Quali siano stati il committente e il movente che hanno portato alla
organizzazione della raccolta, è certo che nei secoli queste poesie sono
divenute un modello per i poeti arabi tanto che alcune di esse fanno
parte, ancor oggi, dei programmi scolastici dei Paesi arabi.
La personalità del poeta
iracheno
Hammād al-Rāwī, accusato talvolta dalle fonti di essere poco onesto nella
sua importante attività di trasmettitore di poesia, ha sollevato dubbi
sull’autenticità e sull’attribuzione di tanta
poesia araba
preislamica, fra cui anche delle Mu‘allaqāt.
Il titolo Mu‘allaqāt è documentato soltanto a partire
dal X
secolo, mentre precedentemente si hanno notizie di antologie dal
titolo diverso, per esempio “le Sette”, che - visti i contesti in cui sono
citate - fanno supporre che si trattasse di questa stessa raccolta. Sempre
nel secolo X cominciano ad apparire anche le spiegazioni relative al
significato del titolo. Secondo la tradizione, recepita anche da
Wolfgang Goethe nel suo West-östlicher Divan, il participio passivo
sostantivato Mu‘allaqāt, le Appese, starebbe a ricordare che queste poesie
erano scritte, per la loro bellezza, su stoffa e appese a
Mecca nella
Ka'ba.
Infine, basandosi sull’uso frequente nei titoli di opere arabe di termini
indicanti gioielli, alcuni orientalisti, fra cui
Charles Lyall e
Theodor Nöldeke, hanno supposto che il titolo indicasse ciondoli
preziosi, pendentif appunto.
Come abbiamo visto si ha notizia di un'antologia
composta da sette
qaside, come sembra fosse quella di Hammād e come è la maggior parte
delle edizioni delle Mu‘allaqāt. Così le qaside che appaiono in tutte le
recensioni sono quelle attribuite a
Imru l-Qays,
Zuhayr e
Labīd a cui sono aggiunte, nella maggior parte dei casi, quelle di
‘Antara,
Tarafa,
‘Amr ibn Kulthūm e
al-Hārith ibn Hilliza; infatti, per esempio al-Mufaddal (m. 790 ca.)
sostituisce la qasida di ‘Antara e quella di al-Hārith con una di
al-Nābigha e una di
al-A'shā, così come, in altre edizioni, l’antologia comprende dieci
nomi, aggiungendo ai primi sette anche
al-Nābigha al-Dhubyānī,
al-A'shā e
‘Abīd ibn al-Abras.
Tutti questi poeti sarebbero vissuti nel secolo
antecedente l’Islam
in una società molto meno uniforme di quanto normalmente si crede e delle
cui realtà umane, sociali e politiche furono i portavoce. Pertanto le
sette Mu‘allaqāt, (di cui si può vedere la traduzione italiana e i testi
arabi in Tracce consunte come graffiti su pietra, note sul lessico delle
Mu‘allaqāt) si presentano affatto simili fra loro anche se, essendo
qaside, affrontano i temi peculiari di questa antica forma poetica araba.
Così pur avendo versi dedicati all’amore, alla descrizione o al vanto
ognuna di esse ha proprie peculiarità tematiche e formali legate alla
personalità del poeta, ma anche all’impostazione personale o tribale.
La mu‘allaqa di
Imru l-Qays, che secondo la tradizione sarebbe l’inventore della
qasīda, è nota in modo particolare per le descrizioni naturali che il
poeta vi inserisce e che si susseguono a commento del viaggio, reale e
metaforico, che il poeta compie. Infatti, come la maggior parte delle
qaside, il poeta parte dai resti dell’accampamento abbandonato dall'amata
e affronta gli spazi aperti dell’Arabia fra animali e paesaggi naturali,
accompagnato dalla sua cavalcatura e sostenuto da ricordi amorosi.
La mu‘allaqa di
Zuhayr è in lode di due capi della tribù dei B. Dhubyān che riuscirono
a porre fine a una lunga e sanguinosa guerra fra la loro e i B. Abs. Il
tema degli orrori della guerra si intreccia con quello della caducità
della vita affrontata dal vecchio poeta grazie alla fede in un
Dio
onnipotente. La composizione termina con una serie di versi divenuti
proverbiali anche se è impossibile stabilire se sono i versi di Zuhayr a
essere divenuti
proverbi
o piuttosto se il poeta abbia fatto sue espressioni di saggezza
collettiva.
La struttura della mu‘allaqa di
Labīd corrisponde a quella codificata della qasida. Infatti inizia con
la descrizione dell'accampamento abbandonato dalla donna amata e dalla sua
tribù, per
proseguire con il viaggio del poeta, accompagnato dal suo
dromedario, nella cui descrizione Labīd si sofferma con paragoni e
metafore.
Da qui inizia l’auto-elogio, costruito intorno alla descrizione della
propria vita talvolta allegra, fra
vino e amori,
talaltra difficile, fra scontri fisici e verbali.
Anche la mu‘allaqadi
‘Antara affronta temi soggettivi, quali l’amore per la cugina Abla, e
il coraggio e le virtù mostrate dal poeta in tante situazioni difficili
ricordando, fra l’altro, anche il suo valoroso
cavallo
morto in battaglia. Tutti questi temi si intrecciano, infine, con dolci e
vive descrizioni naturali che fanno di questa poesia una delle più note.
La mu‘allaqa di
Tarafa, pur seguendo anch’essa lo schema della qasida, è famosa in
modo particolare per la descrizione della cammella che occupa ben 28
versi, descrizione realistica costruita attraverso una scomposizione del
corpo dell’animale i cui elementi portano a una serie di paragoni in cui
la vita quotidiana si trasforma, anche grazie a un difficile lessico.
Le mu‘allaqāt di
‘Amr ibn Kulthūm e di
al-Hārith ibn Hiliza sono strettamente connesse, in quanto i due
poeti, portavoce delle rispettive tribù, perorano la causa del proprio
gruppo in presenza del re dei
Lakhmidi.
Entrambe sono dunque due qaside tribali ricche di lodi e di velate minacce
per il sovrano da ingraziarsi, di vanto del gruppo e di attacco agli
avversari.
- Daniela Amaldi, Tracce consunte come graffiti su
pietra, note sul lessico delle Mu‘allaqāt, Napoli, Istituto
Universitario Orientale, 1999.
- Ch. Lyall, Translations of ancient Arabian Poetry,
Londra, 1885.