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| Voci dal Carcere |
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| Grazie a www.ristretti.it Centro Studi di Ristretti Orizzonti |
| Le mie ventiquattr'ore, in trentasette
passi in su e in giù Ventiquattro ore: Diario di una giornata è la descrizione di come un detenuto passa nel nulla il suo tempo, fatta da Renato su La voce nel silenzio, giornale della Casa circondariale di Udine. Ne riportiamo alcuni passi, perché fa bene, ogni tanto, fare un piccolo ripasso dello squallore della vita in carcere, per non dimenticarsi che il disagio più insopportabile della detenzione è il vuoto, la sensazione angosciante del tempo buttato. Ornella Favero Trentasette passi verso ovest e altrettanti in senso opposto: oppure sarà verso nord? Da est a ovest? Da sud a nord? In fondo non t'importa nulla: sono sempre trentasette passi e basta: "vasca dopo vasca" è giunta la fine dell'ora d'aria. Si rientra: cancello, scale, cancello... sezione... cancello della "suite" numerata e branda. Ti stendi e leggi un quotidiano per tenerti informato, quasi aggrappandoti ad abitudini "esterne". |
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| Si distraggono perché è arrivata la posta. Wow! Magic Moment..." Altro brandello di felicità che riporta l'illusione d'esser tornato a far parte degli esseri umani di categoria A, poiché per questo periodo di "restrizione"... sei stato retrocesso in serie B. Lettere e cartoline, oltre ai colloqui canonici con i parenti, sono l'ossigeno vitale, l'alternativa unica per ricaricare le "batterie dell'anima" con un po' di ottimismo. Batterie che si scaricano sempre troppo in fretta nella monotonia detentiva. Ore 11.30: si pranza. Passa il carrello con il rancio. Dopo aver consumato il pasto e il rito del caffè, si aspettano le 13 per trascorrere fino alle ore 15.30, come si pronuncia in gergo tecnico, "l'ora d'aria". Solita, ennesima trafila di cancelli e scale ed eccoci di nuovo in cortile; quest'ultimo si trasforma anche in campo di calcetto, e quindi ci si può descrivere fra quelli che giocano a pallone, chi passeggia su e giù... chi seduto per tetra gioca a carte, chi sta seduto e basta e chi vaga qua e là, senza meta... Rientrati dal cortile ancora cancello, corridoio, scale, cancello, cancello e cella. Cominci a pensare che cosa cucinare per la cena (i fortunati hanno la possibilità economica di comprare il necessario, tramite le spese settimanali regolarmente stabilite dalla Casa circondariale), sempre pensando più a far trascorrere il tempo con un impegno, piuttosto che riempirti lo stomaco. In fondo (ma neanche tanto..) un detenuto cosa fa? Non ha altro che lasciare che il tempo trascorra: anni, mesi, giorno dopo giorno, fino alla data della libertà... un giorno. Se solo ci fosse concessa la possibilità di essere utili, produttivi con qualsiasi attività o lavoro, per noi stessi e la società di cui facciamo parte.... Renato, Udine |
| Una giornata particolare Portare tanti ragazzi a conoscere la realtà del carcere ha avuto un grande significato anche dal nostro punto di vista, quello degli educatori dell’istituto di Lorena Orazi, responsabile dell’area pedagogica della Casa di reclusione di Padova, febbraio 2005 Non capita tutti i giorni a chi lavora in carcere di affacciarsi alla finestra dell’ufficio e vedere un pullman, di quelli tipo gran turismo, scaricare davanti al cancello 80/90 ragazzi e qualche adulto (i professori, naturalmente). Qualcuno si domanda: “Forse hanno sbagliato posto. Non siamo mica un’attrazione turistica?!”. Non è una gita. Si avverte l’emozione dei ragazzi e delle ragazze nel varcare i cancelli grigi e poi rossi, nell’attraversare i lunghi corridoi prima spogli poi con riproduzioni di famosi artisti (Klimt, Klee, Modigliani), poi di nuovo cancelli rossi e un corridoio su cui si affacciano sei cancelli di ferro chiusi e dietro, loro, i detenuti, che guardano con curiosità e bisbigliano. Il rumore delle chiavi nelle serrature, chiavi dorate grandi come quelle dei castelli delle fiabe, ricorda che in questo posto qualcuno sta dentro e qualcun altro sta fuori. Poi la grande sala a forma di anfiteatro dalle pareti decorate con riproduzioni di manifesti di film e tanti piccoli sedili di plastica azzurra. Le domande dei ragazzi, domande audaci senza peli sulla lingua Si siedono gli studenti e i detenuti, la sala si riempie e uno dei detenuti presenta il programma della mattinata: si inizia con qualche brano del gruppo ECO, Extra & Communitarian Orchestra, a sottolineare una delle caratteristiche del carcere di oggi, la multiculturalità, e poi uno scambio di domande e risposte. Il clima si scalda progressivamente, gli animi e i volti si distendono quando le note musicali riempiono lo spazio di cemento. Poi le domande dei ragazzi, domande audaci senza peli sulla lingua, sull’amicizia, i legami affettivi, il senso di colpa, il progettare il domani fuori, la paura della prima volta in carcere. Risposte altrettanto asciutte e precise: gli amici sono i primi che se ne vanno, i genitori, quelli sì, rimangono quasi sempre; è troppo lontano il futuro fuori e per ora penso al giorno dopo giorno; certo che mi dispiaceva per la persona a cui rubavo l’auto e così via. Persone ma anche corridoi, cancelli, chiavi: i segni della privazione della libertà. Poi di nuovo la musica e i saluti finali. Di nuovo i cancelli rossi e i corridoi per raggiungere l’uscita e il pullman che riporta gli studenti in città, perché il carcere è lontano dalla città. Come si dice? lontano dagli occhi lontano dal cuore? Appunto… ma le ragazze e i ragazzi che hanno vissuto l’esperienza della pena detentiva narrata dai detenuti in permesso premio, raccontata e cantata in carcere, vista dalla prospettiva di chi in carcere lavora, avranno negli occhi e nel cuore volti, voci, corpi, insomma persone ma anche corridoi, cancelli, chiavi: i segni della privazione della libertà. Avranno negli occhi, nel cuore e nella testa immagini concrete di un luogo di cui molto si parla ma che pochi conoscono. Una giornata particolare, anzi tre giornate particolari, che hanno avuto un grande significato anche dal nostro punto di vista, quello degli educatori dell’istituto, o parlando in modo più professionale dal punto di vista “trattamentale”, termine tecnico attribuito a tutte quelle attività volte a sviluppare nella persona detenuta “un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sociale”. Tre momenti profondamente educativi e umani per tutte le persone che vi hanno partecipato: i detenuti per essersi messi in gioco con autenticità; gli studenti perché hanno chiesto con l’intenzione di avere risposte concrete; gli operatori della scuola e del carcere perché hanno visto e sentito un dentro e un fuori senza filtri. |