Ieri, quando ha capito che c’erano brutte notizie per lui, ha chiesto
subito: "E’ morto mio padre?". E così, gli si è dovuto dire che no, non era
successo a suo padre, era la madre, dei due la più forte e la più sana, che
si era sentita male ed era morta così, all’improvviso. Un dolore inatteso e
fortissimo per i parenti, ma se possibile ancora più forte e pieno di sensi
di colpa per il figlio che da tempo la vedeva, sempre più raramente, solo
nella sala colloqui di un carcere.
In mezzo a tanto dolore, bisogna poi cominciare, subito e angosciosamente, a
occuparsi delle "miserie": il documento che attesti che la persona è morta
davvero, la richiesta del permesso per andare al funerale, e soprattutto le
modalità con cui verrà concesso. Il permesso di un’ora con la scorta in
divisa, per esempio: ci sono famiglie, anziani genitori, gente stremata da
anni di frustrazioni per avere un parente detenuto, che non se la sentono di
affrontare un funerale con un figlio scortato dagli agenti in divisa. E come
non capirli?
E poi il detenuto parte, nel furgone blindato, e arriva, spesso dopo un
lungo viaggio, per un’ora e poco più di cerimonia, e via di nuovo, a
"pernottare" nel carcere più vicino. E alla fine un viaggio di ritorno che a
volte può durare tempi assurdi: ricordo il ritorno da Torino, dal funerale
della madre, che è costato a un detenuto 40 giorni di viaggio (i
trasferimenti avvengono a tappe: per esempio, Torino – Milano – Bologna –
Padova, con soste di giorni nelle relative carceri cittadine) e alcuni chili
persi per lo stress e l’affaticamento fisico e mentale.
Ecco, il carcere è anche questo: una pena che deve scontare il detenuto, ma
che sconta troppo pesantemente tutta la sua famiglia, compreso quel padre
che sente che suo figlio non lo riabbraccerà più.
E’ lecito allora domandarsi: ma davvero non esiste la possibilità di
coniugare il carcere con un po’ di umanità? E di garantire almeno le
condizioni per sopportare un lutto in modo decente?
Ornella Favero, Ristretti Orizzonti |