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Regole dialettali

PREMESSA
Mi corre l’obbligo di dire due parole al fine di dare un valido aiuto a chi dovesse accingersi a leggere questo mio lavoro dialettale.
Premetto che scrivo il dialetto fin da bambino, come dimostra qualche poesiola datata 1949, che ho lasciato per testimoniare alcuni valori che hanno fatto l’educazione della mia generazione ( rispetto per i poveri, per gli anziani, per le donne, per la religione, per lo Stato, per la natura) tanto per indicarne alcuni.
Io sono un tecnico e non un uomo di scuola, ma nonostante ciò, ho capito, fin da piccolo, che scrivere il dialetto significava riprodurre i suoni verbali sulla carta. Cresciuto, miei unici maestri sono stati Francesco D’Ovidio, Giuseppe Altobello, Nicolino Fiorella, che fu direttore del giornale dialettale “ U Mazzamaurielle “. E pare che abbia appreso bene la loro lezione.
Questo lo devo precisare per far sapere che non sono approdato al dialetto così, tanto per aderire all’ultima moda. Da poco tempo sono apparse alcune grammatiche, tra le quali anche una sul dialetto di Campobasso, che ho apprezzato, pur non condividendo alcune considerazioni ivi contenute: a) l’origine del dialetto, che l’autore fa derivare dall’italiano, mentre per me il dialetto è una lingua romanza; b) l’uso della “j greco “ o "j lungo"; c) l’articolo indeterminativo.Per questi argomenti ho polemizzato apertamente con costui..

Però, poiché ne ho l’occasione, devo precisare che, secondo me, il dialetto campobassano e, per esteso, quello di molti paesi della Provincia, ha i seguenti articoli indeterminativi: nu e na e non un, uno, una; poi ha i numeri une, ddù e tré… e non ( une e rrù, che non ho mai sentito pronunciare da alcuno, e tré; però è vero che ha ddurece o rurece, vintirù e non vintirru e trentarrù, come si potrebbe intendere in quel testo ), e via. Se dico, ad esempio un uomo, in dialetto dirò nu ome e quindi n’óme, dove nu è articolo indeterminativo e quindi, poiché óme inizia con vocale, si elide la u e si mette l’apostrofo.
Bisogna tener presente che nu e na derivano dal latino unus, una,unum , che hanno perso dapprima la "s" finale e, successivamente, la iniziale "u"; infatti noi diciamo nu ciucce, nu cavalle, na crape, per indicare un asino, un cavallo, una capra. Quindi non occorre la paresi (‘) prima della enne come usa fare la maggioranza di coloro che scrivono il dialetto, poiché, come ho detto prima, la u iniziale l’ha persa già dal latino, da cui trae origine.
Altro motivo di divergenza, dicevo, è l’uso della J con funzione di consonante o di semiconsonante. A dire il vero l’autore mi rimproverava “ tu usi la gei “, già da questa affermazione si notava che lui non aveva considerato la “ j greco “ o" j lungo" come dir si voglia, che ha ben altro suono rispetto alla gei inglese, che ha il suono della nostra lettera g , un po’ più dolce come Jocher pronuncia giochèr, Jolly pronuncia giolli, e gli facevo notare che la “ j greco “, intanto è usata nel dialetto perché esso è una lingua romanza, vale a dire derivata direttamente dal latino e quindi non dall’italiano, come qualcuno ha sostenuto pubblicamente. Per quanto riguarda la “j greco” rimando il lettore a consultare il vocabolario della lingua italiana Palazzi, che riporta, dopo la lettera I, la lettera J, con alcune sufficienti spiegazioni che vanno a vantaggio della mia tesi.
Per quanto riguarda l’uso della j greco, faccio qualche altra considerazione:
il pronome personale io nel nostro dialetto è "ije"; se scrivo i soltanto, dico “ ì “ ( pronuncia secca!); se scrivo “ie” dovrei leggere “i(e) emettendo un suono unico, smorzato,essendo la (e) finale atona, come dicono nel basso Molise (senti Termoli, S. Martino in P., Larino); per dire io in campobassano noi diciamo ije , cioè emettiamo due suoni distinti: prima la “i” poi la “je”, dove la seconda (j) è in funzione di semiconsonante .
Per esempio noi diciamo in lingua italiana “malattia”, emettendo i seguenti suoni: ma- la- ttia, ponendo l’accento un po’ più lungo sulla "i" e uniamo direttamente il suono della a, e non pronunciam la sillaba ja; in dialetto noi diciamo “malatija”, se fate attenzione noi pronunciamo due volte il suono i, cioè emettiamo i seguenti suoni: ma-la ti-ja , pronunciando prima ti e poi la sillaba ja ( formata dalla semiconsonante J e dalla vocale a), chiaro?
Ciò premesso e mi scuso ancora per la polemica, devo precisare che:
la e congiunzione ,quantunque non vi abbia posto accento grave, si legge come la "e" congiunzione dell’Italiano, per non far confondere, come facilmente potrebbe accadere, con la è voce del verbo essere;
la é ovunque posta si legge e con accento grave, come mela, pera, cera;
la è con accento aperto, si legge come la “ è del verbo essere”, o di edera, di “ c’era una volta…”;
la o, si legge o con accento aperto, dolce, quantunque abbia indicato la ò accentata in alcune parole; ciò l’ho fatto solo per quelle parole che in altri dialetti, specie del nord, si usano pronunciare con suono grave;
la ó con accento grave, si pronuncia tutte le volte che la parola richiede un suono più acuto, come ad es. póllo, sole, giovane;
la š seguita dalla t, come sto, si legge sce, quindi dovendo leggere sto, pronunciamo questi suoni: sce e to , ritengo scorretto scrivere come fanno alcuni “scto”,poiché per leggere “sce” occorre la e atona.
Uso la K (kappa) solo per indicare la preposizione con, che regge il complemento di compagnia o quello di mezzo, per distinguerlo dalla che congiunzione o pronome relativo.
Queste precisazioni ritengo che siano bastevoli per poter leggere correttamente il nostro dialetto anche dagli appassionati dialettali di altre regioni.
Qualcuno sostiene di scrivere normalmente senza accentazioni perchè la scrittura è una cosa e la fonetica è altra; ma io ritengo che l’accentazione aiuta molto chi voglia leggere bene il dialetto, poiché anche nell’ambito dello stesso territorio, alcune parole variano solo per il suono di una vocale. Comunque, poi, ho notato che taluni maestri che sostengono quella tesi, nei loro scritti, si contraddicono e usano regolarmente le accentazioni e, spesso, anche in maniera errata.
Ugo D'Ugo