Dopo un'infanzia poverissima (a tre anni era rimasto
orfano del padre), compì studi irregolari e debuttò giovanissimo (1887),
con poesiole romanesche, sul
Il Rugantino di
Luigi Zanazzo; più tardi scrisse anche per il
Don Chisciotte, il
Capitan Fracassa,
Il Messaggero e
Il Travaso delle idee.
Di carattere folcloristico, provinciale e
madrigalesco è il primo volume di versi,
Le Stelle de Roma (1889);
poi la sua vena, prevalentemente satirica, andò via via affinandosi,
trovando la misura più congeniale nel bozzetto di costume e nella favola
moraleggiante di ascendenza esopiana:
Quaranta sonetti (1895),
Favole romanesche (1900),
Caffè-concerto (1901),
Er serrajo (1903),
Ommini e bestie (1908),
Le storie (1915),
Lupi e agnelli (1919),
Le cose (1922),
La gente (1927)
e molte altre.
Con un linguaggio arguto, appena increspato dal
dialetto borghese, Trilussa ha commentato circa cinquant'anni di cronaca
romana e
italiana,
dall'età
giolittiana agli anni del
fascismo
e a quelli del
dopoguerra. La corruzione dei politici, il fanatismo dei gerarchi, gli
intrallazzi dei potenti sono alcuni dei suoi bersagli preferiti.
Ma la
satira
politica e sociale, condotta d'altronde con un certo scetticismo
qualunquistico, non è l'unico motivo ispiratore della poesia trilussiana:
frequenti sono i momenti di crepuscolare malinconia, la riflessione
sconsolata, qua e là corretta dai guizzi dell'ironia, sugli amori che
appassiscono, sulla solitudine che rende amara e vuota la vecchiaia (i
modelli sono, in questo caso,
Lorenzo Stecchetti e
Guido Gozzano).
Personaggio popolarissimo, Trilussa visse di proventi
editoriali e di collaborazioni giornalistiche: era anche un efficace
dicitore dei suoi versi, e come lettore di poesia fece lunghe tournée in
Italia e
all'estero. La raccolta di Tutte le poesie uscì postuma, nel
1951, a cura
di
Pietro Pancrazi, e con disegni dell'autore.
Il
Presidente della Repubblica
Luigi Einaudi nominò Trilussa
senatore a vita il
1°
dicembre 1950,
venti giorni prima che morisse.
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