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| Sonetti di Foscolo |
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GNU Free Documentation License Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Sonetti_%28Foscolo%29 Cronologia http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Sonetti_%28Foscolo%29&action=history Sonetti (Foscolo)Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.I "Sonetti" di Ugo Foscolo furono composti tra il 1798 ed il 1803 e pubblicati tra il 1802 e il 1803. Sono in tutto dodici e la loro storia editoriale è strettamente legata a quella delle due odi più celebri, A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All'amica risanata.
Storia editoriale dei sonetti [modifica]Nell'ottobre
del 1802 sul fascicolo IV del "Nuovo Giornale dei letterati" di
Pisa, vengono
pubblicate, con il titolo di "Poesie", otto
sonetti
e l'ode "A Luigia Pallavicini caduta da cavallo".
I motivi poetici [modifica]I motivi poetici dei sonetti e il loro risultato
espressivo non sempre sono uniformi. Se infatti nei primi si rintraccia un
certo tono
declamatorio di stile ancora ortisiano a causa del contrasto non ancora
risolto tra la
passione
e la
riflessione e lo stile è ancora incerto perché oscilla tra un
linguaggio
lirico pacato e un linguaggio spezzato e
drammatico,
nei secondi la misura stilistica è perfettamente equilibrata pur prendendo
spunto dai temi
tipici foscoliani come quello dell'esilio,
della patria
greca,
delle
illusioni, degli
affetti
familiari
e il presagio della
tomba
illacrimata. Prevale in questi ultimi la componente autobiografica
arricchita dal tono
filosofico di carattere
epicuraico-lucreziano.
La struttura metrica-ritmica [modifica]Lo
stile dei
sonetti è simile a quello che si ritroverà nei Sepolcri, appassionata
sintesi
di romantica intimità e di classica virilità compostezza e, come nel
carme
maggiore, vi è in essi l'uso modulato dell'endecasillabo
reso ampio dal movimento delle
strofe
fino a rendere i
versi
simili ad una mesta
musica
che ha però la solennità della
meditazione del poeta sui temi che riguardano la
vita, la
morte e il
destino.
I primi sonetti [modifica]La maggior parte dei primi otto sonetti sono ispirati dall'amore per la Roncioni, uno all'autoritratto del poeta e un altro di polemica politica per la soppressione dell'insegnamento del latino e tutti anteriori o contemporanei all'Ortis.
Non son chi fui, perì di noi gran parte [modifica]Probabilmente anche questo sonetto venne scritto per la Roncioni. Il poeta si rende conto che i suoi sogni giovanili sono ormai finiti e ora la sua mente è disorientata. Vorrebbe darsi alla morte ma ad impedirglielo è il desiderio della gloria e l'amore per la madre.
Che stai [modifica]Questo è un sonetto nel quale Foscolo, si rende conto che sono già trascorsi anni della sua vita, il secolo volge ormai al termine, ed egli si accorge che la sua vita è stata una delusione: gli errori, le ire, le ansia e che di lui non resterà nulla. L'arte è eterna, e dal momento che nulla può fare per la sua patria, non gli è infatti possibile compiere imprese eroiche, si limita a farsi ricordare attraverso opere erudite.
Te nutrice alle Muse [modifica]Il sonetto venne ispirato da una proposta del Consiglio Cisalpino di abolire la lingua latina. Il poeta è di questo amareggiato e non vuole che l'Italia che, pur essendo sotto lo straniero, era nominata madre delle Muse perché aveva come ornamento regale la lingua italiana, ora sacrifichi questa sua ultima grandezza per imbarbarire il suo divino toscano con la lingua francese in modo che il vincitore possa vantarsi di averla, non solo resa schiava, ma anche priva della sua lingua madre.
E tu ne' carmi avrai perenne vita [modifica]Il sonetto, considerato il più bello del primo
gruppo, venne composto nel
1801 ed è
anch'esso ispirato dall'amore
per la Roncioni.
Perché taccia il rumor di mia catena [modifica]Il sonetto, scritto per Teresa Pikler o più probabilmente per la Roncioni, ha un inizio chiaramente ortisiano, duro nei suoni e melodrammatico negli atteggiamenti, mentre nella seconda parte sembra placarsi nella visione della bellezza femminile.
Così gl'interi giorni in luogo incerto [modifica]Sempre scritto per la Roncioni il poeta trascorre i giorni lamentandosi e senza riuscire a riposare e le notti, vagando per i luoghi più solitari ripensando alla sua amata e, dimenticandosi delle avversità della vita, la sospira e l'invoca.
Meritamente, però ch'io potei [modifica]Questo sonetto, sempre ispirato alla Roncioni e scritto dal poeta mentre si trovava in Liguria aggregato alla Cisalpina, risente ancora di quei risultati disuguali osservate in "Perché taccia...". Esso si apre con un'apertura decisa e vibrante ma si avvertono alcune forzature del tono e un atteggiamento di tipo oratorio.
Solcata ho la fronte [modifica]Si tratta di un autoritratto dove il poeta si descrive con la fronte alta e solcata da rughe, con capelli di vivo colore rosso, denti bianchi e capo chino; proporzionato nel corpo, elegante nel vestire anche se semplice, veloce nell'agire, sempre in lotta con il destino e gli uomini, dal carattere impulsivo ma tenace. Il poeta conclude dicendo che solo con la morte potrà raggiungere la fama e il riposo.
I quattro sonetti maggiori [modifica]Il tono del quattro sonetti maggiori aggiunti nel 1803 è indubbiamente più alto e appaiono in essi tutti i temi maggiori della poesia foscoliana: la bellezza che rasserena, il sepolcro come incontro degli affetti familiari e simbolo della continuità dell'uomo nel ricordo dei vivi, l'esilio che esalta l'amor di patria, la poesia esaltatrice eterna della bellezza e dei più alti tra i valori umani.
Alla sera [modifica]Considerato il più bello tra i sonetti del Foscolo,
come scrive il
Momigliano[1],
esso esprime "lo smorzarsi di un tumulto grande ma umano nello sconfinato
sopore dell'universo".
. A Zacinto [modifica]
Zacinto, qui cantata dal poeta,
non è solamente la sua patria reale ma soprattutto quella ideale. Come
altri poeti
romantici il Foscolo si protende alla
Grecia
classica nella quale vede, attraverso i suoi
miti,
l'incarnazione della bellezza e dell'armonia.
Venere raffigura l'ideale della bellezza,
Omero
rappresenta la poesia che esalta i valori più alti dell'umanità
e Ulisse
non è altro che l'immagine di se stesso esule avversato dalla
fortuna.
Alla Musa [modifica]Scritto tra il 1802 e il 1803 è questo il primo dei sonetti maggiori dove si sente ancora lo spirito di delusione già espressa nell'Ortis che sembra rendere arida la vena del canto. Ma, a differenza dell'Ortis, il Foscolo in questo sonetto non si esprime con irruenza ma in forma pacata e, dopo il primo sfogo autobiografico, il poeta riesce a sollevarsi ad una visione più ampia del destino umano. Il lungo periodo iniziale, che comprende due quartine con abili cesure ed enjambements, conferiscono al verso una nuova modulazione che sembra segnare le pause del respiro e della coscienza:
In morte del fratello Giovanni [modifica]Composto nel 1802 per la memoria del fratello Giovanni Dionigi che si era ucciso con una pugnalata in presenza della madre a causa di un grosso debito di gioco, il sonetto, pur risentendo di alcuni echi di Catullo e del Petrarca, è uno tra i sonetti più originali del poeta, ricco di affetti che il poeta esprime con uno stile molto intenso. Ancora una volta il tema della tomba ritorna più vivo che mai, ed è appunto accanto alla tomba del fratello morto che la famiglia, pur nella lontananza, si ricompone ristabilendo così una "corrispondenza di amorosi sensi". E se il cenere è muto e sembra condurre al "nulla eterno", l'affetto è vivo ed è esso a rispecchiare il riscatto della memoria dall'oblio.
Voci correlate [modifica]
Collegamenti esterni [modifica]
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