***
Ricerca personalizzata
  Condividi le nostre emozioni  
Condividi Follow poesieamore on Twitter    
Pubblicità
Il mio libro
Elli's Book
Poesie Romantiche All my poetries translate in Other language
  Poesie Dialettali  
Poesie Napoletane Poesie Siciliane Poesie Romanesche Poesie Milanesi
Lingua Veneta Dialetto Veronese Dialetto Calabrese Dialetto Brianzolo
Dialetto Bergamasco Dialetto Bolognese Dialetto Romagnolo Dialetto Modenese
Dialetto Piemontese Dialetto Lombardo Dialetto Ticinese  
Trilussa Pascarella Cimarelli Franco  
Link Sponsorizzati
Questo articolo è rilasciato sotto i termini della
GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da 
http://it.wikipedia.org/wiki/Romanesco

Cronologia http://it.wikipedia.orgDialetto_romanesco

Dialetto romanesco

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

(Rimando da Romanesco)

Questa voce sembra trattare lo stesso argomento della voce Il romanesco classico. Contribuisci unendo i contenuti in una pagina unica, seguendo le linee guida. (Vedi anche la lista delle altre pagine da unire).

Pubblicità
Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, si è deciso a seguito di discussioni di usare nella nomenclatura delle pagine il termine lingua per quelle riconosciute come tali nella codifica ISO 639-1, ISO 639-2 oppure ISO 639-3, approvata nel 2005. Per gli altri idiomi viene usato il termine dialetto.

Poesia di Trilussa

Stando alle fonti scritte (si veda ad esempio la Cronica dell'Anonimo romano[1] che narra tra l'altro la vita di Cola di Rienzo), la lingua che si parlava a Roma nel Medioevo era assai più vicina al volgare napoletano che a quello fiorentino.

Ciò che oggi intendiamo per dialetto romano (o romanesco) è qualcosa di molto simile all'italiano, tanto da essere considerato più una "parlata" che un dialetto vero e proprio, esso infatti appartiene da secoli a quel filone dialettale del centro Italia e in particolare della Toscana che fu portato in città dagli immigrati di questa zona all'indomani del 1527, quando la città fu aggredita e spopolata dalle devastazioni dei Lanzichenecchi: la grammatica non si stacca di molto da quella italiana, ed un italofono può capire buona parte di un discorso in romanesco. È una lingua popolare in continuo sviluppo, ricca di espressioni e modi di dire. Attualmente il vecchio romanesco, quello del Belli, si evolve in nuove forme e modi di dire che rispecchiano la complessità della vita odierna rispetto a quella del passato.

Indice

[nascondi]

 

Il romanesco e l'italiano: varianti e diffusione sul territorio [modifica]

Il romanesco è un idioma che ha origini sensibilmente differenti dal resto degli idiomi laziali: non appartiene infatti al gruppo dei dialetti laziali veri e propri, nati perlopiù nel medioevo dall'evoluzione e dalla mescolanza delle parlate latine volgari, in cui era predominante nella pronuncia e nei fenomeni dialettali la componente dei substrati linguistici pre-romani. A differenza del sistema dei dialetti laziali (affini al gruppo umbro-marchigiano) il dialetto romanesco affonda le proprie radici nel toscano a cui ancora oggi assomiglia, importato a Roma a partire dal Seicento e progressivamente sovrappostosi all'originale parlata di tipo laziale. Per queste ragioni il romanesco è molto più affine all'italiano di tutti gli altri dialetti autoctoni del Lazio: in generale una frase in romanesco è sempre comprensibile ad un parlante italiano, diversamente da quanto accade per i dialetti laziali che richiedono una certa pratica e attenzione (se non addirittura, in certi casi, lo studio) per essere capiti dai non-parlanti.

Confinato all'area della città di Roma fino alla fine dello Stato pontificio (se si escludono ipotizzate comunità in importanti città limitrofe, come Civitavecchia), quando la città divenne capitale del nuovo stato nazionale, le successive ondate di immigrazione e l'incremento crescente della popolazione residente cominciarono ad alterare profondamente il canone linguistico che possiamo desumere dal Belli.

Nel novecento, con la crescita della città capitale e degli spostamenti da e verso di essa, alcuni usi propri del lessico e dell'accento romani cominciarono a diffondersi nelle aree contermini della provincia romana che comprendeva a quei tempi il territorio pontino, fino a raggiungere nel secondo dopoguerra (anni settanta) aree e città delle provincie limitrofe di Frosinone, Rieti e Viterbo, grazie anche a fenomeni crescenti di pendolarismo lavorativo.

Questa espansione in ampiezza delle caratteristiche più essenziali del linguaggio romano, corrispondente anche al modificarsi della struttura urbanistica della città, sempre più - inevitabilmente - proiettata fuori dalle mura, è stata accompagnata da un pari impoverimento delle risorse lessicali e idiomatiche che costituivano l'identità del dialetto.

La diffusione attraverso la televisione nazionale prima di film poi di programmi di intrattenimento, "parlati" in un linguaggio decisamente caratterizzato da un accento presunto romanesco, ha infine dato il colpo di grazia al dialetto ed al suo uso intesi in senso proprio, sicché si può tranquillamente affermare che le ultime cose scritte in dialetto romanesco siano quelle di Cesare Pascarella.

Nell'area della bassa campagna romana e dell'agro pontino (oggi zone di Latina ed Aprilia), negli anni trenta bonificate e colonizzate con l'immigrazione di consistenti gruppi di pionieri provenienti dall'italia settentrionale (comunità veneto-pontine), storicamente e culturalmente poco portate alla conoscenza ed all'uso della lingua italiana ma sopratutto sottoposte ad una particolare struttura sociale di "nuova" costituzione, il dialetto romanesco fu all'inizio percepito come idioma "superiore", in quanto era la lingua della (pur piccola) classe impiegatizia e dirigenziale, l'unica sostanzialemente alfabetizzata, quindi percepita lingua del comando oltre che decisamente più simile all'italiano rispetto sia alle parlate proprie (Veneto, Emiliano ed addirittura Friulano) sia alle parlate locali (dialetti Lepini ed Albani). A partire dagli anni cinquanta questo "neodialetto" prese quindi il sopravvento - in una forma abbastanza cristallizzata - sulle parlate originarie nei grandi centri urbani, per poi estendersi progressivamente a tutti i centri della pianura che gravitano su Latina, spesso affiancato all'uso della propria lingua d'origine relegato all'ambito familare, in una sorta di condizione di parziale plurilinguismo.

È per ciò che il dialetto romanesco di Latina e dell'area pontina è sensibilmente diverso dal resto delle parlate diffusesi nel Lazio, risultando molto più vicino al Romanesco originario degli anni '30 rispetto alle altre parlate che invece risentono di più del romanesco moderno.

Secondo alcuni per certi aspetti il dialetto romanesco di Latina, per quanto meno "stretto" (ossia molto più vicino all'italiano), è più vicino a quello del Belli e di Trilussa, di quanto non risultino vicine oggi le parlate romanesche diffuse nella città stessa di Roma.

 

Fonetica [modifica]

Il romanesco appartiene al gruppo dei dialetti centrali, ed ha forti influssi del toscano.

Il vocabolario del dialetto di Roma è quasi interamente uguale a quello italiano, le parole differiscono però a causa di alcuni cambiamenti fonetici, i principali sono i seguenti:

  • la rotacizzazione, ovvero il cambio della /l/ in /r/ quando è seguita da consonante (es: dorce)
  • il cambio del suono della “s” preceduta da consonante, in “z” col suono /ts/ (es: perzona /per’tso:na/; "sole"="sole" ma "il sole"="er zole")
  • il cambio del suono /nd/ in /nn/ (es: quanno) processo noto come "assimilazione progressiva". Gli altri due casi di assimilazione progressiva in romanesco sono il cambio /ld/ in /ll/ (es: callo) e il cambio /mb/ in /mm/ (es: piommo).
  • l’indebolimento della doppia “r”, che non esiste in romano (es: azzuro, verebbe; riassunto nel noto detto: "Bira, carozza e guèra, co ddu' ere, sinnò è erore"...)
  • il dittongo “uo” dell'italiano in romanesco si riduce in “ò” (es: bòno =buono; còre = cuore)
  • la scomparsa delle vocali in inizio parola quando seguite da “n” ed "m" nasale (es: ‘ndicà = indicare ; ‘n = un / in ; "'mparà" = imparare)
  • la riduzione di “gli” in “jj” o “j” o la sua totale scomparsa (es: maja = maglia; fijjo = figlio; famija = famiglia)
  • la vocalizzazione della “l” negli articoli, nelle preposizioni articolate, e nelle parole in cui è preceduta e seguita da “i” (es: ‘o ‘a ‘e = lo la le; dô dâ â ao = dello della alla allo; mïone = milione; bïardo = biliardo; òjo = olio)
  • la vocalizzazione della “v” quando è intervocalica, essa diventa una lettera quasi muta che viene a pronunciarsi quasi come /β/ od a scomparire totalmente (es: “uva” quasi si pronuncia /’u:a/. Le II e III persone plurali dei verbi avé e dové (avere e dovere) “avemo, avete, dovemo e dovete”, divèntano “amo, ate, demo, dete”)
  • il cambio del gruppo "ng" in "gn" (es: "piagne" = piangere)
  • il raddoppiamento delle consonanti in inizio parola se precedute da parole tronche (esattamente come in italiano), ed il suono della “b” che si pronuncia quasi sempre come se fosse doppia (es: Chi è cche pparla?; Sei popo bbòna! = sei proprio bella!)
  • l'utilizzo della particella “ne” come rafforzativo di affermazioni e negazioni (es: Sine = si, sicuramente; None = no, per nulla!)
  • il cambio del suono della "c" dolce, quando si trova in posizione intervocalica, in "sc" - con valore più debole rispetto al medesimo nesso "sc" dell'italiano - (es: cucina = "cuscina", dieci = "diesci") cui in romanesco il Belli faceva invece corrispondere il nesso "ssc" da lui ideato (es: pesce = "pessce").

 

Accentuazioni grafiche [modifica]

Graficamente l'accento tonico romanesco di chiusura e apertura delle vocali viene riportato secondo gli accenti grafici italiani (quindi "è" si leggerà come "cioè" mentre "é" si pronuncia come in "perché").

Adattando le apocopi (di cui il romanesco abbonda) rispetto allo standard italiano si permette la lettura del romanesco anche a chi non sia madrelingua. Ricordo che nel romanesco è prassi privare l’infinitivo delle ultime due lettere ("-re") attraverso un troncamento, che nelle coniugazioni ove si rappresenti graficamente con un apostrofo, foneticamente suona come un accento grave (come capita con l’italiano “po’”). Non va però dimenticato che il romanesco non ha solo 3 coniugazioni come l’italiano: “béve” e “piace’” in italiano appartengono alla seconda, mentre nel romanesco seguono coniugazioni e regole diverse.

Alcune precisazioni sono d’obbligo.

1) L’accento circonflesso "^" che si può trovare sopra le vocali “e”, “a”, “i” ed “o” ne allunga il suono e quindi “ê”, “â”, “î” e “ô” suoneranno come “ee”, “aa”, “ii” ed “oo”. In genere si utilizzano negli articoli, per assorbire la “l”. Spesso invece dell’articolo italiano “i” si scrive “î”: questo si spiega perché l’originale articolo romanesco sarebbe “li”. Per il resto “dê” è in italiano “delle”, “dâ” è “della”, ma anche “dalla”; poi “jâ” sta per “gliela”, “sô” (e “c'ô”) per “ce lo”, “cô” (“câ”) per “con lo” (“con la”), “quô” per “quello”, “nâ” per “non la”, “tê” per “te le”, “tô” per “te lo”, “nô” per “nello”, ecc.

2) Da notare che le parole “po’” e “pò” sono omofone, ma sono tra loro diverse: la prima è scritta ed ha lo stesso significato che si ha in italiano; “pò” invece è il romanesco per “può”.

3) Il verbo “sta” (terza persona singolare di stare) è diverso da “‘sta”, che significa “questa”.


L’abbondante uso di accenti (soprattutto di quello circonflesso) e di apostrofi non sempre è riscontrabile nelle Fonti (soprattutto dei Maestri Belli e Trilussa), e quindi più che criticabile e migliorabile. Spesso alcuni testi riportano i verbi troncati scritti con l’accento grafico grave sull’ultima vocale; alcune fonti riportano l’articolo determinativo scritto con un apostrofo prima della vocale (‘a) piuttosto che con quello circonflesso (â). Seguendo l’esempio del Maestro Gioacchino Belli, tra i primi a trascrivere la parlata Romana, in questo contesto si è preferito concentrarsi sul suono (che è lungo), mentre per i verbi si predilige la genesi della parola (visto che il risultato “sonoro” è lo stesso).

Alcune parole in romanesco: Perziche, maregnane, bricoccole, sgommarello, ciangottà, sfragne, ariccoje, fiottà, rugà, bavarola, lagna, ariscote, lassà, cuccumo, bocio, incecalì ecc...

 

Grammatica [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Grammatica del romanesco.

Essendo uno dei dialetti d’Italia che meno si discostano dall’Italiano standard, la grammatica del romano non è molto differente da quella dell’italiano. Esistono comunque a volte delle differenze importanti, per le quali si rimanda allo specifico articolo.

 

Il romanesco nell'arte [modifica]

Il dialetto tradizionale di Roma ha una sua importanza sia letteraria che "culturale"

Per approfondire, vedi la voce Il romanesco nell'arte.

 

Il romanesco classico [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Il romanesco classico.

L'origine e le motivazioni di un dialetto colorito e dei suoi proverbi e detti popolari.

 

Il romanesco a Roma oggi [modifica]

Il romanesco, o secondo alcuni romano, ha conosciuto un'accelerazione della sua evoluzione tra gli anni 1920 e 1930, cioè nel periodo in cui maggiormente la popolazione nata a Roma è stata numericamente surclassata da immigranti provenienti da altre zone d'Italia. Un suo ulteriore sviluppo si è avuto negli anni '50 e '60 sempre a causa di flussi migratori, provenienti principalmente dal centro e sud d'Italia.

Agli anni 1970 e 1980 invece è possibile datare la definitiva morte del romanesco, quello di Trilussa e Belli, progressivamente impoveritosi a causa dei grandi stravolgimenti sociali che hanno interessato i quartieri più popolari, dove ancora era possibile incontrare un romanità "pura".
Quartieri come quelli del centro storico, di Trastevere, San Lorenzo, Testaccio, sono stati infatti trasformati da zone tipicamente popolari e basso borghesi a zone di classe e di moda con un massiccio ricambio di popolazione. Un'altra importante causa della morte del romanesco e della ghettizzazione del romano è da ricercarsi in una cinematografia che, a partire dagli anni 1950, neorealismo a parte, ha fatto della lingua romana uno stereotipo di ignoranza, cafonaggine e pigrizia.

Il romanesco moderno viene parlato quotidianamente da quasi tutti gli abitanti dell'area metropolitana di Roma; la maggioranza di essi possiede anche la padronanza della lingua italiana grazie alla forte scolarizzazione, ma essa viene utilizzata più spesso nelle situazioni formali, e risulta meno utilizzata nella vita quotidiana.

Il dialetto romanesco vero e proprio, inoltre, è originario esclusivamente della città di Roma dacché nell'area appena circostante (Velletri, Fiumicino, Frascati), la parlata autoctona cambia sensibilmente, e il romano lascia il posto alle parlate laziali.

Ormai però anche gli idiomi di queste località della provincia romana si sono modificati; il dialetto per esempio di Velletri o di Frascati col tempo si è avvicinato di più a quello romano e similmente è accaduto in grandi città delle province vicine. Solo la gente più anziana del posto parla ancora il dialetto locale, ormai la maggior parte dei giovani ha una parlata più vicina a quella romana moderna.

 

Caratteristiche linguistiche [modifica]

Il romanesco moderno non si può più assimilare al romanesco del Belli e di Trilussa: è un dialetto con poche differenze con l'italiano standard ed è uno dei dialetti italiani più intellegibili anche da chi non ne abbia conoscenza. Fondamentalmente è caratterizzato da uno scarso uso dei tempi e dei modi verbali (si usano quasi solo presente imperfetto e passato prossimo dell'indicativo), da forti elisioni nei sostantivi e nei verbi e da alcuni raddoppiamenti consonantici.

 

Modi di dire del romanesco moderno [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Espressioni romanesche moderne.

L'evoluzione del linguaggio nelle nuove espressioni dialettali.

 

Note [modifica]

  1. ^ Cronica dell'Anonimo romano su Medioevo.Roma.

 

Collegamenti esterni [modifica]

  • G.G.Belli: Duecento sonetti, con prefazione di Luigi Morandi: pubblicato nel 1870, la prefazione offre molte note storico-linguistiche e di costume assai interessanti, sulla Roma appena conquistata dall'Italia: [1].


 

Dialetto romanesco
  Osteria Capitolina
Ai du' gemelli
  •  Portale Roma: accedi alle voci di Wikipedia che parlano di Roma
Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da  http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti_dei_Castelli_Romani

Cronologia   http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Dialetti_dei_Castelli_Romani&action=history

Dialetti dei Castelli Romani

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

I dialetti dei Castelli romani fanno parte della categoria di dialetti appartenenti alla famiglia marchigiana-umbro-laziale e sono le tipiche parlate definite erroneamente dagli attuali abitanti di Roma come "burine". Infatti il poeta Gioacchino Belli distingue in un suo sonetto romanesco del 16 dicembre 1832, intitolato "Le lingue der Monno", i dialetti dei forestieri tra quelli parlati dalla gente dei Castelli Romani e dei burini cioè dei cittadini provenienti dalla Romagna. Infatti il poeta declama:

Sempre ho ssentito a ddì cche li paesi

hanno oggnuno una lingua indifferente,

che dda sciuchi l'impareno a l'ammente,

e la parleno poi per èsse intesi.

Sta lingua che ddich'io l'hanno uguarmente

Turchi, Spaggnoli, Moscoviti, Ingresi,

Burrini, Ricciaroli, Marinesi,

e Ffrascatani, e ttutte l'antre ggente.


 

Il poeta si riferisce a Burrini come ai villani di Romagna, ai Ricciaroli come abitanti di Ariccia, ai Marinesi come abitanti di Marino, ai Ffrascatani come abitanti di Frascati.


Purtroppo le nuove generazioni non conoscono e non parlano i dialetti del loro paese, solo la gente anziana ancora ne fa uso.

Fanno parte del gruppo dei dialetti dei Castelli Romani:

  • dialetto marinese
  • dialetto rocchigiano (rocchiciano)
  • dialetto frascatano
  • dialetto albanense
  • dialetto monticiano
  • dialetto monteporziano

Altri di questi dialetti presentano grandi somiglianze fra loro; tuttavia, alcuni non possono neanche essere considerati dei dialetti veri e propri, ma semplici derivazioni.

Indice

[nascondi]

 

Esempi del dialetto marinese [modifica]

Vedi anche Marino

  • tiratóre = cassetto
  • spicciatóre = pettine
  • curidóre = corridoio
  • sprìngiu = impermeabile
  • déta = dita
  • ógna = unghia
  • varìo = andrei
  • ce vòjo i = ci voglio andare
  • me piacerìa = mi piacerebbe
  • gnòmmelu = gomitolo
  • quinàtimu = mio cognato
  • litturìna = treno
  • sgommarèllu = mestolo
  • 'a pistola a votate = il proiettile che gira
  • 'U Stracinatu = San Barnaba

 

Esempi dal dialetto rocchigiano [modifica]

  • Mottatore = imbuto
  • Ciuciumiellu = salvadanaio
  • Vorio i = vorrei andare
  • Ndo sti? = dove sei?
  • Iamo = andiamo
  • Loco = in quel posto
  • Cugnatimu = mio cognato
  • Viecco = vieni qui
  • Gnaffu = pozzanghera, fango
  • Bettula = osteria
  • Bucia = buca
  • Sgommariellu = mestolo

Voci correlate [modifica]

 

Collegamenti esterni [modifica]

Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License
Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Romanesco_nell%27arte
Cronologia/Autori:  http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Romanesco_nell%27arte&action=history

Romanesco nell'arte

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

Il dialetto romanesco, tradizionale di Roma, ha una sua importanza autonoma, sia letteraria che "culturale".

 

[modifica] Letteratura in dialetto

In ambito letterario gli scrittori più famosi tra quelli che lo hanno usato sono Giuseppe Gioachino Belli, Trilussa, Cesare Pascarella e Mario dell'Arco.

Un elenco più ampio comprende i seguenti autori ed opere:


 


 

 

[modifica] Letteratura sul dialetto

 

[modifica] Il romanesco nello spettacolo

In ambito culturale (prendendo il termine con un'accezione ampia) ha importanza nell'ambiente cinematografico e televisivo; infatti, vista l'ampia produzione a Roma di film e programmi TV, si ha spesso l'uso del romanesco in quanto dialetto in qualche modo vicino. In particolare con il neorealismo, il romanesco è stato utilizzato per rappresentare efficacemente una parlata di taglio popolare, anche in contrapposizione alla paludata ampollosità degli usi precedenti; in questo senso il romanesco fu oggetto di un uso di vasta scala, grazie alla sua vicinanza con la lingua nazionale (cui solo il napoletano veniva fatto seguire, secondo per importo d'utilizzo e di materiale artistico) e perciò ad una supposta sua migliore e più vasta comprensibilità rispetto ad altri dialetti.

A questo si aggiunga la tradizione delle compagnie teatrali e di avanspettacolo cittadine. Bisogna però dire che in realtà quello che si trova nei mezzi di comunicazione ormai non è romanesco ma italiano regionale romano, ovvero una parlata italiana con semplici inflessioni dialettali. Alcuni attori noti (anche) per la parlata romanesca sono Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Gigi Proietti, Carlo Verdone.

Il capostipite comunque dello spettacolo teatrale, di rivista e poi cinematografico, è stato Ettore Petrolini.

Il romanesco vero è ormai quasi perduto per la scolarizzazione, l'influenza dei mezzi di comunicazione e soprattutto l'arrivo di grossi flussi migratori in città da molte regioni italiane sin dall'unità d'Italia.


 

Visita il Portale Roma - Collabora al Progetto Roma
  Osteria Capitolina
Ai du' gemelli