La concezione della povertà diventa con lui non solo imitazione della vita di Cristo ma viene interpretata, specialmente dopo la sua morte, anche come denuncia della condotta morale della Chiesa e del suo potere temporale. Solo quattro anni dopo la sua morte infatti il papa Gregorio IX, con la bolla Quo elongati, si preoccupava di rendere noto che il Testamento del santo d'Assisi non avesse un valore vincolante per i suoi successori. La divisione in Spirituali, che seguono il precetto dell'assoluta povertà, e dei Conventuali più vicini al carattere temporale della Chiesa, è un segno di una crisi sociale dove le differenze tra ricchi e poveri si sono accentuate ed ormai la ricchezza ha perso quasi del tutto il carattere provvidenziale di aiuto e sostegno della povertà com'era in Sant'Ambrogio. L'unica via per la perfezione morale ora è diventata quella indicata dal gioachimismo contro la ecclesia carnalis meretrix magna (chiesa carnale, grande prostituta). La disputa teologica sulla povertà diviene motivo di scontro politico tra le pretese teocratiche dei papi, sostenuti dalle nuove aspirazioni all'autonomia dei nascenti stati nazionali e l'aspirazione all'impero universale , alla res publica cristiana (stato cristiano) degli imperatori medioevali miranti ad un potere unificato temporale e spirituale. Per i gioachimiti e i dolciniani l'ideale della perfetta povertà diventa invece messaggio di ribellione anarchica contro ogni forma di potere dei ricchi, siano essi nella Chiesa o presso l'imperatore , in nome di una trasformazione radicale di una società afflitta dalla miseria materiale e spirituale. Come ribelli essi saranno duramente colpiti sia dal potere spirituale che da quello temporale che divengono alleati quando si sentono minacciati. La crisi interna della Chiesa sfocerà nel Grande Scisma al cui termine la nuova società degli umanisti e degli uomini del Rinascimento dichiarerà il suo disgusto per la gerarchia romana preferendo rivolgersi ad una religione tutta naturale ed immanente.

 

La povertà nell'età moderna [modifica]

Cristo soccorre il povero (Luca della Robbia, Louvre)

Dopo la definitiva separazione tra la Chiesa cattolica e quella Protestante entrambe le Chiese sono coinvolte nello stesso atteggiamento d'intolleranza dimostrando di essere due diversi aspetti dello di uno stesso clima culturale di apprensione e sospetto determinato dalle guerre di religione, dall'insicurezza sociale prodotta dall'inflazione aggravata dall'aumento della popolazione.

Nel '500 si è calcolato che nell'Europa occidentale circa un quinto della popolazione era costituito da poveri: l'incremento demografico, lo sviluppo delle manifatture, in specie quelle tessili, la rivoluzione dei prezzi aveva determinato l'avvento di una moltitudine di poveri e sbandati in modo particolare nelle campagne. Ad aggravare le condizioni di vita subentravano poi i tre flagelli della peste, della guerra e della carestia che spingevano queste masse di disperati a trovare soccorso nelle città.

Ad aumentare le ansie dei cittadini si aggiungeva poi lo sbandamento dei soldatimercenari che ora, con la creazione dell'esercito permanente negli stati assoluti, non trovano più chi li assoldasse generando, in misura prima sconosciuta, masse disperse di poveri e vagabondi, banditi e rivoltosi.

Le istituzioni cittadine cominciano allora a distinguere tra la povertà "vera" da quella "falsa" comprendendo nella prima i malati, coloro che non potevano più mantenersi per motivi fisici, i ragazzi e i bambini abbandonati dalle famiglie, i vecchi che non potevano più lavorare ma che avendo lavorato in passato. Vi erano poi i poveri organizzati in "compagnie" come quelle dei ciechi e degli storpi riconosciute dall'assistenza pubblica. A questi si aggiungeva la moltitudine dei poveri occasionali che ricevevano l'elemosina saltuariamente, costituita da lavoratori che attraversavano periodi di povertà dovute soprattutto ai debiti che non riuscivano a saldare.

Elemosiniera in Roma

Tra questa massa di marginali una figura che emerge è quella del mendicante. Le città cominciano a riempirsi di schiere di assillanti cenciosi che ispirano paura e ripugnanza. I mendicanti non avevano nessun tipo di potere, non pagavano le tasse, erano esclusi dalle corporazioni e dalle confraternite. Le istituzioni nel XVI secolo iniziarono a emanare leggi che colpivano i falsi mendicanti includendo in questa categoria i vagabondi.

Pellegrino di S.Giacomo

Per approfondire, vedi la voce Povertà nella Roma del XVI secolo.

Il povero era stato per tutto il medioevo un simbolo di valori cristiani: in ogni povero c'era la sofferenza di Cristo e la stessa elemosina più che un carattere di solidarietà sociale assumeva un valore religioso. La figura del povero prima assimilata a quella dell'eremita, del viandante pellegrino ora si confondeva con quella di un esercito minaccioso di miserabili.

Nel XVI secolo si va infatti affermando l’identificazione del mendicante con la familia diaboli in contrapposizione con i poveri di Dio. Si diffondono libri che trattano di una mendicità organizzata in corporazioni illegali più o meno segrete e delle loro tecniche di accattonaggio che venivano usate per ingannare il prossimo. «Nel 1528, nella prefazione del Liber vagatorum, manoscritto circolante già alla fine del XV secolo ma stampato agli inizi del XVI, Martin Lutero rappresentava i vagabondi come coloro che agivano in combutta con il diavolo, anzi era lo stesso diavolo che si serviva di loro per impedire che le elemosine finissero nelle mani dei veri mendicanti. Ma è nell’opera di Teseo Pini, lo "Speculum cerretanorum" scritto tra il 1484 e il 1486 e rielaborato successivamente da Giacinto Nobili sotto lo pseudonimo di "Rafaele Frianoro" con il titolo "I vagabondi", che viene analizzata la mendicità assieme ai complicati metodi di fraudolenza: accanto alla rappresentazione dei diversi mascheramenti viene riprodotto il linguaggio segreto usato dai vagabondi e mendicanti per comunicare tra di loro» (Il libro dei vagabondi, a cura di P. Camporesi, Torino 1973)

A questo malessere sociale la Chiesa cattolica cerca di rispondere con la creazione di numerose organizzazioni caritative ed assistenziali schierando in prima fila la generosità altruistica dei grandi santi del Cinquecento.

Distribuzione delle elemosine - Sala del Pellegrinaio all'Ospitale di Santa Maria della Scala in Roma

Diversamente reagirono le autorità cittadine e statali che con metodi repressivi cercano di eliminare la presenza dei poveri nelle città, eliminando la possibilità del loro continuo vagabondare e incanalando in forme controllabili quelle masse di accattoni che potevano divenire un serio pericolo di rivolte ogniqualvolta vi fosse una carestia o un aumento dei prezzi dei beni alimentari. Dalla carità medioevale ormai nel Cinquecento si è persa ogni traccia: gli ospedali aperti senza troppe distinzioni ai malati e ai miserabili diventano istituti d'internamento coattivo e, quando questo, non basta i poveri vengono a forza arruolati negli eserciti o divengono rematori nelle galere.

La repressione è ancora più evidente nelle zone calviniste e luterane dell'Europa settentrionale dove l'etica del lavoro rendeva difficile la tolleranza e la giustificazione della povertà considerata una colpa morale: i poveri vengono giudicati severamente come esseri antisociali e parassiti, sebbene Calvino avesse stabilito a Ginevra come fosse compito precipuo assegnato ai diaconi l'assistenza dei poveri e dei malati.

 

La povertà nel XVII secolo [modifica]

Un ospedale del '600

Continua nel '600 la configurazione dell'ospedale non come istituzione di cura per i malati ma struttura per l'isolamento e l'internamento. Già in Inghilterra nel 1576 una legge di Elisabetta I istituiva degli stabilimenti, le "Houses of correction", che miravano alla "punizione dei vagabondi e al sollievo dei poveri" istituite come case di lavoro (workhouse) come mezzo per la repressione della mendicità. Sull'esempio inglese fece altrettanto la Svizzera che nel 1631 a Berna (nel 1637 a Zurigo) aprì come un nuovo reparto dell'ospedale generale una casa di correzione e per il lavoro forzato. Così anche in Francia tipico è il caso dell' "Hospital General" di Parigi fondato nel 1656 che Michel Foucault definisce il terzo stato della repressione (cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire, 1976).[5]Questi istituti diffusi in Europa tra la fine del '500 e gli inizi del '600 volevano associare l'assistenza ai poveri ed insieme la funzione di rieducazione al lavoro per conseguire un rinnovamento morale e una redditività economica, considerata base di una ipotetica integrazione sociale dei mendicanti, da raggiungere con la privazione della libertà e una rigida disciplina che prevedeva sanzioni e punizioni corporali per i trasgressori. L'importanza attribuita all' osservanza delle regole, diligenza, produttività lavorativa, rispetto degli orari , pulizia ecc. era vista come uno strumento di disciplinamento sociale valido anche per la società al di fuori degli istituti. L'ospedale è divenuto luogo di repressione per il povero "cattivo", il ribelle alle regoli sociali, ma anche di beneficenza per il povero "buono" sottomesso all'ordine sociale. La classe dirigente, di fronte all'aggravarsi del fenomeno del pauperismo, tende a porre in atto una politica assistenziale "di contenimento della povertà", che pone sempre più l'accento sulla classificazione dei poveri in "meritevoli" (e tra questi i poveri "vergognosi" sono considerati una categoria privilegiata) e "non meritevoli" (in primo luogo mendicanti e vagabondi).

Una politica di vera e propria segregazione dei poveri, avviata già alla fine del XVI secolo, si affermerà quindi soprattutto nel XVII secolo, e ad un punto tale che il Seicento sarà appunto definito il secolo della "grande reclusione". Il povero "cattivo" [6] è colui che rifiuta il lavoro come mezzo di espiazione, per guadagnarsi la grazia divina, e strumento dato da Dio per riscattarsi dal peccato originale: chi non lavora quindi è colui che si ribella e rifiuta Dio.
L'inutilità sociale del povero determina la sua condanna ed esclusione dalla società dei buoni. Al di fuori di ogni controllo della legge comune l'ospedale diviene una casa di correzione, molto simile a un carcere, dove relegare i marginali. La carità si è laicizzata come dovere di stato sanzionato da leggi e la povertà è considerata una colpa contro l'ordine pubblico.

 

La povertà nel XVIII secolo [modifica]

Questa politica d'internamento sistematico diffusa tra gli stati europei appare nel '700 inumana e dannosa sul piano sanitario. Viene finalmente contestata dai filosofi illuministi e abbandonata. Ci si avvicina alla concezione attuale della povertà considerata come una disfunzione della società. Il fattore economico viene identificato come causa principale della povertà anche se quello morale non é del tutto messo da parte. Si propone come soluzione dell'indigenza l'applicazione del principio della redistribuzione della ricchezza: siamo però ancora lontani da una concezione dello stato assistenziale poiché l'intervento laico delle strutture statali è indirizzato non a tutta la popolazione ma solo a certe categorie come le vedove, gli orfani...i poveri "buoni" e "meritevoli".[7]

Ancora nei giorni della Rivoluzione dell'89 la condizione della povertà non era del tutto mutata dal secolo precedente: quando il popolo parigino diede l'assalto al famigerato Hospital general e, dopo aver trucidato il personale ospedaliero, liberò circa 8000 ricoverati, in maggioranza donne, le condizioni di queste infelici , descritte da Restif de la Bretonne, un testimone del tempo, [8] non erano diverse da quelle dei tempi passati.

Il nuovo paesaggio industriale

Ma già qualcosa era cambiata nella politica sociale: repressione e carità cominciarono ad essere distinte: fu abolito il lavoro forzato nelle manifatture ospedaliere e furono istituiti i depots de mendicité (depositi di mendicità) dove erano internati i vagabondi e i mendicanti mentre negli ospedali generali venivano ricoverati i poveri di ogni genere. Nei dépôts ai mendicanti era offerto un ricovero provvisorio in attesa che li reclamasse la famiglia o un qualche datore di lavoro. Più a lungo erano trattenuti solo i vagabondi ed i mendicanti di professione il cui accattonaggio era considerato un reato. [9] Tutti i detenuti erano obbligati a lavorare dall'alba al tramonto e ogni dépôts era attrezzato a tale scopo di botteghe artigiane. Sommosse agitazioni periodicamente nascevano in quegli agglomerati di mendicanti e assumevano spesso il carattere di aperte e sanguinose rivolte come quella di Rennes, nel 1782.

La rivoluzione del 1789 mise fine anche ai depositi di mendicità segnando la conclusione dell'epoca della "grande reclusione".

L'originale esperienza sociale che aveva messo assieme lo spirito di carità e la crudele repressione, aveva nello stesso tempo esaltato la funzione del lavoro come una forma di educazione e socializzazione sia nelle società cattoliche che in quelle protestanti. Ora il lavoro viene esaltato nel sistema industriale come sinonimo di riscatto e elevazione sociale ma nella realtà il lavoro operaio diviene una forma di mantenimento e talora di aggravamento della povertà.

L'Europa che si stava avviando verso lo sviluppo industriale sembrava voler conservare nella moderna fabbrica con il rigido regolamento interno, le norme di disciplina del lavoro e quasi nella stessa struttura architettonica ,quella passata commistione di carcere e manifattura degli ospedali generali.

 

La povertà nel XIX secolo [modifica]

« La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi.
Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta. Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi. La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.La nostra epoca, l'epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l'una all'altra: borghesia e proletariato. »

La realtà della nuova legge dei poveri del 1834

Nell'Inghilterra dell'ormai avviata rivoluzione industriale era giunto il tempo di una nuova legge per la povertà che, emanata nel 1834, aboliva la “carità legale”, proibiva l’aiuto a domicilio e costringeva i poveri nelle nuove workhouse (case di lavoro), nuove versioni degli ospedali generali con il medesimo rigido regime del passato di costrizioni e di privazioni, nonché di separazione secondo il sesso e l’età.

Autore di questa politica fu Sir Edwin Chadwick (1800-1890)[10], discepolo di Jeremy Bentham, personaggio molto odiato, un amministratore dispotico e discusso la cui figura è ricordata soprattutto per il suo impegno nella riforma della sanità pubblica, convinto com'era che le condizioni insalubri delle città provocassero malattie biologiche e sociali, causa di un degrado psicologico che può trascinare le persone verso i vizi, come l’alcolismo, o peggio, verso la rivoluzione. Rendere le città più salubri poteva essere lo strumento per rendere il proletariato più felice, più sano, più produttivo, e più docile.[11]

Il tema della povertà comincia in questi anni ad essere associato a quello dell'industrialismo. L' Accademia delle scienze morali e politiche francese promosse delle inchieste sulle condizioni degli operai in Francia volendo stabilire in che cosa consistesse la loro povertà, come si manifestasse e quali fossero le cause che la determinavano. Una prima risposta era stata data da Louis Renè Villermé [12] , un medico fautore degli aspetti positivi del sistema della fabbrica e convinto che tutto ciò che lo contrastasse fosse un'offesa della pubblica morale: la promiscuità dei sessi all'interno delle fabbriche, l'eccessiva durata dell'orario di lavoro minorile, i prestiti concessi agli operai come anticipo dei loro salari erano le uniche cause del degrado morale e fisico degli operai.

Operai

Questa tesi moralistica venne contestata da Antoine-Eugène Buret nella sua opera "De la misère des classes laborieuses en Angleterre et en France... "; egli vuole eliminare dall'analisi sociologica della cause della povertà ogni riferimento astratto e non verificabile: comincia quindi a stabilire una stretta connessione tra le condizioni di indigenza degli operai e la ricchezza considerati entrambi come fenomeni strettamente economici e controllabili oggettivamente. Le sue conclusioni lo portano a sostenere che esiste un rapporto di «coesistenza» o «simultaneità» tra la povertà e la «ricchezza della nazione» e che le cause di questa concomitanza sono da riportare «ai processi industriali, alle circostanze in cui si trovano posti, gli uni in relazione con gli altri, gli agenti della produzione» così che «la condizione fisica e morale dei lavoratori si misura esattamente sulla posizione in cui essi si trovano di fronte agli strumenti o ai capitali» nel senso che «più ne sono vicini e più la loro vita è assicurata; ed essa si eleverà e migliorerà secondo la misura e l'estensione di questi rapporti.» (in op.cit. tomo II libro III cap.V pag.86)

 

Il pensiero sociale della Chiesa [modifica]

« Il denaro non è 'disonesto' in se stesso, ma più di ogni altra cosa può chiudere l'uomo in un cieco egoismo. Si tratta dunque di operare una sorta di 'conversione' dei beni economici: invece di usarli solo per interesse proprio, occorre pensare anche alle necessità dei poveri, imitando Cristo stesso »
« La dottrina sociale cattolica ha sempre sostenuto che l'equa distribuzione dei beni è prioritaria. Il profitto è naturalmente legittimo e, nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico.... L'emergenza della fame e quella ecologica stanno a denunciare, con crescente evidenza, che la logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta »

Di fronte all'ascesa del movimento socialista le Chiese cristiane, sia quelle protestanti che cattoliche, sentirono la necessità di chiarire esplicitamente le proprie concezioni sul problema sociale della povertà dei lavoratori. Nel 1871 il vescovo cattolico di Magonza, Wilhem Emmanuel von Ketteler nel suo libro "Liberalismo, socialismo, cristianesimo" denunciava gli abusi del capitalismo e sosteneva che lo Stato, contro le teorie liberiste, dovesse intervenire con una legislazione sociale a regolare i fatti economici. Da lui nacque un movimento cristiano-sociale che si diffuse in Austria, Francia e Belgio.

Nel 1891 prese ufficialmente posizione lo stesso pontefice Leone XIII con l'enciclica Rerum novarum sulla questione sociale, cui era particolarmente sensibile per aver direttamente visto esplodere le rivolte operaie in Belgio al tempo della sua nunziatura apostolica.
L'enciclica afferma che voler trasformare la proprietà da personale a collettiva offende i diritti naturali («diritto di natura è la proprietà privata» ) ed è impossibile togliere dal mondo le disparità sociali così come non si può eliminare il dolore («levar via le sofferenze del mondo non v'è forza o arte che possa») anzi le differenze tra ricchi e poveri sono necessarie per mettere in atto le virtù cristiane della carità e della pazienza. L'enciclica inoltre muove un preciso atto d'accusa al capitalismo e ai ricchi, indifferenti alla dignità umana e cristiana dei poveri: «Si ricordino i capitalisti e i padroni che né le divine né le umane leggi permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare la giusta mercede è colpa sì enorme che grida vendetta al cospetto di Dio» (da Gaeta, Villani, "Le encicliche sociali dei Papi da Pio IX a Pio XII, 1846-1946", Milano 1971). La soluzione della questione sociale, secondo l'enciclica, sarà nella cooperazione tra capitale e lavoro e nell'intervento dello Stato che dovrà da un lato tutelare il lavoro e assicurare il giusto salario e dall'altro frenare le cupidigie delle plebi malconsigliate prevenendo a tempo le cause dei tumulti e delle violenze.

 

Note [modifica]

  1. ^ Nella stessa etimologia della parola sembra avanzarsi un giudizio sulla condizione di povertà. Infatti secondo alcuni etimologisti il termine nascerebbe dal latino pauper come la contrazione di pauca (poco), e pariens (che produce). Il povero dunque è colui che produce poco e quindi inevitabilmente tale.
  2. ^ Per questo motivo in questa voce, che mira a delineare soprattutto l'aspetto storico e sociale del tema in oggetto, più che quello specificatamente economico, non si farà una distinzione tra povertà e miseria trattandoli ambedue, sia pure arbitrariamente, ma per semplicità di esposizione, come termini equivalenti.
  3. ^ Significativo l'espressione usata per indicare nel Medioevo quei benestanti che a causa di specifici problemi decadevano dal loro status sociale divenendo: "pauper verecundus" (povero vergognoso)
  4. ^ Secondo una leggenda sviluppatasi nel medioevo, Giustiniano avrebbe ordinato di accecare Belisario riducendolo ad un mendicante, condannato a chiedere l'elemosina ai viandanti presso Porta Pinciana a Roma. A testimoniarlo sarebbe esistita una pietra graffita sulla quale era inciso :«Date obolum Belisario».
  5. ^ ... malgrado ogni sorta di resistenze, in nessuna delle case dell'Ospedale ci sono dei poveri che non siano occupati, ad eccezione dei malati gravi o di quelli completamente invalidi. Vengono costretti a lavorare persino vecchi, storpi o paralitici, e da quando è stato introdotto questo lavoro diffuso, c'è più disciplina, più ordine e più devozione fra i poveri. (in Ch. Paultre, De la répression de la mendicité et du vagabondage en France sous l'Ancien régime, Paris 1906, p. 138.)
  6. ^ Molti poveri si affezionarono al lavoro e si può dire che tutti ne fossero capaci, ma le loro abitudini all'ozio e alla malvagità spesso prendevano il sopravvento sulle loro promesse e assicurazioni, come anche sugli sforzi dei direttori e del personale dell'ospedale (in Ch. Paultre, op.cit. pag.189)
  7. ^ cfr.Povertà in fr.Wikipedia
  8. ^ «Quegli esseri infelici conducono qui una triste vita. Sempre a scuola, sempre alla portata della frusta della vigilante, condannate all'eterno celibato, ad un cibo cattivo e repellente, possono solo sperare in un caso fortunato: che qualcuno le prenda a servizio o ad imparare qualche mestiere faticoso. Ma anche allora, che razza di vita! Basta una piccola lamentela di un datore di lavoro ingiusto e vengono riportate all'ospedale per essere punite... [ecco] degli esseri offesi che, se anche il caso li gettasse nella vita sociale, occuperebbero la più infima delle posizioni.» ( Restif de la Bretonne, Les nuits de Paris, scelta a cura di P. Boussel, Paris, 1963, p. 287.)
  9. ^ Chi veniva colto a mendicare per la prima volta veniva condannato alla reclusione nell'ospedale generale per almeno due mesi; la seconda volta , si veniva condannati all'internamento per almeno tre mesi e alla marchiatura con la lettera M (da mendiant, mendicante); per la terza volta agli uomini toccavano cinque anni sulle galere, alle donne cinque anni di reclusione nell'ospedale generale (i tribunali potevano aumentare la pena fino all'ergastolo)
  10. ^ cfr. Edwin Chadwick in en.Wikipedia
  11. ^ Sulla presunta "felicità del proletariato inglese" scriveva qualche anno dopo nel 1844 Karl Marx in un articolo pubblicato a firma : "Un prussiano" intitolato "Il re di Prussia e la riforma sociale":«Si concederà inoltre che l'Inghilterra è il paese del pauperismo; perfino questa parola è di origine inglese. L'esame dell'Inghilterra è dunque l'esperimento più sicuro per conoscere il rapporto di un paese politico col pauperismo. In Inghilterra la miseria degli operai non è parziale, ma universale; non limitata ai distretti industriali, ma estesa a quelli agricoli. I movimenti qui non sono in sul nascere, bensì da quasi un secolo si ripresentano periodicamente. Come intendono il pauperismo la borghesia inglese e il governo e la stampa ad essa legati? Nella misura in cui la borghesia inglese ammette che il pauperismo è una colpa della politica, il whig considera il tory, e il tory il whig, come la causa del pauperismo. Secondo il whig, il monopolio della grande proprietà terriera e la legislazione protezionista contro l'importazione dei cereali è la fonte principale del pauperismo. Secondo il tory, tutto il male risiede nel liberalismo, nella concorrenza, nel sistema industriale spinto troppo avanti. Nessuno dei partiti trova il motivo nella politica in generale, bensì ciascuno di essi lo trova nella politica del proprio partito; ma ambedue i partiti non si sognano neppure una riforma della società.»
  12. ^ cfr.Louis Renè Villermé in fr.Wikipedia

 

Bibliografia essenziale sul tema "povertà" [modifica]

  • "Rassegnarsi alla povertà?" Rapporto 2007 su povertà ed esclusione sociale, Caritas Italiana - Fondazione «E. Zancan», Il Mulino, Bologna.
  • Rapporto sulla povertà e le disuguaglianze nel mondo globale a cura di Nicola Acocella, Giuseppe Ciccarone, Maurizio Franzini,Luciano Marcello Milone, Felice Roberto Pizzuti e Mario Tiberi. Edito a cura della Fondazione Premio Napoli. 2004
  • Einaudi L. (1964), Lezioni di politica sociale, con una nota introduttiva di F. Caffè, Einaudi, Torino.
  • Istituto Nazionale di Statistica (2002), La povertà in Italia nel 2001,Roma.

 

Bibliografia sul tema "storia della povertà" [modifica]

  • Sant'Ambrogio, De Nabuthae Historia (sulla proprietà, i ricchi ed i poveri)
  • Sant'Ambrogio, De Officiis Ministrorum (sui doveri dei sacerdoti e sul vivere cristianamente)
  • A.Giardina, Melania la santa, in Roma al femminile, a cura di A.Fraschetti, Laterza,1994
  • A.H.M.Jones, Il Tardo Impero Romano, trad.it. Il Saggiatore, Milano,1974, vol.III, "Agri deserti",
  • V. Paglia, Storia dei poveri in Occidente, Milano, 1994
  • G. Ricci, Povertà, vergogna, superbia. I declassati fra medioevo e età moderna, Bologna 1996
  • Ospedali e città. L’Italia del centro Nord, XII-XVI secolo, a cura di J. Allen Grieco, L. Sandri, Firenze 1997
  • J.C.Schmitt, La storia dei marginali, in La nuova storia, a cura di J. Le Goff, Milano 2002,
  • F. Bèriac, La paura della lebbra, in Per una storia delle malattie, Bari 1986
  • B. Geremek, Il pauperismo nell’età preindustriale (secoli XIV-XVIII), in Storia d’Italia, V, I documenti, I, a cura di C. Vivanti, Torino 1973
  • L. Fiorani, Religione e povertà. Il dibattito sul pauperismo a Roma tra Cinque e Seicento,
  • Gutton, La Società e i poveri, Milano 1977;
  • M. Mollat, I poveri nel Medioevo, Bari 1982;
  • B. Geremek, La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa, Bari 1986
  • B.Geremek, Mendicanti e miserabili nell’Europa moderna, Bari 1989;
  • B.Geremek, La storia dei poveri. Pauperismo ed assistenza nell’età moderna, a cura di A. Monticone, Roma 1985.
  • Camporesi Piero (a cura di), Il libro dei vagabondi, Saggi, Prefazione di Franco Cardini. ISBN 881159719-6
  • M. Foucault, Sorvegliare e punire, 1976 (franc. 1975)
  • Ch. Paultre, De la répression de la mendicité et du vagabondage en France sous l'Ancien régime, Paris 1906.
  • Restif de la Bretonne, Les nuits de Paris, scelta a cura di P. Boussel, Paris, 1963
  • E.Buret, De la misère des classes laborieuses en Angleterre et en France; de la nature de la misère, de son existence, de ses effets, de ses causes, et de l'insuffisance des rèmedes qu'on lui opposés jusqu'ici; avec l'indication des moyens propres a en affranchir les sociètes, Bruxelles, 1842
  • Gaeta, Villani, Le encicliche sociali dei Papi da Pio IX a Pio XII, 1846-1946, Milano 1971

Voci correlate [modifica]

Collegamenti esterni [modifica]

Altri progetti [modifica]

Scienze sociali
Archeologia | Diritto | Economia | Educazione | Linguistica | Psicologia | Scienze della comunicazione | Scienze politiche | Scienze etnoantropologiche | Sociologia | Storia
Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Pedagogia
Cronologia/Autori: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Pedagogia&action=history

Pedagogia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

La pedagogia è la scienza che studia i processi educativi o se si preferisce l'evento educativo - come dice Piero Bertolini - nella duplice accezione di trasmissione e trasformazione culturale, e la qualità delle relazioni interpersonali che le rende possibili.

La pedagogia si occupa, in particolare, degli aspetti di fondo, ovvero degli indirizzi educativi, dei valori, degli obiettivi perseguiti.

Il termine deriva dal greco παιδαγογια, da παιδος (paidos) « il bambino » e αγω « guidare, condurre, accompagnare ». Nell'antichità, il pedagogo era uno schiavo che accompagnava il bambino a scuola, portandogli il materiale, facendogli pure ripetere le lezioni e seguendolo nell'esecuzione dei compiti.

Come afferma Cesare Scurati, la pedagogia è "la lettura della realtà sotto il profilo dell'educazione" e al tempo stesso, come sostiene Fausto Telleri, è il tentativo di progettare e realizzare un possibile mondo migliore. Il destinatario della pedagogia è innanzitutto il bambino, ma oggi si avverte anche la necessità che la scienza dell'educazione si occupi sia degli adulti (si parlerà allora di Andragogia) sia degli anziani (si parlerà di Geragogia).


 

Indice

[nascondi]

[modifica] Che cos'è la pedagogia

La pedagogia si fonda sul concetto di educabilità dell'uomo: in altri termini si ritiene che l'uomo sia educabile in ogni momento della sua esistenza e che sia possibile perseguire detto obiettivo in maniera intenzionale e scientifica. Tradizionalmente si è creduto che la pedagogia, in quanto scienza teorica, potesse pilotare in modo unidirezionale l'azione educativa e la didattica. Oggi, invece, si afferma l'esistenza di una circolarità delle informazioni che vanno a integrare e a modificare sia la pedagogia (teoria) sia la prassi educativa. Educare significa promuovere l'altro, favorendone l'autonomia e l'autodeterminazione. La pedagogia trasfonde contenuti e fornisce impianti teorici e metodologici all'educazione.
Questa ha il fine di dare risposta al bisogno di adattarsi di fronte al mutamento, fornisce orientamento e fa leva sulla motivazione. Oggi, l'educazione, pedagogicamente intesa, mette al centro della sua analisi l'individuo nella sua totalità e nella sua globalità, ne conserva il punto di vista, e fornisce gli strumenti utili per giungere alla consapevolezza del proprio essere e del proprio agire. In specifico, la pedagogia costruisce teorie atte a comprendere e delineare il processo educativo.
Si relaziona sempre ad una concezione filosofica dell'uomo (tipica dell'antropologia filosofica), dialoga quindi con la filosofia pur essendo da essa autonoma.
Essa si avvale dei contributi di numerose altre scienze umane.
Nell'analisi ed articolazione dei processi educativi fa riferimento ai dati culturali delle differenti etnie, forniti dall'antropologia, alle teorie dell'apprendimento e del comportamento elaborate dalla psicologia; alle analisi delle dinamiche sociali elaborate dalla sociologia; alle indicazioni emergenti dalla biologia... .
La verifica della sua efficacia viene, sempre più spesso, affidata alla operatività della "pedagogia sperimentale", sui grandi numeri, e su differenti tecniche di verifica e di valutazione di tipo qualitativo e quantitativo.

 

[modifica] Aspetti particolari

La pedagogia si rende utile anche nelle relazioni tra genitori e figli, in generale per svolgere in modo più sereno la loro responsabilità genitoriale ed in particolare quando i genitori devono gestire momenti particolarmente delicati nell'evoluzione dei figli.

Soprattutto quando i genitori si trovano in divergenza sulle scelte educative, quando hanno problemi di coppia e quando prevedono di doversi dividere, la consulenza pedagogica si rivela utile per gestire il rapporto di coppia in modo da non creare disagio ai figli. In particolare, nella separazione, diventa necessario per l'affidamento dei figli preparare un progetto genitoriale, che potrà essere svolto in modo sereno anche in piena conflittualità rivolgendosi a un pedagogista esperto che abbia competenze in mediazione familiare. Questo percorso è utile per evitare che i figli siano feriti in modo profondo dal conflitto tra i genitori.

Educare significa "tirar fuori" ciò che è dentro alla persona: significa cioè valorizzare quanto di meglio ci sia potenzialmente in un individuo. L'educazione consiste in un rapporto tra due persone: una matura, l'altra in via di formazione. La persona matura deve adeguarsi al livello dell'educando. Ciò significa assumere un linguaggio appropriato alla persona che si vuole educare.

 

[modifica] Chi sono i pedagogisti

Lo specialista di processi educativi (ricerca e applicazione) si definisce pedagogista.

Il pedagogista è un professionista dotato di una formazione proveniente da più settori delle scienze sociali, quali la pedagogia stessa, la psicologia, l'antropologia, la sociologia.

  • Il pedagogista opera nei settori dell'educazione dei minori e degli adulti, nella prevenzione e nella formazione.
  • Il pedagogista come libero professionista opera grazie agli strumenti propri della pedagogia sperimentale, quali test, osservazione sistemica, colloqui, questionari, indagine statistica e clinico educativa.
  • Il pedagogista opera nei settori della sanità, della formazione, della scuola, nel sociale, assistenziale ed aziendale.

Tra i maggiori pedagogisti dell'800 sono Herbart e Emerson. Molti i pedagogisti del '900, fra i quali possiamo citare, in ordine sparso, Montessori, Dewey, Decroly, le sorelle Agazzi, Bruner, Claparède, Anton Semionovic Makarenko, Credaro.

 

[modifica] Alcune teorie pedagogiche

In pedagogia si potrebbero contrapporre due modelli pedagogici, uno basato sull'individuo (con riferimento a Immanuel Kant e Rousseau) ed uno sulla società (con riferimento a Émile Durkheim).

I due modelli di pedagogia non possono essere giudicati in modo univoco, poiché in ognuno si possono trovare elementi positivi ed elementi negativi. La teoria kantiana è basata su una forte spinta positiva nei confronti dell'uomo: la fiducia nell'essere umano porta il pensatore a vederlo come artefice di un miglioramento della sfera sociale. L'educare il fanciullo evitandogli completamente ogni rapporto con la realtà lo porterà ad una formazione tale da riuscire a cambiare in meglio la società che lo ospita.

Durkheim, al contrario, è restio ad educare in completa astrazione dalla realtà sociale, poiché ciò porterebbe ad una ritorsione dei costumi contro il soggetto, se questi non li rispettasse. Ogni società ha delle regole che, se non conosciute, vengono innocentemente ignorate, causando situazioni "illecite" che possono ritorcersi contro l'autore.

Jean-Jacques Rousseau, nell'Emilio o dell'educazione, tratta anch'esso di un'educazione del fanciullo fuori dalla società, con molta analogia con la teoria kantiana. A ciò si può tuttavia controbattere che la completa astensione dalla società da parte del fanciullo, porta ad una non conoscenza diretta della società stessa. L'educatore può insegnare ad Emilio tutto ciò che riguarda i costumi, leggi e quant'altro, ma questo rimane solamente nella sfera teorica. La pratica è tutta un'altra cosa, che, senza una diretta esperienza di cosa voglia dire vivere immersi nella società, non può portare ad un successo. Durkheim, a questo punto, giustamente parla di un'educazione interna alla società stessa. Dopo la Rivoluzione industriale, le caratteristiche della società hanno subito un enorme cambiamento e senza un rapporto diretto con esse non si potrebbe vivere in modo conforme a questi moderni usi e costumi. Ciò in cui Durkheim è criticabile è nell'attribuire maggior peso all'educazione impartita dalla società in confronto a quella che possono dare gli insegnanti.

Immaginando astrattamente un figlio che vive totalmente immerso nella società (e quindi educato dalla società stessa) e privato della presenza dei genitori, che potrebbero avere il ruolo di insegnanti, egli non avrebbe le capacità per comprendere la società stessa e quindi non riuscirebbe a cogliere l'insegnamento che questa gli offre. Il rapporto che un educando ha con il proprio insegnante non è paragonabile a quello che ha con la sfera civile in cui è immerso. È un rapporto stabile, protetto da possibili traumi che la società può causare, ma soprattutto è un rapporto diretto tra due persone, delle quali una, dall'alto della sua esperienza, dona all'altra conoscenze teoriche che le saranno utili nella vita pratica. Con la sfera sociale si ha un rapporto più violento e turbolento, che poco giova alla crescita interiore dell'educando. Inoltre, l'educazione imposta dalla società può avere molte strade ed è il fanciullo a dover scegliere quale intraprendere, avendo il 50% di possibilità di percorrerne una sbagliata. Cosa che non può accadere nel rapporto personale con l'insegnante, poiché è l'educatore stesso che indica all'allievo la strada da prendere.

 

[modifica] Aree di articolazione della pedagogia

[modifica] Collegamenti esterni

Scienze sociali
Antropologia | Archeologia | Diritto | Economia | Educazione | Linguistica | Psicologia | Scienze della comunicazione | Scienze politiche | Sociologia | Storia